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Intervista: Kalweit and the Spokes

di Redazione
16 Dicembre 2013
in Interviste
Tempo di lettura: 4 minuti
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I Kalweit and the Spokes sono: Georgeanne Kalweit (ex Delta V)autorice dei testi, Leziero Rescigno (ex SoulMio e La Crus) e Giovanni Calella, il loro primo lavoro s’intitola Around the Edges. Un disco ispirato ai colori e agli odori della terra del Salento e ai deserti dell’American South West.
È un progetto nato dall’incontro di questi tre musicisti proveniente da diverse scene musicali i quali uniscono le proprie conoscenze per sperimentare fra diversi stili come l’old school blues, folk, post-punk per rielaborarli in uno stile dove la canzone è al centro del lavoro.

Dove nasce il progetto Kalweit and the Spokes?
Giovanni: Il progetto nasce a Milano nella primavera del 2007 dall’incontro di Georgeanne con Leziero e Me.
Io e Leziero stavamo producendo un lavoro dove Georgeanne ha partecipato cantando e scrivendo alcune canzoni come special guest. Dopo quell’esperienza abbiamo iniziato a immaginare che si poteva creare un nuovo progetto tutto nostro. Era da tempo che stavamo mettendo giù idee che avevano un carattere nel suono molto ruvido e scarno, e l’incontro con Georgeanne, che a sua volta cercava dei musicisti con i quali condividere un nuovo percorso musicale, ci ha dato la motivazione ulteriore a realizzare questo disco. Credo sia stato uno stimolo reciproco.
Siete musicisti dalle diverse esperienze da dove provengono?
Giovanni: In realtà non è che siano cosi diverse se si considera che la musica oramai è meno legata a un’etichetta di stile o di forma come avveniva qualche anno fa. Ognuno di noi ha avuto a che fare con realtà musicali differenti e collaborazioni che hanno arricchito il linguaggio personale. Un po tutti e tre abbiamo spaziato divertendoci a metterci in gioco in varie situazioni, dall’elettronica alla canzone d’autore, al funk al rock e folk, non tralasciando anche quella che viene definita musica sperimentale o strumentale…
Quali sono i personaggi dello spettacolo che vi hanno ispirato alla composizione?
Georgeanne: Kim Gordon dei Sonic Youth e Beck Hanson.
Giovanni: Per quanto mi riguarda sono cosi tanti e diversi tra loro che mi risulta difficile rispondere con precisione…
Un mito del cinema Clara Bow come rientra nella vostra musica?
Giovanni: Il cinema è stato sempre una passione in comune a tutti e tre per cui è sempre nell’aria. Quando abbiamo scelto la copertina che era un dipinto di Georg. dedicato a lei ci è venuto spontaneo inserire questa figura nel concept del disco. L’abbiamo capito solo verso la fine ma in realtà è come se ci avesse osservato sin dai primi passi.
Georgeanne: Io ho incontrato la figura di Clara Bow, diva del cinema muto, durante un soggiorno in un albergo nel deserto Mojave anni fa quando vivevo a Los Angeles. Clara Bow aveva dormito nello stesso albergo di quattro stanze negli anni ’20. Sono pittrice e ho dedicato un dipinto a lei (che è stato scelto come copertina del disco “Around the Edges”). Ho anche scritto una poesia che parla di lei e del quadro che recito come spoken all’interno del live. È una figura che rappresenta una donna molto espressiva ed emancipata, avanti rispetto ai suoi tempi ma anche molto sola e sfruttata.
I vostri brani parlano del disagio socio-politico del nostro tempo. Perché questa scelta?
Georgeanne: Credo che l’indifferenza sia un gran male dei nostri tempi e alcuni dei miei testi sono solo uno specchio di quello che vedo e percepisco. Sento che la musica, come l’arte visiva rappresenta un’opportunità da non far sfuggire, per risvegliare la coscienza e far riflettere.
Giovanni: Perché iniziamo a sentire il peso di questo disagio nelle nostre vite e nella società in cui viviamo.
Quali sono stati gli ascolti che vi hanno portato alla composizione dei brani?
Giovanni: Gli ascolti di una vita…
L’album è stato anticipato da una serie di date live. Cosa vi ha fatto capire l’esperienza sul palco?
Georgeanne: Il live è fondamentale per me, adoro il palco ed è li dove si raggiunge una specie di comunione con le persone. Anche qui è un’opportunità di mettere in azione idee, volendo, un po teatrali e visive, come nel nostro caso, attraverso la scelta accurata di immagini e sequenze filmiche che completano il “quadro” privilegiando una performance sensoriale con musica e coreografia in libero fluire.
Giovanni: Che impatto potessero avere i brani sul pubblico e il tipo di equilibrio interno visto che la nostra formazione non è la classica rock band, non c’è un basso e tutto è sbilanciato sulla voce la chitarra e la batteria.
Queste date ci hanno dato l’opportunità di perfezionare lo spettacolo che comprende inoltre delle proiezioni che fanno da scenografia.
A chi è ispirato Around the Edges?
Georgeanne: Io provengo da Minneapolis, Minnesota nel profondo Nord degli Stati Uniti e da vari anni trascorro dei periodi in provincia di Lecce, nel profondo Sud, nella terra del mio compagno, sempre accolta maestosamente dalle persone e i paesaggi. Ogni volta che torno li mi viene in mente quanto sono lontana da dove vengo io. Il testo del brano cita: and I’m somewhere else where ice can form, around the edges of a memory storm; e sono da qualche altra parte dove si forma il ghiaccio, intorno ai confini di una tempesta di ricordi.
Quando sono li giù, immersa in quella penisola che è il Salento, cosi diverso dai boschi e laghi della mia terra nativa, le emozioni, i ricordi e le sensazioni si amplificano e si mescolano, e viene naturale esaminare i passi fatti nella vita, sopratutto per persone come me che scelgono di vivere all’ “estero”, circondata da un clima e costumi diversi. Around the Edges (Intorno quello che sta ai Margini) alla fine è ispirato a me, che sarò sempre “the other”, e dedicato al mio compagno, ma anche sul tema dell’appartenenza, i confini e i ricordi che trasciniamo con noi ovvunque andiamo.
Come si allineano il Salento e i deserti dell’American South West. Dove avviene l’incontro?
Georgeanne: Ho passato molto tempo nei deserti del Sud Ovest degli Stati Uniti quando vivevo a Los Angeles, erano luoghi di fuga dalla metropoli per me ed in qualche maniera il Salento nell’entro terra, con quella terra rossa e il clima estivo secco, certi cieli e velocissimi nuvole basse mi fanno pensare ai deserti e al “Far West” Americano, anche per il fatto che il Salento sembra un po isolato dal resto, posto perfetto per fuggire. Il sound del disco ha accenni, non a caso, un po western come sfondo ad alcuni testi che parlano di spazi svuotati e desolati grazie ai nostri tempi un po nefasti.
Autore: Patrizio Longo @ Extranet

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