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Marc Ribot – Songs of Resistance 1942-2018 (Anti-)

di Redazione
26 Aprile 2019
in Recensioni
Tempo di lettura: 3 minuti
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La canzone di protesta negli ultimi decenni non ha avuto vita facile; disillusione, cinismo, distrazione di massa, consumismo, crollo delle ideologie ed il linguaggio della canzone moderna sempre più astratto ed incatenato al politicamente corretto fanno oggi percepire la canzone politica come un qualcosa di bello ma inattuale se non retorico, persino patetico ed in ogni caso incapace di cambiare il Mondo. Inoltre la funzione primaria della canzone di protesta da sempre è quella di connettere le persone intorno ad un’idea, creare uno spirito comune, motivare, ma in un’epoca di individualismo e solitudine i canti ne escono disinnescati, per non parlare della puntuale, volgare e furba manipolazione commerciale dei sentimenti delle persone e dell’angst adolescenziale cui sistematicamente abbiamo assistito con i brani telecomandati ed innocui contro Bush negli anni 90, o con l’imporsi dell’equivoco atteggiamento servile, piagnucoloso e col cappello in mano delle canzoni terzomondiste degli anni 80 e successivamente della strana coppia Bono-Jovanotti.

Marc Ribot è animato in questo progetto da un sincero sentimento di libertà e da un attivismo che viene da lontano, e per contestare l’amministrazione Trump su diritti civili, immigrazione ed ambiente sceglie di partire da grandi brani tradizionali del 900, inoltre provenienti da vari angoli del Mondo, facendo appello all’orgoglio dell’uomo contemporaneo – l’iniziale ‘We are Soldiers’, cantata da Fay Victor, in cui emerge il generale approccio noise e sperimentale di Marc Ribot – al sentimento innato di lotta contro l’ingiustizia – ‘Srinivas‘, per il ragazzo indiano assassinato in un bar di Kansas City nel 2017 da chi lo credeva tra l’altro erroneamente musulmano, canzone che procede secondo lo schema narrativo emotivo ma rigoroso tipico di Guthrie e Dylan – ed all’esigenza di reimparare la lotta – l’afrocubana ‘How to Walk in Freedom’ – evitando dunque di proporre pedanti ed autoreferenziali invettive.

Spirito libero, famoso, più che per i propri dischi, per la lista infinita di collaborazioni con altri artisti – su tutti Tom Waits, John Lurie e John Zorn, mentre in Italia affianca regolarmente Sacri Cuori, Vinicio Capossela, Boris Savoldelli e Guano Padano – Marc Ribot è tra l’altro al secondo posto nella classifica dei migliori chitarristi rock di tutti i tempi del sempre divisorio Piero Scaruffi. 

La copertina del disco appare orgogliosamente fuori dal tempo ricordando vagamente le raccolte etnomusicali di metà 900, e sul lato sinistro vi si legge ‘Goodbye Beautiful’, cioè ‘Bella Ciao‘, qui cantata in inglese ed italiano dall’amico Tom Waits con un andamento al solito caracollante, alcolico e teatrale in grado di renderla originale e nuovamente emozionante, superata tuttavia per intensità dalla commovente versione dell’altro brano italiano ‘Fischia il Vento’, che diventa ‘The Militant Ecologist‘, con alla voce la jazzista Meshell Ndegeocello che dona sacralità ed intimismo ad una overture epica vagamente western disposta da Ribot, tra archi e chitarra elettrica twang.

Talvolta le canzoni prendono una piega folk, come in ‘Ain’t Gonna let them Turn us Round‘, che tuttavia nella seconda parte si trasforma in un crescendo rock sgangherato; surreale il brano latino ‘Rata de dos Patas‘, mentre ‘The Big Fool‘ torna sull’apocalisse ambientale: musicalmente un post punk sull’asse Birthday Party/Bad Seeds. ‘John Brown‘, cantata da Fay Victor è interessante perché narra di un uomo che lottò contro lo schiavismo in maniera radicale, da bandito, assassinando anche alcuni schiavisti e raccogliendo armi per la causa. Questo brano, provocatoriamente, vuol toccare un punto centrale per Marc Ribot: la rivoluzione non è un pranzo di gala, ma qualcosa in cui inevitabilmente sporcarsi le mani. Il disco si chiude con ‘We’ll never Turn Back‘ per l’attivista drag queen Marsha P. Johnson.

Un disco non facile, che procede per strappi continui tra atmosfere che inscenano di volta in volta i sentimenti più vari: jazzcore e post punk ma anche folk tradizionale ed ambient, passando per etnica, canti partigiani e blues. Un disco che non sappiamo in ogni caso in che misura farà davvero riflettere sulla rivolta. Parte del ricavato del disco andrà ad un’associazione che negli Stati Uniti assiste le persone immigrate che il governo vuol cacciare dal Paese.

http://marcribot.com/  
https://www.facebook.com/marcribot/

autore: Fausto Turi

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