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Snail Mail, Ricochet: crescere senza fare rumore

di Eliseno Sposato
1 Maggio 2026
in Recensioni
Tempo di lettura: 4 minuti
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Con Ricochet, Lindsey Jordan torna a firmare un nuovo capitolo della storia di Snail Mail scegliendo consapevolmente di abbassare i toni. Dopo l’intensità emotiva di Lush e la drammaticità adulta di Valentine, il terzo album segna una fase diversa: meno urgenza confessionale, più distanza, più riflessione. Un disco che guarda al tempo che passa, alla mortalità e alle aspettative con uno sguardo lucido, spesso elegante, ma non sempre altrettanto tagliente.

L’apertura è promettente. “Tractor Beam” accende subito il disco con chitarre jangly e un crescendo luminoso che mette in scena uno dei temi chiave dell’album: la dissociazione, il sentirsi ai margini pur investendo tutte le proprie energie nel tentativo di trovare una via d’uscita. È un brano che ricorda perché, fin dall’EP Habit, Jordan venga considerata una delle penne più sensibili dell’indie rock contemporaneo. Ma Ricochet non insiste su quell’urgenza: preferisce allargare lo sguardo e rallentare il passo.

Tematicamente, l’album segna un deciso allontanamento dal heartbreak che aveva definito l’immaginario iniziale di Snail Mail. Qui Jordan scrive della morte, di ciò che resta dopo, della paura di essere sostituiti e della sensazione che il mondo continui a girare indipendentemente dai drammi individuali. Brani come “My Maker”, “Nowhere” e “Hell” sono attraversati da immagini ricorrenti di aeroporti, paradisi, attese e luoghi di passaggio: metafore efficaci di una fase di vita in cui nulla sembra più definitivo.

Non è un caso che Ricochet arrivi dopo anni complessi per Jordan: l’intervento alle corde vocali, la logopedia, il trasferimento da New York alla Carolina del Nord, una nuova stabilità personale. Tutti elementi che si riflettono in una vocalità più controllata e levigata, tecnicamente superiore ma meno ruvida rispetto al passato. Una crescita evidente, che però divide: la voce, spesso sommersa da una produzione stratificata e sognante firmata insieme ad Aron Kobayashi Ritch (Momma), perde a tratti quella centralità emotiva che aveva reso immediati brani come “Pristine” o “Heat Wave”.

Dal punto di vista sonoro, Ricochet guarda apertamente agli anni ’90: grunge diluito, dream pop, shoegaze, alt-country e power pop convivono in un disco curato e coerente, arricchito da ampi arrangiamenti d’archi. Quando funzionano, questi elementi aggiungono profondità e respiro cinematografico; quando no, finiscono per smussare gli spigoli di canzoni che avrebbero beneficiato di una maggiore essenzialità. La parte centrale del disco è quella più debole, con brani che scorrono piacevoli ma faticano a lasciare il segno, penalizzati da ritornelli poco incisivi e soluzioni già sentite.

I momenti migliori arrivano quando Jordan decide di stringere di nuovo il campo. “Hell” è uno dei picchi di Ricochet: una canzone tesa e diretta in cui la paura della morte viene affrontata senza troppe metafore, sostenuta da chitarre ruggenti e da una struttura finalmente affilata. Anche “Agony Freak” e la conclusiva “Reverie” mostrano una Jordan più ironica e disillusa, capace di guardare con distacco sia alla propria immagine pubblica sia alle dinamiche dell’industria musicale.

Il limite principale di Ricochet sta nella sua costante tensione tra universalità e specificità. Nel tentativo di sottrarsi all’autobiografia estrema che l’ha resa celebre, Jordan sceglie una scrittura più velata e cauta. Una scelta comprensibile, forse necessaria dopo anni passati a mettere tutto in piazza, ma che a tratti lascia la sensazione che alcune canzoni si fermino un passo prima di colpire davvero. La struttura c’è, il talento anche, ma non sempre il disco osa fino in fondo.

Ricochet resta comunque un album onesto e coerente, il ritratto di un’artista nel mezzo della trasformazione. Non è il ritorno travolgente che alcuni aspettavano, né un semplice disco di passaggio. È piuttosto il suono di Lindsey Jordan che impara a convivere con il silenzio, con le zone d’ombra e con l’idea che crescere non significhi necessariamente brillare più forte. A volte basta rimanere in equilibrio mentre tutto intorno continua a muoversi.

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