Se c’è un titolo che nelle ultime settimane sta attirando l’attenzione degli appassionati di musica, è “Billy Idol Should Be Dead”.
Perché questo interesse? Semplice: racconta di un tipo che avrebbe davvero dovuto crepare almeno una mezza dozzina di volte, e invece è ancora qui, con quel sorriso beffardo e il ciuffo perfettamente in piega, a raccontarcela. E chi meglio di lui potrebbe farlo?
La regia è firmata Jonas Åkerlund, lo svedese che ha letteralmente cambiato il modo in cui guardiamo la musica (sì, quello dei video più iconici dei ’90 e non solo). E si vede: “Billy Idol Should Be Dead” non è il solito documentario celebrativo con le frasi fatte. È un viaggio che parte dal fango del punk londinese, quando il giovane Broad era solo uno dei tanti ragazzi incazzati dei Generation X, e ti porta dritto dritto sugli schermi di MTV, dove quel ragazzo è diventato il volto (e la voce) di un’epoca.
Ma la parte che ti prenderà alla gola è un’altra. Åkerlund ha avuto il coraggio di raccontare anche il lato oscuro: l’eroina, l’alcol, quel maledetto incidente in moto che per poco non lo cancellava per sempre. È la storia di uno che è caduto in tutti i modi possibili, ma ha sempre trovato la maniera di rialzarsi.
E il bello è che non lo dice solo lui. Nel documentario trovi un parterre di gente che di rock ne capisce: Steve Stevens, ovviamente, ma anche i vecchi compagni dei Generation X, e poi Billie Joe Armstrong, Miley Cyrus (che qui sorprende), Duff McKagan, i Sex Pistols Steve Jones e Paul Cook, Pete Townshend, John Taylor dei Duran Duran. Gente che con Billy ha condiviso palchi, eccessi o semplicemente lo ha guardato da lontano imparando qualcosa.
“Billy Idol Should Be Dead” è uno di quei documentari che non ti dicono solo “com’era bello il rock una volta”. Ti raccontano come si sopravvive al rock. E a se stessi. Da non perdere.
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