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Laetitia Sadier, l’ex Stereolab si racconta in occasione del suo recente tour nel Belpaese

di Redazione
13 Aprile 2013
in Interviste
Tempo di lettura: 7 minuti
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Laetitia Sadier, la voce degli Stereolab e dei Monade è stata in tour nei giorni scorsi in Italia (ben sette le date: Bologna; Firenze; Roma; Jesi; Catania; Brescia; Milano). Ha portato in giro per la penisola le canzoni del suo disco “Silencio”, uscito un anno fa. Un disco in cui s’intrecciano sensazioni personalissime (una sorta di “epifania” vissuta in una chiesa in Spagna è all’origine del titolo del disco e pare abbia toccato profondamente la sensibilità della nostra) e prese di posizione politiche che ci mostrano una Laetitia quanto mai incazzata. Sempre, ovviamente, con l’enorme classe che da sempre contraddistingue il suo percorso artistico.

Il tuo ultimo album s’intitola “Silencio” e la usa ultima traccia è un “Invitation au silence”. Qual è il tuo rapporto col silenzio?
Racconto dettagliatamente la storia di quello che mi è successo nella chiesa di Zamora all’interno del disco. L’ultima traccia è un tentativo di ricreare quell’evento di Zamora ma in una chiesa in Francia, spiegando come mi sia capitato di vivere per la prima volta nella mia vita un momento di “puro silenzio”, che ha rivelato una profonda risonanza interiore col mio passato, presente e futuro, che mi ha fatto riflettere al mio rapporto con tutti gli esseri viventi e su come ci sia una sorta di grande catena DNA che ci connette.
Quest’esperienza mi ha fatto capire che dobbiamo imparare ad avere fiducia in noi stessi e muoverci nella luce di consapevolezza, allontanandoci dall’oscurità della paura, che non ci serve a niente. Possiamo dire che sia stato quel momento “rivelatorio” a determinare quello che sarebbe stato il titolo del mio nuovo disco, “Silencio”.
Credo che il silenzio sia importante esattamente per questa sua capacità di connetterci con la nostra interiorità. Dobbiamo conoscerci profondamente per poterci amare e credere in noi stessi, e di conseguenza conoscere e aver fiducia negli altri. E’ un modo di visitare l’oscurità per poi fare un passo verso la luce della conoscenza e della consapevolezza. Se siamo costantemente assordati dal rumore e dalle distrazioni, non possiamo mai conoscere noi stessi e di conseguenza continuiamo a ignorare il nostro reale potenziale come esseri umani, restando nella paura e con una visione molto limitata di cosa possiamo essere.

“Auscultation to the Nation” denuncia lo strapotere e l’autorità auto-imposta dei mercati finanziari e delle agenzie di rating e la loro influenza “illegittim a” sulla vita delle persone e delle nazioni. Credi che la gente sia ormai rassegnata a questa “tirannia del denaro”? Non la trovi una forma “subdola” di violenza?
Purtroppo si, la gente sembra essersi completamente sottomessa a questa ideologia, o semplicemente pensa che non ci siano alternative. Ma sicuramente sappiamo che abbiamo bisogno di sperimentare altre forme di organizzazione della società per il bene della maggior parte delle persone, piuttosto che per la tutela di un’élite. Credo che il sistema capitalista sia violento e generi violenza, poiché è basato sullo sfruttamento, in opposizione all’eguaglianza e alla giustizia. In quale altro modo puoi sfruttare le persone, se non attraverso la forza, e applicando quindi una forma di violenza? C’è ancora una maggioranza di persone che accarezzano la speranza che questo sistema possa funzionare per i propri interessi, a prescindere dagli altri, conservando un profondo timore per tutto ciò che non è conosciuto. Non c ’importa quanto questo sistema sia pessimo, la sua puzza di merda la troviamo familiare. Noi non sappiamo che odore possa avere un sistema alternativo, ed è proprio questo che ci spaventa.

Sempre in riferimento a “Auscultation to the Nation”: il testo di questa canzone è quanto mai diretto e arrabbiato, ma allo stesso tempo è una delle tracce più orecchiabili dell’album. Dimostra come sia possibile associare dei contenuti “impegnati” a una musica “accessibile”. Sembra però che siano sempre meno gli autori interessati a scrivere testi che riguardino ciò che succede al di fuori della loro sfera personale. Sei d’accordo? Come te lo spieghi?
Si, anche io ho notato che non ci sono tanti autori interessati alla politica, ultimamente. Eppure il nostro mondo de-politicizzato ne avrebbe un estremo bisogno. E’ solo con la politica, con idee politiche, che potremmo ricostruire un sistema migliore. La politica è uno strumento in cui tutti possono esercitarsi e fare ricerca, sperimentare nuove idee e mettere in pratica ciò che riteniamo possa funzionare al meglio per il maggior numero di persone. Quando le idee politiche sono occultate, il fascismo trova spazio, e le persone non hanno più possibilità di scegliere.

Usi sia il Francese sia l’Inglese nei tuoi testi. Come scegli quale lingua adoperare di volta in volta?
Direi che in generale tutto ciò che è più “personale” tendo a scriverlo in francese, ma non è una regola fissa. Al momento tendo a scrivere in inglese quanto più possibile, così che ci siano più probabilità che il mio pubblico possa capire i testi.

La canzone “The Rule of the Game” è ispirata dal film di Jean Renoir’s “La Règle Du Jeu”. Consideri il cinema come una forma d’ispirazione importante per la tua musica? Quali sono le forme d’arte che t’ispirano maggiormente?
Si, il cinema è una forma d’arte molto stimolante, e sicuramente influenza molti dei miei testi. “La Règle Du Jeu” in particolare m’ha dato ai nervi perché mostra come la classe dirigente non si sia evoluta rispetto al passato. E’ ancora estremamente preoccupata a mantenere i propri privilegi, senza sforzarsi più di tanto nello sviluppare nuove idee e visioni per il futuro del pianeta. Ma sono varie le forme d’arte che m’ispirano, in verità. Mi piace anche visitare gallerie d’arte e mostre.

In “The Trip”, il tuo disco precedente, c’erano tre cover, mentre nel nuovo lavoro non ce n’è nessuna: non ti piace più interpretare canzoni altrui? Ci sono cover nella scaletta dei tuoi concerti?
Non ci sono cover al momento nella nostra scaletta, sono troppo impegnata ad amministrare il mio repertorio! Ma ci sono delle cover che prima o poi vorrei fare…c’è una canzone di Benjamin Schoos intitolata “Je ne suis pas prête”, che è divertente e mi piacerebbe “coverizzare”.

Immagino ci siano molti fan che ai tuoi concerti ti chiedono se ci sarà mai un nuovo disco degli Stereolab. Ti da fastidio? Che cosa rispondi, di solito?

Ci sono delle persone che lo chiedono, ma non tantissime. Mi rendo conto che ci sono dei fan che vorrebbero saperlo. Di solito rispondo che non ne so più d loro…
Se Tim (Gane, ndi) scrive delle canzoni, io sarò ben disposta a cantarle. Credo sia per questo motivo che gli ho chiesto di scrivere un pezzo del mio album.

Negli anni hai collaborato con tanti grandi musicisti. Mi elencheresti tre musicisti con cui ti piacerebbe collaborare in futuro?
Mi piacerebbe collaborare con Frederic Jean degli Hyperclean, con Beck e con Peaches.

Nei giorni scorsi sei stata in tour in Italia in trio, ma recentemente hai anche suonato dei concerti da sola, accompagnata solo dalla tua chitarra. Trovi più difficile suonare le tue canzoni (che sono di solito piuttosto complesse e ricche di dettagli) con una strumentazione così minimale?
Sono soddisfatta di entrambi i set, al momento. Ho imparato negli ultimi tre o quattro anni come suonare da sola e “riempire gli spazi”. Da un certo punto di vista è più complicato, ma è anche in qualche modo liberatorio, poiché ho maggiore libertà nel variare il ritmo delle canzoni, donandogli spesso anche un effetto più drammatico. Ma mi piace davvero molto suonare in trio, con Emmanuel Mario e Xavi Munoz, poiché sono musicisti molto sensibili che sanno e sentono quando è il momento di darci dentro e quando è il caso di trattenersi e suonare in maniera più morbida. Ci sentiamo molto liberi quando suoniamo assieme, perché sappiamo bene come ascoltarci l’un l’altro.

Le cinque cose che ami di più di Londra e le cinque che non sopporti…
Amo la grande energia di Londra. E’ impossibile annoiarsi in questa città. Amo il fatto che è una delle città più eccitanti al mondo dal punto di vista culturale. C’è in generale un’accettazione dell’originalità e dell’eccentricità, quindi qui mi sento libera e non giudicata. Amo i parchi e il fatto che ci sia tanta natura, spesso lasciata relativamente “selvaggia”. Come la maggior parte delle grandi città e un po’ sovraffollata e inquinata, oltre ad essere cara, e la gente tende a non aprirsi molto con gli altri, mentre ogni tanto ci potrebbe essere un senso più profondo di fratellanza!

www.dragcity.com/artists/laetitia-sadier
www.facebook.com/laetitia.sadier.5

autore: Daniele Lama

Prec.

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