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Recensione: The Impossible Shapes – Horus

di Redazione
16 Dicembre 2013
in Recensioni
Tempo di lettura: 2 minuti
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Sembra non passare il tempo alla Secretly Canadian: uno dopo l’altro, il roster della label di Bloomington, Indiana non fa che macinare vecchi e nuovi bardi intenti a ritessere le fila di quella che anche qui cominciamo a chiamare “americana”, ultimo ritrovato in fatto di nomi di comodo per sintetizzare tutto ciò che attinge dalla tradizione musicale dello zio Sam, sia esso country, folk o blues, o, più di frequente, tutti e tre, in proporzioni a discrezione di chi ne è alle prese.
“Sembra”, ma è solo un paziente ascolto che permette di scovare le distinte identità di chi di volta in volta fa recapitare il proprio disco tra le nostre mani. Come nel caso degli Impossibile Shapes – anch’essi dell’Indiana –, tipica band composta da gente che non ama stare con le mani in mano, e quanta più carne può mettere a cuocere meglio è: si vedano i solo side-project del bassista-tastierista Aaron Deer (Horns Of Happiness, visto su queste pagine poco dopo la scorsa estate), del main-man Chris Barth (NormanOak – questo ce lo siamo perso, invece), e le apparizioni in John Wilkes Booze, Coke Dares, fino ai Magnolia Electric Co. di Jason Molina, che con questa creatura ha dato voce al suo alter-ego orchestral-folk assurgendo ormai alla carica di presidente onorario di questa sempre più ampia cerchia “americana”.
Così, in questo ripercorrere a ritroso i solchi della tradizione – raccogliendo, strada facendo, i banjo e i violini di un tempo –, può accadere che chi come gli Impossibile Shapes si lasci ispirare dalla produzione 60s sul tema appaia come più “moderno”, e che magari ci piaccia anche di più, specie se, nell’imprimere un senso non unico alle proprie direttrici musicali, non lasci cogliere troppo facilmente il proprio “marchio”.
Fu così per gli Horns Of Happiness, per i quali certo non ci guastammo la bocca, e sta accadendo altrettanto con “Horus”, che – parziale marcia indietro su quanto detto – non si pone problemi di coerenza nell’andare a cercare linfa creativa anche altrove, sponda britannica ad esempio, tanto nell’alto tasso bucolico dei Pentangle quanto – rovesciamento di situazione – in quello alcolico del mod più cinetico (e non è finita – ‘Survival’, il brano a cui penso mentre scrivo, vede le vocals smollate di un John Lydon filtrare dal microfono oltre a una frizzantissima connection di early Buzzcocks e Supergrass…).
Altrove invece le orecchie si arrovellano per cercare il precedente storico di certo “barocchismo” pop, che, sfoglia e risfoglia le pagine della memoria, va ad attestarsi sulle genialate di Arthur Lee e dei suoi Love (chi se no, dai…). Vita più facile, in merito, la danno i più numerosi episodi “quiet” che infarciscono quest’album, ma anche qui – ribaltamento di luoghi comuni – non c’è il bifolco o il cowboy davanti al fuoco di turno a cui pensare. C’è invece un album che fa più bella figura di tanti “ortodossi” filologi. Ma dovete pur sempre spogliarvi da eventuali pregiudizi, e sarete in grado di accorgervene…

Autore: Bob Villani

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