Poco tempo fa, mi sono imbattuto in alcuni video del Binic Folk Blues festival che si svolge nella cittadina francese di Binic-Étables-sur-Mer, in Bretagna. La mia attenzione è stata catturata dal video di una band australiana dal nome sconosciuto: Public House. I suoni del basso ipnotico e il drumming potente della batteria, prima ancora che partisse un solo riff di chitarra, hanno catalizzato favorevolmente la mia attenzione e quando è apparso il primo piano del volto del cantante, tutto è diventato immediatamente familiare. Era quello di Wolfgang Buckley degli Stiff Richards, una delle più potenti band emerse di recente nel panorama dell’aussie-rock.
Per approfondire mi sono subito fiondato sulla loro pagina Bandcamp, ed è stato amore al primo ascolto. Il progetto PUBLIC HOUSE è nato nel 2024 sempre nella cittadina di Rye da un’idea di Wolfgang Buckley e del chitarrista James McClurg che, insieme a Brett Middleton (basso) ed Eric Johnston (batteria) hanno iniziato a registrare dei demo casalinghi che ben presto sono stati portati sui palchi di Melbourne e dintorni, finendo ben presto in Europa, conquistando gli ascoltatori più appassionati.
Dopo aver pubblicato il loro primo brano, “Rich Cunt Party” (registrato in casa come gli altri), all’inizio del 2024, ci è voluto quasi un anno per vedere pubblicati in rapida successione i singoli successivi, “Death Van”, “Twist The Knife”, “Garbage Bag Balaclava” e “Read The Meter” in seguito riuniti nell’omonimo EP d’esordio pubblicato dalla label francese Beast Records, ad eccezione di “Death Van”.
Dal punto di vista stilistico, i Public House si muovono tra il punk grezzo e il rock diretto; riff di chitarra incisivi, pattern di batteria concisi e un’interpretazione vocale intensa definiscono il loro sound. I testi riflettono osservazioni sull’alienazione e sulle irritazioni quotidiane, espresse con un linguaggio molto diretto, a volte provocatorio. I momenti di tensione sviluppati dal vivo trovano il loro equivalente nel disco in arrangiamenti compatti.
Rispetto agli Stiff Richards i Public House sono decisamente più aggressivi, in particolar modo per i testi proposti che vengono proposti con ritornelli accattivanti declamati con la brutalità necessaria a catturare l’attenzione dell’ascoltatore. Il loro disco d’esordio “Future” (Beast Records) mette in scena dieci canzoni incentrate sulle numerose sofferenze della società moderna che va incontro a tempi sempre più cupi-
Il disco è aperto da “Police State” che esplicita come meglio non si potrebbe il controllo repressivo esercitato anche dagli stati più democratici. “Self Indulgent, Self Improvement” affronta il tema della competizione che la società moderna inculca nel mondo del lavoro e non solo e di come fare per cercare di “essere migliore di te”.
Ma per quanto si provi a combattere i tempi cupi che si prospettano vengono proposti brutalmente a chi non si allinea e rischia di rimanere vittima della “Natural Selection”: “E il potere che ritorna con il risentimento popolare…un’altra elezione suppletiva, un altro uomo sconfitto, iniezione imposta dallo Stato”.
Il basso ipnotico, unito al drumming metronomico che introducono “Kali Yuga” fanno da sfondo ad uno dei brani più efficaci del disco. Prendendo in prestito le sacre scritture induiste secondo cui il Kali Yuga ritenuto quello attualmente in vigore: tratta di un’epoca oscura, caratterizzata da numerosi conflitti e da una diffusa ignoranza spirituale, che induce gli uomini a credere solo negli aspetti più superficiali e materiali della realtà. Una feroce critica ai politici, tutti uguali, che “cavalcano il kali yuga, senza lasciare nulla al passo, mentre ti rovinano il futuro”.
I riff pesanti di “Bad Dog” fanno da spartiacque tra prima e seconda parte del disco che si apre con la velocissima “5 Hours” che parla di eccessi e del poco tempo di pausa prima di essere ripreso dal vortice.
“Stalker” è all’apparenza la ballata del disco e parla di un amore ossessivo e non corrisposto, che rischia di ammantarsi di tossicità: “mi sento come uno stalker, ti fisso dalla finestra, spero che tu non mi conosca mai, ti ucciderò se mi lasci”. Il punk torna a ruggire in “Society Says” che torna a parlare con veemenza del conto che la società impone a noi tutti se vogliamo ambire a qualcosa come ricchezza e benessere in cambio del debito da pagare. La Società è un diavolo che vuole la nostra anima.
La title track chiude l’album in maniera catastrofica e claustrofobica non prospettando alcuna via d’uscita plausibile se non facendo ricorso a sostanze pericolose.
Questo esordio dei Public House porta con se tutto lo scibile non solo del glorioso passato dell’Aussie Rock, ma anche di quello più recente inserendosi nella scia di tante band che uniscono l’energia del punk alla voglia di ribellarsi e soprattutto denunciare il momento più assurdo della storia dell’umanità, quello in cui i tecnocrati regnano sovrani, mentre l’intelligenza artificiale incassa miliardi e le nazioni si annientano a vicenda con il massimo pregiudizio, come bene stanno facendo band loro contemporanee come Pist Idiots, C.O.F.F.I.N., Last Quokka, Split System, ARSE.
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