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Special: Screaming Trees – Gli alberi tornano ad ululare

di Redazione
16 Dicembre 2013
in Speciali
Tempo di lettura: 5 minuti
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La storia
Ellensburg è una piccola cittadina della provincia statunitense, distante meno di 200 km da Seattle. E’ qui che mossero i primi passi, all’inizio degli anni 80, gli Screaming Trees, band musicale composta da quattro giovani annoiati del luogo. Van Conner (basso) e Gary Lee Conner (chitarra), Mark Lanegan (voce), Mark Pickerel (batteria) sono la perfetta antitesi del rampantismo reaganiano dell’epoca.
Ragazzi dall’aspetto dimesso ed alla disperata ricerca di qualcosa che illumini le loro vite, trovarono nel mondo delle sette note, una ragionevole valvola di sfogo alle loro frustrazioni.
Da qui ai primi vagiti discografici, il passo è breve. L’ep “Other Worlds” (1985), seguito nel 1986 dall’ album d’esordio “Clairvoyance” sono i primi segnali di uno stile acerbo che mischia la psichedelia al garage rock. Benché ancora non abbia ben messo a fuoco le proprie potenzialità, la band viene notata dall’etichetta SST (Minutemen, Soundgarden, Meat Puppets, Hüsker Dü, Sonic Youth, Dinosaur Jr., tra i nomi passati nel suo roster) di Greg Ginn dei Black Flag che li mette sotto contratto. E’ per questo glorioso marchio indie che i nostri pubblicano tre dischi: “Even If and Especially When” (1987), “Invisible Lantern”(1988), “Buzz Factory” (1989).

In questo lasso di tempo gli Screaming Trees perfezionano la loro proposta musicale, fondata sui robusti riff hard-blues e, talvolta, folk di Gary Lee Conner, la voce baritonale ed inquieta di Lanegan ed una vigorosa sezione ritmica. Sempre nel 1989, il cantante debutta col suo primo disco solista, “The Winding Sheet” (in cui compaiono, tra gli altri, Kurt Cobain e Krist Novoselic dei Nirvana, che da qui verranno a conoscenza di “Where Did You Sleep Last Night” di Leadbelly, poi splendidamente ripresa nel loro futuro unplugged), sulla storica etichetta di Seattle, Sub Pop.
L’inizio del nuovo decennio, porta in dote la firma con una major (la Epic), per la quale incidono “Uncle Anesthesia” (1991). Sebbene la carriera appaia in piena ascesa, complice l’ottimo lavoro appena dato alle stampe, in seno al gruppo iniziano ad aumentare le divergenze. I sempre tesi rapporti tra i membri della band, la crescente dipendenza da alcol e droghe di Lanegan, portano Mark Pickerel ad abbandonare la combriccola, sostituito da Barrett Martin. Grazie anche alla perizia tecnica del nuovo arrivato, il quartetto decide di tentare il definitivo salto di qualità artistico e commerciale, facendosi notare all’interno del movimento grunge, sviluppatosi nella vicina Seattle, che in quel periodo sta conoscendo la sua ribalta internazionale.
L’inserimento del singolo “Nearly Lost You” nella colonna sonora del film di successo, “Singles – L’Amore E’ Un Gioco”, brano tratto da “Sweet Oblivion” (1992), full-lenght che rivela la raggiunta maturità del songwriting degli Screaming Trees.
Di pari passo le vendite dei dischi aumentano ma i rapporti interni, rimangono alquanto logori. Né il lungo tour seguente, dove vengono accompagnati dal chitarrista aggiunto Josh Homme (ex Kyuss e futuro leader dei Queens Of The Stone Age), aiuta a trovare un equilibrio diverso e a tenersi lontani dalle cattive abitudini…
Urge perciò una pausa per dedicarsi ad altri progetti e riordinare le idee. Sarà solo nel 1996 che gli ex-ragazzi di Ellensburg troveranno la forza per dare alle stampe “Dust”, lodevole ultimo lascito di una storia che si chiuderà, ufficialmente, nel 2000, dopo l’esibizione del 25 giugno per l’apertura del “Seattle’s Experience Music Project”.
L’inatteso ritorno discografico
Negli ultimi anni sono ricomparsi sulle scene un sacco di gruppi, indie e non, di fine millennio. E’ di questi giorni, ad esempio, la notizia che pure gli Stone Roses, dopo aver giurato ripetutamente il contrario (quando si dice la coerenza…), sono pronti ad una simpatica rimpatriata a suon di soldoni (a memoria, però, solo i Sex Pistols, all’epoca, ammisero di averlo fatto solo per quel motivo).
Nel loro piccolo anche i Trees hanno dato vita ad un’operazione estemporanea. In passato, già si era vociferato che, prima del loro scioglimento, la band avesse registrato dei brani di cui non era rimasta soddisfatta. All’improvviso, quest’estate, è comparsa la news che Barret Martin, insieme al produttore Jack Endino (in passato, già loro collaboratore in varie realizzazioni), col beneplacito degli altri componenti, avevano dato una veste definitiva a quell’eredità. Uscito, tramite l’etichetta Sunyata Records del batterista, solo in digitale prima ed, in questi giorni, in versione in cd, ha visto la luce:“Last Words: The Final Recordings“.
L’album, pur non essendo di livello assoluto, mostra come il combo volesse riappropriarsi di un suono potente e crudo. Un rock tirato e meno levigato di quello proposto su Epic, in grado, comunque, di far sobbalzare gli appassionati (“Ash Grey Sunday“) o di cullarli al tintinnio di una chitarra acustica (“Reflections”), complice la sempre appassionata voce di Mark Lanegan e la presenza di graditi ospiti, quali il già citato Josh Homme e Peter Buck dei REM.
In ogni caso, un disco più che dignitoso, tanto da far riflettere sul ruolo, tutt’altro che secondario, avuto dagli Screaming Trees nella storiografia di quello che (forse), una volta, si chiamava rock.

L’epitaffio(?)
Diciamoci la verità. Per sfondare a grandi livelli in ambito musicale anche l’iconografia conta e non poco. Pensare che un gruppo con due riservati fratelli dalla taglia extra-large, un cantante tanto bravo quanto timido e monosillabico nel rivolgersi al pubblico, più una quarta figura variabile, potessero sfondare a livello di massa, sarebbe stato auspicabile ma poco realistico.
Venire da un posto sconosciuto, avere fatto pochi e scadenti video, oltretutto mal promozionati, taglierebbero le gambe alle ambizioni di chiunque.
Se la legge dei grandi numeri, in fin dei conti, ha dato torto ai nostri è inversamente vero che, sul piano qualitativo, la loro opera è stato un crescendo d’emozioni. Non che sia da tutti approcciarsi alla poetica malinconica di Lanegan, resistere alle soventi sventagliate telluriche della sei corde di Gary Lee Conner, nel caso si cerchi qualcosa di estremamente convenzionale. O meglio.
Gli Screaming Trees hanno avuto sicuramente, nel loro dna, una forte componente tradizionalista, legata all’hard-blues, così come alla psichedelia ed al folk-rock. Il tutto, però, riletto in ottica assolutamente moderna, in anticipo sui fasti dell’era grunge, pregiudicando così un loro ruolo di primo piano in quel movimento musicale.
Forse l’essere dei provinciali li ha aiutati a trovare uno stile poco legato alle mode, nondimeno gli ha nuociuto in termini di popolarità, sebbene non siano mai vissuti nel mito del successo a tutti i costi. Buon che, almeno nel caso di Lanegan, la successiva carriera solistica sia stata piena di soddisfazioni sino a questo momento, mentre gli altri membri della band si sono persi in progetti poco rilevanti.
Un tour celebrativo, nel loro caso, non sarebbe stato fuori luogo, tanto per raccogliere qualche soddisfazione morale ed economica, quanto mai meritata. Un opzione che i nostri, a quanto pare, non vogliono prendere in considerazione. Un vero peccato…
TRACKLIST:
“Ash gray sunday”
“Door into summer”
“Revelator”
“Crawlspace”
“Black ros way”
“Reflections”
“Tomorrow changes”
“Low life”
“Anita grey”
“Last words”

Autore: Luca M. Assante
screamingtrees.net/

Prec.

doppio album di remix per il producer tedesco Alexander Ridha aka Boys Noize

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