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Editors: EBM è il disco-svolta con Blanck Mass membro ufficiale.

di Redazione
4 Ottobre 2022
in Focus On, Primo Piano
Tempo di lettura: 8 minuti
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Dopo una versione rimasterizzata del loro sesto disco Violence, a cura di John Power, aka Blanck Mass, questo nuovo LP degli Editors vede Blanck Mass definitivamente arruolato come membro ufficiale della band. E la svolta si vede e si sente. 

Il primo singolo di questa estate Heart Attack annunciava questa svolta in maniera prorompente: entra negli arsenali melodici della band un ritmo quasi techno, tutto fatto di sintetizzatori e lavoro elettronico. Anche se il secondo singolo che si ascolta in questi giorni nelle radio Karma Climb è più tradizionale in termini di strumenti rock utilizzati (atmosfere spettrali attraversate da chitarre post-punk e una sezione ritmica aiutata ma non esclusivamente realizzata da batterie elettroniche) bisogna dire che il tenore dell’intero EBM, settimo lavoro discografico della band di Stafford capitanata da Tom Smith, è completamente elettronico. 

Ma la svolta non è l’elettronica in sé: gli Editors infatti non sono nuovi a commistioni fra chitarre e synth, basta guardare ai precedenti lavori, il già citato Violence, il suo precedente In Dreams e soprattutto il terzo disco della band, In this Light and on This Evening.

La svolta è tutta ritmica, nella misura in cui i loop e gli effetti vari tendono a incidere soprattutto sul ritmo, decisamente techno, che è per quasi tutto il disco indemoniato, o poco ci manca.

Si può dire anzi che EBM rappresenta la sintesi perfetta, l’equilibrio finalmente raggiunto che il gruppo di Birmingham cercavano fra il graffiante sound di riff di chitarra che li caratterizza nei primi due dischi d’esordio, The Back Room e An End Has A Start e nel quarto The Weight of Your Love, (il primo senza il chitarrista degli esordi Chris Urbanowicz che tanto aveva dato di caratteristico a quel sound) e gli altri tre, più elettronici e con le chitarre decisamente in sottofondo. In EBM le chitarre ci sono e si sentono, e sono lo strumento principale dei riff. Ma sono spesso coperte dalla pesante dinamica ritmica ottenuta come detto mediante effetti di vario tipo al computer.

editors EBM

Il risultato è un album di ottima fattura (lo scrive chi pensa da sempre che i migliori Editors siano comunque quelli dal sound rock new wave delle chitarre), ed è sicuramente il prodotto che Tom Smith, con Russell Leetch, Edward Lay, Justin Lockey alla sessione strumentale e Elliott Williams e John Power alla sessione synth cercavano da tempo, come dimostrano i risultati a volte incerti di Violence, e poi le rimasterizzazioni di Blanck Mass, e gli inediti presenti nella raccolta di hits che ha preceduto questo disco, che sono la traccia principale per capire come e da dove è evoluto questo sound.

EBM (acronimo di Editors+Blanck Mass, ma anche riferimento alla Electronic Body Music, movimento musicale degli anni ’80 di band come Nitzer, Ebb, Front 242 , DAF, che certamente hanno influenzato questo ultimo lavoro) infatti è l’evoluzione di pezzi come Frankenstein, Black Gold e Upside Down, che fino ad ora non hanno trovato collocazione in alcun disco ma che rappresentano appunto il pre-working di questo ultimo lavoro, a cavallo fra il remaster di Violence e il greatest hits.

Ebbene, se vale la buona regola generale secondo cui un disco è un buon disco se i singoli non sono le sole belle canzoni, allora possiamo dire che l’obiettivo è stato raggiunto. In EBM Heart Attack e Karma Climb spiccano, ma non sono le canzoni migliori: Picturesque su tutte, col suo ritmo incalzante e i toni gotici, e Strawberry Lemonade, Strange Intimacy e Educate quantomeno reggono il confronto, e contribuiscono a delineare un album molto bello, giocato su ritmi fortissimi, e su testi piuttosto criptici e contorti, nei quali però si percepisce sempre il grido inquieto e incapace di star fermo di una generazione nuova di musicisti.

Si possono trovare riferimenti evidenti alla pandemia ma anche alla crisi politica inglese (“can you feel the broken nation?” si canta in Strawberry Lemonade, oppure “chi ci ascolta più ormai?” in Heart Attack) ma in realtà la tecnica testuale è di inserire singoli versi di riferimento concreto in un contesto più astratto, emozionale, quasi ipnotico. “Penso sia sempre meglio se l’ascoltatore può disegnare le sue proprie conclusioni su quello che scrivo” dice Tom, e Justin aggiunge: “Siamo seduti in uno spazio piuttosto emozionale, così se tutti vogliono sapere di cosa parlano i testi bisogna tener conto che la musica è la metà dell’emozione e fissa il mood e il tempo. Talvolta è meglio lasciarsi andare a questo che cercare significati precisi di tutte le parole”.

C’è senz’altro nei testi di Smith una urgenza, continuamente raccontata, di non stare fermi, di andare oltre, di non accettare l’esistente, con irrequietezza e spavalderia. Lo stesso Powers lo sottolinea quando dice che “Questo nuovo album è molto fisico. EBM è nato dall’idea di creare una connessione con il pubblico e di occupare uno spazio fisico. C’è anche, allo stesso tempo, una fisicità emotiva: un’urgenza e un senso di panico. C’è dell’agitazione. Anche nei suoi momenti più delicati, c’è sempre un fortissimo desiderio di avvicinarsi”.

Heart Attack in questo senso sembra la canzone manifesto: “liberiamo un grido di battaglia, gli angeli sono dispersi nel bianco e nero, siamo da sempre nati per questo, sparare attraverso il buio, la mia ragione per esistere/ l’amore è di nuovo incendiario, bruciami sul braccio e combatti”.

Ma anche Picturesque, complice anche il ritmo da guerra, sembra una canzone da arruolamento punk: “non ti senti anche tu spezzato, un gettone, preso a calci e riempito di bugie? Resta finché non potremo più tenere gli occhi aperti, mi crogiolo in te, giura che ricorderai sempre che un’anima ha bisogno di una rabbia per minacciare”.

Le canzoni del disco sono quasi tutte così, aggressive tanto in musica quanto in testi: il trittico iniziale Heart Attack, Picturesque e Karma Climb è veramente da paura, tra testi e musica, nel lanciare questa nuova versione fisica e molto industrial rock degli Editors, che per grinta e rabbia dei testi non trova confronti recenti se non risalendo a canzoni bellissime e ingiustamente dimenticate del secondo disco quali When Anger Shows e Escape the Nest.

Una piccola pausa di queste atmosfere agguerrite e militanti si compie tra Kiss e Silence, le due canzoni più “leggere” del disco, con Silence in particolare che rievoca atmosfere meditative e liriche degli Editors, che pure esistono nella band dai tempi di Push Your Head Toward the Sky fino alle recenti No Sound but the Wind e Belong.

Il ritmo forsennato, techno, elettronico, industrial, riprende con tutta foga con l’esordio tra Kraftwerk e Joy Division di Strawberry Lemonade, e così anche i testi arrabbiati che incitano alla rivolta interiore, mentre Vibe si potrebbe defInire l’unica canzone veramente disco-pop e allegra dell’album.

Album che si avvia alla chiusura con un’altra possibile hit, Educate, che inizia con una batteria roboante, ma subito ridisegnata da un riff pop di tastiere arioso e luminoso, che porta la canzone verso arie molto tipiche degli ultimi Editors (Darkness at the Door, All the Kings, Ocean of Night) nelle strofe, per poi trasformarsi ancora nel ritornello quando entra la chitarra ritmica e si va nell’epica del coro “Don’t Educate!” che ricorda analoghi cori molto molto conosciuti ai fan degli Editors (Fingers in the Factories o Bullets per esempio). Album che si conclude con un altro mini-capolavoro, Strange Intimacy, una canzone che inizia strumentalmente con atmosfere che ricordano i Simple Minds di Theme For Great Cities, quando cioè i Simple Minds (sconosciuti ai più) agli inizi degli anni ‘80 cercavano di fare quello che gli Editors in questo disco riecheggiano, ovvero un album industriale e lobotomico.

Ed in effetti, evocate tutte le possibili reminiscenze, verrebbe da dire che EBM in fondo è un omaggio a quei Simple Minds (quelli, per capirci, di Songs of Fascination, Sister Felling Calls, Empires and Dance) e quei Depeche Mode degli esordi. Un ennesimo omaggio, insomma, agli anni ’80 più nascosti e produttivi, di cui gli Editors sono senza dubbio i figli prediletti sin dai tempi del primo disco.

Ad alcuni fan potrà sembrare che con questo disco gli Editors si sono spinti troppo in là su un sound che li ha deviati dal loro originario percorso rock-pop. Intuisce la critica forse anche Justin Lockey quando dice: “Accade con ogni nostro disco: facciamo qualcosa che piace molto, e subito dopo andiamo avanti e facciamo qualcos’altro”. 

Di certo, è il disco più ambizioso che gli Editors abbiano mai messo in piedi, ma è anche meno rivoluzionario di quello che la patina industrial e techno (anche i Rammstein sono stati una ispirazione, come ammette Powers) lascia pensare ai primi ascolti.

Dietro questa patina, soprattutto ritmica e caratterizzata da riff tutti sintetici, ci sono in realtà accordi e melodie, e persino cori e falsetti, tipici degli Editors degli ultimi dischi. Si pensi per esempio ai cori del finale di Strawberry Lemonade, o al riff di chitarra di Karma Climb, o al ritornello cantato di Educate o Strange Intimacy. E’ come se gli Editors stiano vestendo di vestito nuovo e volutamente provocatorio quanto sia in realtà nelle loro corde melodiche da sempre. 

In ogni caso, questo disco denota il loro enorme coraggio. Avrebbero potuto crogiolarsi nel successo raggiunto da tempo: tutti i sei album degli Editors sono stati infatti in Top 10 in UK, due si sono piazzati al #1 e il loro lavoro d’esordio The Back Room era in lizza per un Mercury Prize. Il loro ultimo tour li ha visti esibirsi all’OVO Arena di Wembley nel 2020 per il più grande show da headliner di sempre, dimostrando così quanto il loro pubblico sia sempre stato in costante crescita.

La band ha anche annunciato un tour europeo di 15 date a ottobre, di cui due in Italia il 20 al Fabrique di Milano e il 21 all’Unipol Arena di Bologna che si aggiungono all’unica tappa estiva già svolta il 19 luglio al Balena Festival a Genova. E c’è da giurare, come da loro dichiarato, che in questo tour il ritmo sarà micidiale, e molto fisico, perché le canzoni sono nate per questo, quasi una ribellione ai ripari forzati e virtuali dell’epoca Covid. Freak Out ci sarà: vedere per credere, anzi per vibrare!

http://www.editorsofficial.com

autore: Francesco Postiglione

 

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