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Intervista: Architecture in Helsinki

di Redazione
16 Dicembre 2013
in Interviste
Tempo di lettura: 4 minuti
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Con l’ultimo album Moment Bends (Modular Recordings) gli Architecture in Helsinki escono fuori con un profilo assolutamente nuovo, perché questa volta hanno deciso di viaggiare leggeri. Dopo aver giocato con la sperimentazione strumentale a vastissimo raggio (dal trombone al clarinetto, dal flauto dolce al glockenspiel) sono arrivati a misurarsi con l’elettropop anni Ottanta.
Una tappa quasi obbligata per tutte le indie-band fabbricate negli Anni Zero. Il leggero ritardo con cui questi australiani si presentano ai sintetizzatori e alle percussioni da laptop ha però dato loro il tempo di imparare la lezioncina e arrivare il giorno dell’interrogazione senza ripetere tutto a memoria: l’effetto totale del disco è quello di una giornata in spiaggia, sigaretta, cocktail e un’amaca spinta a ritmi reggae giamaicani, mentre i synth ti fanno aria con una palma.
Detto facile: una roba che sembra reggae suonato coi sintetizzatori. Del tipo sorseggio/ammicco.
Da Desert Island, traccia/tavolozza di apertura, che ha il compito di fornire tutti i colori di una spiaggia al tramonto, si attraversa il momento marpione del flirt (Sleep Talkin’), quello cupo del due di picche (Everything is Blue), la sperimentazione di una nuova, aggressiva, camminata da spiaggia sulle note di W.O.W. (che tiene per una mano il signor Michael Jackson e per l’altra l’elegante Prince).
La label australiana ha prodotto questo nuovo lavoro e in copertina ci ha messo sopra un invitante spruzzo d’acqua: non mentiva. Perché proprio sul palco del Neapolis 2011 la scorsa estate (e di recente a Bologna), gli Architecture in Helsinki sono stati come un radiatore da giardino nel bel mezzo del deserto: freschi e frizzanti.
Un radiatore ad acqua gasata, mettiamola così. Prima dell’esibizione al Neapolis, Kellie Sutherland e Cameron Bird, gironzolavano per il backstage, impossibile non notarli: pantaloncini zebrati, unghie turchesi e capelli ossigenati, lei; il tutto per un metro e sessanta a stento. Occhiali scuri e rotondissimi, sorriso spaesato e ciuffo da jet lag, lui; il tutto per circa un metro e novanta. Poi comunque si sono seduti, e allora è stato più facile.

Dobbiamo leggere la sperimentazione costante degli Architecture in Helsinki come ricerca di un’identità che la band non ha ancora trovato in via definitiva?
Assolutamente no. Immergersi nella scrittura di un nuovo album è un po’ come fare un viaggio. E non si visitano sempre gli stessi luoghi. Se guardi l’esperienza di gran parte degli artisti pop degli ultimi trent’anni, vedrai che tutti loro sono alla ricerca costante di nuovi sound e nuove idee. Forse quello che ci caratterizza come band è proprio il fatto che ogni album sarà diverso dal precedente.
Avete lavorato a moltissimi remix, collaborando con band quali Shout Out Louds e Yacht. Dopo il successo del vostro album del 2005, “In case we die”, avete rilasciato l’anno successivo “We died, they remixed”, messo su unicamente da remix. Anche questo fa parte della sperimentazione degli Architecture in Helsinki?
Il remix fa parte dell’apprendimento, in vista della sperimentazione. Per noi è un gioco, ci permette inoltre di venire a contatto con molti artisti, è un modo per far circolare nuove idee e imparare anche dalle esperienze degli altri. Essere remixati o remixare è semplicemente una scusa per incontrarsi e scambiarsi nuove idee sulla musica. La tiene in vita.
Siete una band di Melbourne, Australia. Una provenienza che ancora suona lontana ed esotica: quali sono gli aspetti del vostro paese che amate conservare nella vostra musica?
Melbourne è una città multiculturale, ha in sé una grande energia. Tra le città australiane è una delle più grandi, per cui ci sentiamo inseriti, ma al tempo stesso, non trattandosi di una metropoli, si vive anche molto comodamente. Ci lasciamo ispirare da questo modo di vivere, semplice e aperto alle diversità.
Avete diviso il palco con molte band. Per citarne solo alcune: Clap your hands and say yeah, Belle and Sebastian, Death Cab for Cutie. Qual è stato l’incontro più interessante?
Senza dubbio per noi è stato emozionante conoscere e lavorare al fianco di David Byrne dei Talking Heads. Era uno dei nostri miti e adesso siamo diventati amici. Ancora a volte non riesco a crederci.
Un’ultima cosa. Avete già qualcosa in mente per il prossimo esperimento in studio?
Non ci abbiamo ancora pensato. Per adesso abbiamo voglia di concentrarci sui live, vogliamo metterci tantissima energia, coinvolgendo al massimo il pubblico. Vedrete tra poco.


W.O.W

Architecture in Helsinki | Myspace Music Videos
Autore: Olga Campofreda
www.architectureinhelsinki.com

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