Lo storico Anfiteatro romano di Pompei (Pompeii per dirla alla latina), il 2 luglio 2026, ospiterà, nell’ambito della terza edizione di B.O.P. – Beats of Pompeii, il concerto dei Beat di Adrian Belew, Tony Levin, Steve Vai e Danny Carey. INFO https://www.instagram.com/beats_of_pompeii/ Per la biglietteria clicca qui .
Il progetto “Beat” nasce dalla volontà di riproporre dal vivo il repertorio anni Ottanta dei King Crimson (a cui presero parte gli stessi Belew e Levin, con Robert Fripp alla chitarra oggi sostituito da Steve Vai e con Bill Bruford alla batteria oggi sostituito da Danny Carey); repertorio incentrato sui brani contenuti in “Discipline” (del 1981), “Beat” (del 1982) e “Three of a Perfect Pair” (del 1984).
All’alba dell’uscita di “Neon Heat Disease LIVE in Los Angeles 2024”, disco che, come suggerisce il titolo, riporta appunto registrazioni dal vivo dei Beat, si era fatta una recensione del live con specifico approfondimento (a cui si rimanda).
Ed ancora, in occasione dello speciale “La ‘frammentazione e reinvenzione’ dei King Crimson. Una retrospettiva per uno dei più grandi gruppi rock di tutti i tempi” e della recensione di “Sheltering Skies”, si era avuto modo di elogiare non solo la musica dei King Crimson degli anni Ottanta (affermando che “Discipline” aveva codificato un nuovo linguaggio musicale, assorbendo gli umori degli anni ottanta, riscrivendoli in una chiave unica), ma anche le loro peculiari capacità performative dal vivo di quegli anni, definendoli: “la perfetta macchina live” (per economicità di scrittura si rimanda a entrambi gli articoli).
– L’intervista
Ebbene, in previsione del concerto del 2 luglio, e del più ampio tour che i Beat terranno in Italia abbiamo partecipato all’intervista collettiva a cui hanno preso parte dei Beat Adrian Belew, Tony Levin e Steve Vai.
Preme evidenziare l’estrema disponibilità, cordialità e simpatia dei tre Beat intervenuti, che non si sono limitati solo a rispondere alle domande loro poste nei limiti delle stesse, ma hanno dialogato con i presenti in modo colloquiale e “aperto”.
Per restare in tema con la nostra trattazione, e con il concerto del 2 luglio, va subito detto che non poteva non emergere dall’intervista la particolare “suggestione” che accompagna l’esperienza live in Italia, con i suoi siti di interesse storico e archeologico come, appunto, l’Anfiteatro di Pompei.
Attestata la passione e dichiarato l’affiatamento dei musicisti coinvolti nel progetto Beat, è stata “certificata” l’indiscussa attualità, anche a 40 anni di distanza, della musica proposta, ancora oggi fortemente amata dal pubblico.
Di pregio è stato, poi, il riferimento alla frase detta da Miles Davis di non suonare ciò che c’è, ma di suonare ciò che non c’è… di suonare in sostanza le note che non ci sono; dalle dichiarazioni rese è emerso che tale principio è calzante anche per la musica dei King Crimson degli anni Ottanta che (sebbene sia in parte fortemente schematizzata – considerazione questa personale) lascia margini di improvvisazione, forte di una ricerca e di un “nuovo” che non si rigenera solo nelle “note” ma anche nel “suono”: i Beat suonano nel rispetto dei brani originali, ma in modo personale.
Interessante è poi il parallelismo, nelle parole di Steve Vai, tra la musica dei King Crimson (nello specifico la chitarra di Robert Fripp) e quella di Frank Zappa (ricordiamo che Vai ha suonato e collaborato con Zappa); Vai, oltre ad elogiare entrambi i musicisti, ha descritto da una parte come “unica” la tecnica di Fripp mentre dall’altra ha sottolineato come l’approccio di Zappa fosse da compositore, circostanza questa che inevitabilmente si riverberava anche nelle esecuzioni delle parti di chitarra stessa, in ragione di una scrittura non necessariamente “pensata” e nata specificatamente sulla chitarra.
Steve Vai ha poi avuto modo di chiarire come abbia sì suonato le parti di chitarra di Fripp, ma che lo abbia comunque fatto secondo anche il suo stile, scelta che lo stesso Fripp ha condiviso; non è mancato ovviamente l’apprezzamento di Vai per come Fripp e Belew abbiano costruito assieme le loro partiture di chitarra.
Adrian Belew ha, invece, chiarito il perché dell’ordine dato ai brani in scaletta, spiegando che nella prima parte del concerto ha preferito lasciare spazio a brani meno suonati dal vivo in passato, sopratutto quelli contenuti in “Three of a Perfect Pair”.
Allo stesso modo Belew ha spiegato che la scelta di aver incluso in scaletta anche “Red” (brano del 1974, e quindi non rientrante nel repertorio in studio dei King Crimson degli anni Ottanta), nasce dal fatto che dei pezzi del “passato”, “Red” e “Larks’ Tongues in Aspic, Part Two” erano composizioni che erano soliti suonare dal vivo anche negli anni Ottanta; tra le due, la scelta è ricaduta su “Red”.
Belew ha anche raccontato come sia stato Fripp a suggerire il nome Beat, quando Belew gli annunciò di aver messo su il gruppo.
Alla domanda se i Beat abbiano in animo la pubblicazione di materiale “inedito”, la risposta è stata che la produzione di nuova musica richiede tempo e “prove”, così come lo fu anche per i King Crimson, e che allo stato i Beat sono concentrati sui live; personalmente, da appassionato e da fan dei quattro musicisti, non posso che auspicare che Belew, Levin, Vai e Carey riescano a trovare ispirazione, “spazio” e “tempo” per regalarci un disco di nuova musica a loro firma.
Tony Levin ha, intanto, anticipato che darà alle stampe un libro di foto scattate da lui (è nota la passione di Levin per la fotografia) dei Beat in tour.
Al di là dei tanti interessanti spunti strettamente musicali, l’emozione più grande che (mi) ha trasmesso questa intervista è stato il profondo lato umano e la grande semplicità con cui Belew, Levin e Vai si sono rapportati e di come abbiano saputo far emergere anche aneddoti e fatti legati prima al loro essere “persone” che musicisti.
Ora non resta che attendere di assistere dal vivo al loro concerto.
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