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Recensione: A Hawk And A Hacksaw – Darkness at …

di Redazione
16 Dicembre 2013
in Recensioni
Tempo di lettura: 2 minuti
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Sarà passato un anno dall’omonimo debutto di Jeremy Barnes aka A Hawk And A Hacksaw. Forse anche meno, e comunque meno di quanto ci si aspettasse per un progetto consistente in una one-man band in licenza dalla usuale “postazione di lavoro” (i Neutral Milk Hotel, nella fattispecie). Una conferma, questo “Darkness at Noon”, che alla quiescenza della band-madre corrisponde simmetricamente un impegno assiduo e intenso, anzichè occasionale, per un’idea solista che asce e si sviluppa su coordinate geografiche, e per osmosi anche sonore, ben lontane dal continente americano, terra di origine di Jeremy.
Ripartiamo allora da quel debutto, caratterizzatosi come un bizzarro – o, più appropriatamente, inaspettato – excursus nella tradizione musicale dell’Europa centro-orientale, slavofona sì ma profondamente dipendente dall’essenza culturali di popolazioni “altre”, che siano residuo di passate colonizzazioni (impero ottomano e derivati) o apolidi erranti con valigia sempre carica di identità (ebrei, zingari). Un’insalata di klezmer, fanfare e atmosfere weilliane attinte “on site” da Barnes (per il tramite del concreto soggiorno in terra est-europea) parcellizzata in schegge sonore cui difficilmente si sarebbe potuto attribuire lo status di “canzone” in senso stretto – donde il senso di estemporaneità e “low profile” che il progetto sembrava avere cucito addosso.
“Darkness at Noon” riparte da questo tema, ampliandone il respiro verso componenti “casualmente” (come vedremo) affini, e caricandolo di organicità e struttura, quasi a voler significare che tale scelta estetica, lanciata a mo’ di sasso nello stagno lo scorso anno, affonda in profondi convincimenti e contempla un’ambizione di “istituzionalità”, ossia una dichiarazione di quella che è l’effettiva dimora ispirazionale di Barnes. Quali prove a suffragio di ciò?
Innanzitutto il progetto non è più una faccenda one-man coadiuvata da una mera “manovalanza” di ospiti, ma una band vera e propria, con membri stabili o quanto meno “a ruolo” (Dan Clucas alla tromba, Mark Weaver alla tuba, Heather Trost alla voce) – fermo restando il ricorso a contributi “esterni”, come nel caso del compagno di main-project Jeff Mangum. In secondo luogo, e quanto di più percepibile, i brani del nuovo disco si dilatano – e, in via inversamente proporzionale, si riducono di numero –, anche oltre i 10 minuti, lanciandosi, più che verso jam circensi, in circumvoluzioni sonore con un inizio e una fine ben distinti dai brani “limitrofi”, che imboccano più strade creative in sequenza, perdendosi per strada, ma riprendendosi pienamente prima che giungano a compimento.
Non vanno inoltre trascurate le accennate affinità “casuali” – con il suesposto “core” stilistico – che Barnes va a scovare: le trombe mariachi, involontariamente imputate di una inspiegabile matrice comune con certe balcaniche scorribande di ottoni, o quella spettrale fisarmonica capace di svelare elementi di folk nordamericano tra uno shtetl e l’altro; o ancora, immaginate una tromba ottomana che impazzita si mette a scarabocchiare sfuriate free-jazz. Pur se l’effetto spiazzante e surreale del debut album è svanito, la fiera del sorprendentemente possibile è ancora in corso, ed è allestita col tocco e la prospettiva di chi ha scritto piccole ma importanti pagine della saga indie-rock a stelle strisce.

Autore: Bob Villani

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