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Recensione: Azita – Life on the Fly

di Redazione
16 Dicembre 2013
in Recensioni
Tempo di lettura: 2 minuti
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Mai prendere sotto gamba una release. Le sorprese sono sempre dietro l’angolo, non solo quelle strettamente musicali, ma anche quelle bio-anagrafiche, più o meno connesse che siano alla prima tipolgia di vicende.
Tutto nasce dall’ultimo album di quel terribile folletto di Ian Svenonius e i suoi Weird War, in cui fa capolino, come guest vocalist, tale Azita (e chi ha letto l’intervista sa che ho anche chiesto di lei, quindi, amici, niente bluff da consumatissima militanza musicale…). Basta una scintilla del genere perché un “Life on the Fly” come questo mi capiti per le mani. E nel frattempo la mia personale agenzia investigativa si lancia allo scoperto…
Azita – due parti di Diamanda Galas, una di Lydia Lunch nell’aspetto – fa Yussefi di cognome. Iraniana di origine, e anche di infanzia benchè nata negli States. Ma la questione etnico-antropologica finisce qui. Non c’è nessuna Natacha Atlas di Persia da scoprire, anzi, i suoi trascorsi sono quanto di più antinomico si possa pronosticare. Ricordate le Scissor Girls, le mine vaganti (donne) no-wave della Chicago anni 90? Bè, lei era lì, basso tastiere e voce, a scioccare gli astanti tanto con completini da scuola cattolica quanto con strisce di involucri da imballaggio. Poi si è vista nei Bride Of No No, solista come AZ, infine col corrente moniker.
E’ puramente retroattivo e ideale quindi lo spiazzamento derivante da “Life on the Fly” (che, si sarà capito, rappresenta per chi scrive la prima Azita-experience). I tempi della no-wave sono belli che passati, come pure le sperimentazioni vocali e di piano del precedente “Enantiodromia”. Riavvicinatasi negli anni a quel pianoforte da cui aveva cominciato, Azita recluta per questo disco un pezzo di “crema” musicale di Chicago, quella “alternative” ma “sobria”: John McEntire (e l’unica precisazione che vale la pena di fare, in tale contesto, è che si tratta del boyfriend di lei), Jeff Parker (chitarra, ancora Tortoise), Matthew Lux (basso negli Isotope 217), Rob Mazurek (ma solo in un paio di brani).
Anime abbastanza diverse per un risultato comunque omogeneo, coeso, epperò coerente con la loro già dimostrata versatilità – e perizia tecnica. Come se tale estemporaneo ensemble esistesse da sempre, e da altrettanto tempo dedito all’inseguimento della “perfect pop song”, accezione-Bacharach: morbido jazz pianistico, un po’ di carica soul-r’n’b, qualche scorribanda blues-rock ben dentro le righe. Un sound corposo, arioso, fluido, ma anche capace di inclinazione romantica, che si afferma con forza e che entra in perfetta sintonia con la voce robusta, quasi maschile di Azita.
Un sound che esplica la propria cifra tanto sul versante “dinamico”, su cui Azita sguinzaglia meglio la sua ugola (e sono i brani che preferiamo: le evoluzioni melodiche dell’iniziale ‘Wasn’t in the Bargain’, lo swing di ‘Just Joker’, il ritmo incalzante di ‘Miss Tony’), quanto sul versante più “chilly”, in cui la nostra veste, con pieno agio, i panni di moderna e mascolina chanteuse. In panciotto e completo sabbia, un tocco appena di rossetto, come nel retro della copertina: perfetta…

Autore: Bob Villani

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