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Beat Happening – We are Beat Happening (Domino)

di Redazione
24 Luglio 2020
in Recensioni
Tempo di lettura: 4 minuti
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Ci si chiede talvolta se il destino di band del passato orgogliosamente alternative, di culto,  autoprodotte, sia quello di essere presto o tardi rimosse dall’immaginario e dalla memoria degli appassionati di musica di nuova generazione, sommersi da una montagna di pubblicazioni scandite da revival pianificati a tavolino da grosse etichette, che ripropongono rielaborazioni pure e semplici del passato. Poi accade che la Domino decida di pubblicare un cofanetto con l’intera discografia dei Beat Happening di Calvin Johnson in 7 vinili con allegato un libretto di 36 pagine: operazione commerciale coraggiosa e nostalgica, che attualizza un discorso musicale degli anni 80, potenzialmente in grado di essere seminale oggi per la seconda volta, ma anche operazione che permette di storicizzare definitivamente l’opera della band di Olympia, compiendo un’analisi complessiva a mente fredda.

Tuffandoci nell’opera dei Beat Happening notiamo innanzitutto che nel corso dei 10 anni di attività, dal 1982 al 1992, il gruppo portò avanti un percorso articolato, evolutivo, tutt’altro che mololitico, rimanendo fedele soltanto alla propria idea guida di indipendenza integralista diy, vero e proprio posizionamento politico punk che fece da subito scuola, ed al target teenager della propria musica; il disco d’esordio omonimo del 1985, quello con il micio stilizzato sul missile su sfondo giallo, è la bibbia del diy: 12 tracce di punk domestico, indolente, senza fronzoli, senza basso, senza produzione, ma con tante idee che per l’epoca erano nuove di zecca, in grado di definire un linguaggio nuovo, sorta di neorealismo della quotidianità adolescenziale, assieme negli stessi anni ad Husker Du, Fugazi, Nation of Ulysses, Minor Threat, The Vaselines, Daniel Johnston, Melvins, L7, Meat Puppets, Sonic Youth e Dinosaur Jr, che poi troveremo declinato sia nel grunge che nell’emocore. Al disco giallo qui si aggiunge un secondo CD con altre 12 tracce, tutti i singoli e vari demo dello stesso periodo iniziale: roba per appassionati magari, prescindibile per tutti gli altri.

Il secondo disco della band, del 1988, intitolato Jamboree, è un lavoro più affilato dell’esordio, in cui le chitarre si fanno cazzute, con tanto feedback, ed emerge un modo di cantare sempre spontaneo e orgogliosamente imperfetto ma più ossessivo, conflittuale o psichedelico, sicuramente figlio dei tempi, che interiorizza soprattutto la novità dei Sonic Youth a discapito di un sottile risvolto garage narcolettico e blues tra X e Gun Club di tre anni prima. Heather Lewis alla voce in particolare appare ben più aggressiva che in passato ponendosi ora, assieme a Kim Deal, come modello riot grrl per una nuova generazione di musiciste, come poi dichiareranno le Bikini Kill qualche anno dopo.

E l’anno dopo esce Black Candy, terzo disco, quarto del qui presente box set, vetta definitiva dei Beat Happening, che raggiunse il successo nazionale giungendo anche in Europa e Giappone, mostrando che si poteva fare un nuovo punk diy sperimentale, autoproducendosi, rimanendo fuori dai circuiti mainstream, intercettando lo spirito nuovo dei giovani, che si avviavano ad uscire dai sofisticati anni 80, con un’esigenza di ripartire dal basso, dalla semplicità, in totale libertà creativa. I Beat Happening in questa fase si legano agli Screaming Trees con cui girano in tour e realizzano uno split EP, e questa affinità emerge anche musicalmente in Black Candy, che fa un passo indietro rispetto alla sperimentazione del secondo album, mantenendo tuttavia feedback e chitarre, e recuperando un po’ di garage blues e innocenza dell’esordio in un lavoro davvero eclettico, maturo, dalle diverse sfaccettature finanche twee pop, con diversi brani intimmi agrodolci alla The Vaselines. È l’anno in cui esordiscono i Nirvana e i Mudhoney, l’anno dopo nasceranno Bikini Kill e Pavement, la cui intera discografia appare piuttosto sintonizzata su Black Candy dei Beat Happening. La K Records, etichetta di Calvin Johnson che aveva prodotto i dischi del gruppo, intanto cresce e distribuisce in Europa il catalogo appoggiandosi a Rough Trade, SubPop e Domino.

Il disco successivo, Dreamy, del 1991, sul quinto disco del qui presente cofanetto, vira un po’ verso il grunge, che ormai imperversava, mantenendo un piede nell’indie rock e nel poprock – i Beat Happening, attenzione, non hanno mai sposato crisi, ansia e quel particolare mix di depressione e rabbia tipico del grunge, mantenendo uno stile invece diciamo così decisamente slacker e distaccato sulle cose. Dreamy è un disco in realtà per nulla inferiore a Black Candy, può benissimo piacere di più, tuttavia ad un ascolto attento mostra per la prima volta una reale mancanza di innovazione. Il gruppo, seppure splendidamente, batte sulle stesse idee, con più melodia, eleganza, con la ballad alternative à la Pavement, in un disco ascoltabile all’infinito di cui non ci si sazia mai, che tuttavia anticipa la fine della band. C’è spazio l’anno dopo per il conclusivo You Turn me On (1992), ovviamente anch’esso qui presente, perfettamente in linea con Dreamy, un pizzico più psichedelico, anch’esso di ottimo livello ma che non aggiunge nulla al percorso del trio fino a quel momento, che ormai frequentava abitualmente il Lollapalooza Festival, faceva tournèe per il Mondo e creava a San Francisco l’International Pop Underground Festival, ancor più underground del Lollapalooza e soprattutto totalmente indipendente nell’organizzazione, come è logico per una creazione di Calvin Johnston.

Il gruppo aveva terminato il proprio percorso, l’impressione è che semplicemente non avesse altro da aggiungere e inoltre gli impegni per Johnston crescevano, tra la K Records e la fondazione di un certo suo nuovo gruppo p-funk: i Dub Narcotic Sound System, che esordiranno nel 1995, ma questa veramente è un’altra storia.

Nel box set We are Beat Happening, oltre ai 5 dischi del gruppo di cui abbiamo raccontato sinteticamente qui e del disco di singoli e demo, c’è anche un settimo disco: la raccolta Music to Climb the Apple Tree del 2003, con 15 brani. Tutto il materiale del cofanetto è stato rimasterizzato agli Abbey Road Studios – che fa un po’ ridere per un gruppo diy, però ok… – ed il cofanetto costa circa 150 euro. La Domino ha realizzato anche un videoclip promozionale con immagini d’epoca del trio per il brano ‘Indian Summer’.

https://www.facebook.com/BeatHappeningOfficial
https://www.dominomusic.com/artists/beat-happening

autore: Fausto Turi

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