Quando due dei migliori esponenti della musica più radicalmente indie e sperimentale si mettono insieme, il risultato non può che essere eccitante. “Unoblique Pattern” è il progetto musicale di Filippo Brandi — voce e chitarra degli ottimi Ludmilla Spleen e membro de L’avvocato mancato e di Ommemmerda — e di Paolo Cantù, che ha dato vita ad alcuni dei progetti più interessanti degli ultimi tre decenni, a partire dagli indimenticabili Six Minute War Madness, per proseguire con Tasaday, AShort Apnea, Uncode Duello e il suo progetto solista Makhno. I loro percorsi individuali, del resto, si sono sempre distinti per quella ricerca sonora che li ha portati ad approdare negli ambiti più stimolanti dello sperimentalismo e dell’avanguardia.
Questo disco è nato da una sessione intensiva di tre giorni nell’ottobre 2025. I due artisti hanno compiuto una selezione accurata tra i vari brani prodotti, scegliendo alla fine quelli in cui emergono tematiche quali la morte, la fine e la resa, ma anche la vita, l’inizio e la rinascita. Come ci si aspetta da musicisti di tal calibro, i brani si sviluppano lungo “strade oblique” e percorsi non lineari, che riflettono un’indagine interiore sfumata tra il nero e il bianco, il finito e l’infinito, il silenzio e la luce.
“Unoblique Pattern” si compone di due dischi, ciascuno dotato di una forte simbologia visiva e concettuale: il primo è il disco nero (-), rappresentato da una linea come simbolo di sottrazione, morte e resa; il secondo è il disco bianco (O), rappresentato da un cerchio come simbolo di addizione, vita e infinito.
L’album si apre con Incinerate The Rhyme (Myein I), un brano che fonde sperimentalismo, melodia ed essenzialità, proiettando subito l’ascoltatore in un territorio sonoro ibrido e affascinante. A seguire, Cicatrice sorprende per il suo spoken word su una base jazz spezzettata e rarefatta, quasi un dialogo interiore proiettato in uno spazio vuoto. Se A Scanner Darkly procede lento e ipnotico, evolvendosi in una trama sonora che avvolge l’ascoltatore in un’atmosfera onirica e destabilizzante, De Finitudine e Bias confermano la capacità del duo di giocare con i contrasti: il primo è contratto e poi liberato, come un respiro trattenuto; il secondo si ispira alle sonorità funeree dei Woven Hand, con testi che sfiorano il sacro e il perturbante.
I percorsi non ortodossi sono quelli più congeniali al duo: con One Is Pale With Orange Hair viene raggiunto l’apice di un’instabilità sbilenca, arricchita da lamenti che ricordano le voci fuori campo di un incubo metropolitano. Il massimo dell’oscurità si tcca tuttavia con Pallottole e Lutter: il primo con un canto inquietante immerso in descrizioni di notti urbane e violente; il secondo con un’elettronica scheggiata che suona come un allarme in sottofondo. La malinconia viene invece descritta con efficacia nella fluida Non saremo noi (Myein II).
Tra i momenti più angoscianti dell’album troviamo La colonia, dove il testo descrive incubi e paure recondite intrecciandosi a una musica che avanza come un’ombra, mentre Another Way To Say Leave sorprende con un jazz soffuso e oscillante, quasi una nenia che sale e scende tra le note. Infine, non si può non menzionare Confessions Of Isidore Of Seville, un brano che sembra sgorgare da un confessionale, con la voce che emerge da un vortice di suoni evanescenti.
Come nella migliore tradizione di Cantù e della Wallace Records, questo è un disco che richiede all’ascoltatore di abbandonare qualsiasi aspettativa convenzionale. Non è musica per tutti: chi cerca melodie immediate o strutture lineari potrebbe rimanere spiazzato. Eppure, è proprio questa frammentazione controllata, questa costante sospensione tra opposti, a rendere il progetto così affascinante. Brandi e Cantù riescono a trasformare l’angoscia in arte.
https://www.wallacerecords.com/en/artist/unoblique-pattern
































