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Cinema: Retrospettiva. L’anti-cometa di Woody Allen

di Redazione
16 Dicembre 2013
in Cinema
Tempo di lettura: 4 minuti
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PRIMA PARTE. Woody Allen, all’anagrafe Allan Stewart Konigsberg, comincia dalla carriera di comico da stand up comedian e autore televisivo. Fu ingaggiato dal produttore Charles K. Feldman per la sua prima esperienza cinematografica, “Ciao Pussycat” del 1965. Dopo un anno viene scelto per recuperare un mediocre film orientale dal titolo “Che fai, rubi?”, esilarante e demenziale. Poi riesce ad approdare al cinema, ma nel tempo cambierà postura. Il suo ruolo non doveva essere quello di mero satirico burlone, ma di autore cinematografico. È infatti con “Prendi i soldi e scappa” del 1969, che il suo talento emerge in tutta l’eversione irresistibile, perchè vengono a coincidere i ruoli di regista, sceneggiatore e attore protagonista.
Il suo esordio registico possiede già un formato perfetto di ritmi e tempi comici ineguagliabili, capaci di integrare l’ironia dei fratelli Marx e gli stilemi di Mort Sahl. Nel 1971 firma “Il Dittatore dello stato libero di Bananas” che ritrae sotto la lente di una folle comicità gli avvenimenti politici di quei tempi mentre “Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso, ma non avete mai osato chiedere” (1972) spiana la strada al tema, tanto caro al regista: l’ atto erotico visto come situazione grottesca e ridicola. Nello stesso anno scrive ed interpreta (compare per la prima volta con Diane Keaton), consegnando le redini del film a Herbert Ross, “Provaci ancora, Sam” tratto da una sua commedia teatrale. Il personaggio nevrotico ed insicuro qui prende le sembianze dell’uomo ordinario che per ovviare alla propria incapacità di rapportarsi con l’altro sesso, chiede consigli ad un onirico Humphrey Bogart. Nel 1973 ritorna al suo umorismo surreale con “Il Dormiglione”, una nuova commedia che è ambientata nel futuro ma, paradossalmente, costringe il regista occhialuto ad un ruolo da silent movie (quello di un robot).
Il lungometraggio seguente è il capolavoro della prima fase creativa, “Amore e guerra” (ingenerosa traduzione del titolo originale “Amore e Morte”). Di nuovo in coppia con la Keaton, Allen compie un prodigioso passo in avanti mettendo a punto un sistema narrativo autoironicamente colto. Tutto del film è pronto a scalcinare i canoni precostituiti dei film finora realizzati, grazie ad un’iniezione massiccia di citazioni letterarie. Il ruolo stesso della Morte è un deliberato, quanto autentico, omaggio a “Il Settimo Sigillo” capolavoro insuperato di Bergman. La fotografia livida e la musica di Prokofieff reggono un’impalcatura sconsiderata mai scricchiolante, su cui vorticano serie di battute cerebrali di irresistibile impatto. L’obiettivo stavolta è il film storico, smembrato e rieditato in salsa esistenzialista. Raramente tanto pessimismo cosmico è stato presentato in una veste così fitta di umorismo da renderlo addirittura divertente.
Allen è sulla strada della maturazione artistica ed infatti, nel ’77, si prepara al gran salto con “Io e Annie”. Con un telaio comico molto più sobrio emerge l’autobiografismo sfrenato, perchè il protagonista Alvy Singer è riconducibile a molti aspetti della sua personalità. In questa occasione il buon Woody abbandona la patina d’ironia caustica e gioca a carte scoperte mettendo in scena una storia d’amore particolare. Il titolo del film sarebbe dovuto essere “Anhedonia” ovvero la sostanziale incapacità di godere dei piaceri della vita, ma la produzione non lo accettò perchè troppo criptico. Allen tratta spudoratamente la propria disaffezione alla vita pur rimanendo nei limiti della commedia romantica ed unendo il sentimento amoroso con l’inerzia esistenziale. Le gags ci sono ma sempre integrate con un discorso di fondo che non si smarrisce mai. Una spirale di pessimismo, neanche troppo deprimente, avvolge tutta la trama e conferisce all’opera un taglio smaccatamente europeo (Allen chiese a Fellini di partecipare con un cameo ma il maestro rifiutò, così ripiegò sul massmediologo Marshall McLuhan). Nonostante l’ingombrante personalità dell’autore emerge anche la figura di Diane Keaton perfetta nella sua goffaggine, oramai in completa sincronia con il regista. Il film vincerà ben tre oscar, ma Allen non si presenta alla cerimonia perchè refrattario alla pressa festivaliera. Dopo questo successo la United Artists gli dà la possibilità di confrontarsi con il genere drammatico. Dirige “Interiors”, una vera e propria tragedia familiare, che è la prima produzione senza l’ Allen attore. Non si va oltre una discreta pregnanza drammatica e i personaggi sembrano abbastanza convincenti in un contesto corale. La successiva opera invece, è quella più rappresentativa: “Manhattan”. La location è un personaggio a sè stante, un luogo dell’anima in cui Isaac Davis (questo il nome del protagonista) si mimetizza e lo riconosce come habitat naturale della propria nevrastenia cronica. Le melodie di Gershwin e il fascinoso bianco e nero di Gordon Willis, si posano sommessamente sui palazzi imponenti della metropoli più poetica che mai. Allen stavolta è Isaac, simbolo di un animale cittadino, nato su misura per gli ambienti culturali e le cene intime fra amici. Lo stile tocca vertici di ineccepibile aderenza tra componente formale e contenutistica, senza mai risultare ridondante o calligrafico. Nuovamente la Keaton si dimostra perfetto contraltare di Allen, la loro alchimia è infallibile nei dialoghi dinoccolati e nei ritmi dilatati del film. Anche Mariel Hemingway gioca un ruolo cruciale, interpretando intensamente la lolita innamorata di Isaac. Quando lui sul divanetto elenca i motivi per cui vivere e poi si getta nella corsa purificatrice tra le strade della sua città si nota come l’ispirazione sia irreprimibile: è approdato su standard altissimi che lui stesso avrà difficoltà a riconfermare. Allen, insoddisfatto del film, proporrà invano alla produzione di non distribuirlo affatto, in cambio ne avrebbe girato un altro gratis. Nello stesso stile un Woody quarantaquattrenne firma “Stardust Memories”, il suo Otto e mezzo. Sotto l’indubbio influsso del maestro di Rimini, si getta in una apologia della propria personalità scevra di divismo o mera autocelebrazione. Perno unico del racconto, Sandy Bates da lui impersonato, che si diletta nella propria crisi da parossismo felliniano. La stagione di fondamentalismo autoriale è terminata. I meccanismi narrativi si sono un po’ anchilosati, ma la padronanza stilistica indiscutibile e un’inesausta vena comica collocano Allen tra gli artisti più significativi del dopoguerra.

Autore: Roberto Urbani

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