“Una vita, quante cose dice il prete in due parole
Lo ringraziano gli astanti, via l’inverno, c’è già il sole
Chiacchiere, risate lievi, vanno per il cimitero
Restan fiori con le scritte, resta al vento un drappo nero
Restò solo qualcosa che volò
Nell’aria calma e poi svanì
Per dove non sapremo mai
Mai, mai, mai, mai, mai, mai”
(Da “L’Uomo” di Francesco Guccini)
Il 6 agosto 2026 è morto Francesco Guccini!
- Premessa
Sull’impegno sociale e politico, sulla carriera musicale e letteraria di Guccini, sul suo rapporto con il cinema, sulla sua “America”… sono state scritte innumerevoli pagine, e sicuramente ne verranno scritte altre dopo la sua avvenuta morte…, così come molteplici saranno le dichiarazioni d’intellettuali e personaggi pubblici sul Francesco Guccini uomo, scrittore, pensatore… È quindi pleonastico aggiungere commento ai commenti; proverò invece a descrivere “semplicemente” ciò che di lui ho (nel bene e nel male) amato.
“Nei libri e nei poeti cerchi te
Ma il tuo poeta muore e l’alba non vedrà
E dove corra il tempo chi lo sa?”
(Da “Un altro giorno è andato” di Francesco Guccini)
Un giorno mi fu detto che leggevo libri perché cercavo in quei libri le risposte alla mia vita… ho poi cercato la mia vita nella musica: ebbene, una parte di essa l’ho trovata anche nella musica e nei testi di Francesco Guccini.
Da bambino prima, e da adolescente poi, fui affascinato dagli scritti di Giovannino Guareschi, così meravigliosamente cristallizzati nei suoi racconti e romanzi su “Don Camillo” e poi magistralmente resi su schermo nei film interpretati da Gino Cervi e Fernandel; ciò, non per le idee politiche di Guareschi, che all’epoca non ero nemmeno in grado di comprendere e contestualizzare (questa trattazione resterà volutamente scevra da ogni analisi politica, anche in relazione all’arte di Guccini), ma per quell’Italia da lui raccontata, quella dei piccoli paesi (piccole città avrebbe detto Francesco Guccini) della Bassa padana, della loro cultura, dei loro conflitti… quell’Italia “rurale” sospesa in un’identità contadina che guardava alla (grande) città restando legata alla propria religione Cristiana e Cattolica, ma già protesa verso una “novella” religione laica, verso una nascente nuova critica sociale ed economica… quell’Italia fatta di gioie e di drammi, domestici, quotidiani e collettivi…. Quando penso ancora oggi all’Italia, il mio pensiero si posa tra le pagine e i fotogrammi di quel mondo. Ma quelli erano libri… quelli erano film.
Poi c’è la musica, e non so dire per quale motivo ma l’unico musicista italiano che mi ha da subito trasmesso analoghe sensazioni ed emozioni, mi ha dato visioni di quell’Italia che avevo immaginato e “idealizzato”, è stato Francesco Guccini; non perché sia stato l’unico a raccontarla, a raccontare i drammi e le gioie della vita quotidiana o i suoi “massimi sistemi”, ma per la sua voce, la sua “cadenza”, il suo personale stile di scrittura…; complice forse anche il fatto che i suoi primi dischi che ho ascoltato sono stati “Radici” (del 1972), “Stanze di vita quotidiana” (1974 – anche se parte della critica non lo ha mai apprezzato, è un disco che io invece ho sempre ascoltato con estremo piacere) e “Via Paolo Fabbri 43” (1976); va anche detto che di quel quinquennio 1972/1976, e precisamente del 1973, è “Opera buffa” un lavoro che sostanzialmente si discosta dallo spirito dei citati lavori assumendo un tono più leggero: “«Opera Buffa» (si perdonerà, spero, il titolo falsamente pretenzioso, forse già una battuta) è un disco nato per caso, ma non a caso. L’idea c’era da tempo, una specie di «altra faccia di…», o fermare in un certo modo qualcuna di quelle serate «dal vivo», col pubblico attore che parla e ride e io che gigioneggio, recito, mi diverto” (si legge nelle note di copertina).
Ed ancora… correva la fine degli anni Ottanta, avevo dieci anni e in macchina, nello stereo di mio padre, suonavano ripetutamente: “Un Sabato Italiano” (di Sergio Caputo), “DallAmeriCaruso” e “Dalla/Morandi”… e da “Dalla/Morandi”, di Guccini e Lucio Dalla, “Emilia”… un “Æmilia” (Guccini la riproporrà “solista” nel suo bel “Quello che non…” del 1990) che diventerà un altro “luogo” da appuntare sulla mia ideale cartina geografica dell’Italia.
E così, da adolescente, per me l’Italia fu quella cantata da Guccini nella metà degli anni Settanta.
- “Radici” e “Via Paolo Fabbri 43”
Se però quel quinquennio 1972/1976 gucciniano è stato per me così segnante, per onestà intellettuale devo fare alcune necessarie precisazioni.
Sebbene “Radici” e “Via Paolo Fabbri 43” racchiudano, a parere di chi scrive, la migliore poetica di Guccini, rappresentando (anche) il suo apice compositivo, con il senno di poi, alcuni arrangiamenti in taluni brani in stile (un po’) progressive anni Settanta, malgrado fossero comunque arrangiamenti discreti, oggi mi suonano “ridondanti” e “datati”; probabilmente un arrangiamento più “essenziale” li avrebbe resi dischi ancor più “eterni” di quanto già lo siano.
Analoga considerazione (addirittura con maggior evidenza) l’ho sempre fatta in merito alla collaborazione tra Fabrizio De André e la Premiata Forneria Marconi; parlandone oggi con il mio fraterno amico Agostino (che già fu per me illuminante in merito a Bruce Springsteen), mi ha fatto notare come alcuni artisti come De André e probabilmente Guccini trovino forza e ragione nell’essere la voce “unica” e “sola” contro tutti e come la “coralità” affievolisca questa necessaria caratteristica.
A ben ascoltare, Francesco Guccini ha spesso (sempre a parere di chi scrive) patito una non totalmente indovinata scelta negli arrangiamenti e non solo con riferimento ai citati anni Settanta; penso al morbido “Signora Bovary” del 1987, disco indubbiamente raffinato ed elegante ma che presenta una frattura tra il “peso” delle liriche e la “leggerezza” delle musiche.
Sicuramente Guccini, già prima di “Radici”, aveva scritto per sé e per altri canzoni di spessore (“Dio è morto”, “In morte di S.F.”, “Auschwitz/La canzone del bambino nel vento”, “Vedi Cara”, “Il Frate”, “Un altro giorno è andato” …), e dopo “Via Paolo Fabbri 43” ha continuato (con coerenza e Impegno) a restituire ora canzoni di spessore e di successo (“Eskimo”, “Bologna”, “Autogrill”, “Scirocco”, “Farewell”, “Cirano”…), ora bei dischi (come il già citato “Quello che non…” e in fondo, sebbene con i limiti detti, anche “Signora Bovary”), ma nel tempo a venire (fatta eccezione di alcuni live come “Fra la via Emilia e il West” del 1984 che è una significativa istantanea della sua presenza sul palco e che a suo modo, quasi come una raccolta di successi congeda, un’epoca), nessuno dei lavori di Guccini post 1976 è mai riuscito ad eguagliare per “poetica” la “singolarità” di “Radici” e di “Via Paolo Fabbri 43” che rappresentano un unicum (“Radici”, per la descrizione dell’Italia, è stato per me in musica l’equivalente che nel cinema ha rappresentato “Novecento” di Bernardo Bertolucci).
Come spesso capita, però, artisti che ti hanno accompagnato per diversi anni di un particolare periodo della tua vita, e che (per parafrasare la celebre “Chi erano i Beatles” degli Stadio) hai girato nel giradischi, gridato, ascoltato e aspettato, bruciato …., finisci non per scordarli (sarebbe impossibile) ma finiscono per non essere più quella costante che furono, salvo poi da te ritornare dopo decenni per altri non meno “intensi” motivi.
E così è stato con Francesco Guccini quando, dopo aver fatto ascoltare a mia figlia (ora è lei ad essere adolescente) la “Locomotiva”, la sua musica e i suoi testi hanno nuovamente affollato le mie “stanze di vita quotidiana”, con l’immagine di un’Italia fatta di uomini, di idee e di sentimenti…
Ed è questo quello che mi resterà per sempre di Francesco Guccini… per usare (in parte) sue parole…. la mia Italia e la sua diventate nella via….
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