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Cinema: Autopsia di Fur

di Redazione
16 Dicembre 2013
in Cinema
Tempo di lettura: 5 minuti
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Prendete un personaggio strano (atipico per lo meno), possibilmente poco conosciuto. insomma conosciuto dalle solite sette di intellettualoidi pseudo “radical” e molto “chic”, se è morto suicida nel 1977 ancora meglio, e fatelo interpretare da Nicole Kidman. Ve ne uscirà fuori una bomba sensazionale!
La povera Nicole, da quando Kubrik l’ha scelta per recitare in “Eyes wide shut”, non ha avuto più un attimo di respiro. E pensare che fino a qualche giorno prima i suoi cavalli di battaglia erano cose del tipo “Ore 10: calma piatta” e gli indimenticabili “Giorno di Tuono” e “Cuori Ribelli”.
Ora invece pare che tutti i più grandi autori della macchina fabbrica sogni, non sognino altro che lavorare con lei. Amenábar, von Trier e per certi versi anche Luhrman, erano riusciti a consacrarla nell’Olimpo delle divine, tra Ava Gardner e Maria Persson. “Fur” avrebbe dovuto stagliarla nel cielo stellato degli attori amati dalla critica e invece, le ha fatto guadagnare un posto come testimonial per la Sky. Inutili giri di parole a parte, Fur è un film indecente.
Non solo perché irrispettoso verso Dianne Arbus: la fotografa che ha rivoluzionato la concezione visiva della sana e tranquilla società americana. Una donna borghese, figlia della buona borghesia newyorkese. Rampolla di una famiglia di pellicciai (“Fur” è pelliccia in inglese), attratta dal diverso, dalla trasgressione, da quell’osceno che gli è sempre stato inviso. Paladina della verità, quella “freak”, and “cruel” agli occhi dei puritani benpensanti. Giovanna d’Arco dell’America a immagine e somiglianza del fantastico mondo di Barbie. Dianne Arbus è stato questo, ma in “Fur” non vi è il minimo accenno.
Le uniche note biografiche prese in considerazione, sono quelle relative al suo status: ricca, borghese, sposata, soffocata dall’etichetta, incapace di essere madre e naturalmente, con un rapporto ambiguo con la propria sessualità. Non c’è altro che una banalizzazione continua e neanche un minimo accenno al rapporto di Dianne con la fotografia (almeno che non fosse strumentale al canovaccio del film). Ne risulta un film indecente, perché irritante, sciocco, scontato, melenso. Il titolo avvisa: “Un ritratto immaginario di Dianne Arbus”. Forse era un modo per intimarci di non andare a vedere il non – film su Dianne Arbus. Sta di fatto che io sono andata a vederlo e mi va proprio di raccontarlo tutto:

Scena 1– Vediamo Nicole Kidman vestita di un abitino celeste, con indosso una strana pelliccia bruna, sembrano capelli e invece sono peli (però questo lo si scopre più tardi). Nicole ha i capelli bruni, ma i peli non sono i suoi (questo è un particolare importante per comprendere il film).
Scena 2 – Nicole cammina portando con sé una grossa macchina fotografica, siamo negli anni ’50 e le macchine sono ancora grossolane.
Scena 3- Nicole si trova in una comunità di nudisti: è sogno o è realtà?
È incubo, perché il regista ci costringe a vedere alcuni dei cazzi più corti del mondo e la donna con la pancia più mollacciona di tutti i tempi.
Scena 4- Nicole vuole entrare a far parte della comunità di nudisti ma per farlo: A)si deve spogliare pure lei (fremito in sala) B)non deve fissare uccelli, passere e poppe degli altri.
Scena 5– Nicole si prende un po’ di tempo per pensare. Ha bisogno di stare da sola altrimenti non riesce a spogliarsi.
Scena 6– Siamo catapultati nella vita precedente di Nicole: bella casa, bella famiglia (un marito fotografo devoto e affascinante, due figlie una la schifa, l’altra non tanto), mamma rompipalle, papà straricco e soddisfatto, studio e set fotografico in casa, sfilata della nuova collezione e party comodamente predisposto da mammà a casa sua. Il paradiso! Solo che Nicole sta male e le viene un po’ da piangere, un po’ da vomitare.
Scena 7: Va in bagno e fuori dalla finestra vede un tipo strano, con una maschera tipo quella che portava John C. Merrik però scarabocchiata. (Guarda caso) è il nuovo inquilino.
Scena 8: Scambio di sguardi. La bomba ormai è innescata
Scena 9: il marito devoto le va in soccorso. Si rende conto che la poverina ha troppe responsabilità sulle sue spalle: la casa, il nome di famiglia, essere sua assistente. Le consiglia quindi, di prendersi un po’ di tempo e perché no? di mettersi a fare un po’ di foto per conto suo, visto che lui dieci anni prima gli ha regalato una macchina che guarda caso, lei non ha mai usato.
Scena 10: Lei sale in camera se ricordo bene a riposarsi o comunque la festa organizzata dalla madre la nausea e decide di pigliarsi una boccata d’aria fresca fuori al terrazzino della camera da letto. E chi scorge nel suo appartamento solo e mascherato?Il nuovo inquilino! E lei che fa?Apre la camicetta e si tocca!
Manie da borghese!
Scena 11: Lei e il marito sono a letto. Nicole vuole concretizzare e ansima – a detta dei miei vicini di poltrona- come una cagna in calore. Il marito non gradisce e la lascia in bianco.
Scena 12: La mattina dopo il lavandino di Nicole è intasato. Ci trova una matassa di peli e una chiave. Sarà un messaggio?
Scena 13 o giù di lì (purtroppo non le ricordo nella sequenza esatta!): Nicole (dopo l’ennesima notte in bianco?) se ne va dal nuovo inquilino. Sale le scale, arriva in questa specie di antro spaventoso (in un palazzo signorile!!!), bussa e l’uomo mascherato, le apre la porta chiedendogli: “Mi vuoi sedurre Diane?”. Ma figuriamoci, Nicole Kidman che vuole sedurre un pupazzo di pezza! Comunque alla fine: lui è una specie di licantropo tipo Michael J.Fox in “Voglia di vincere”. Uno che ha smesso di rasarsi perché un minuto dopo stava punto e daccapo, ma che al momento giusto riesce a non farsi crescere peli e capelli per almeno tre giorni.
Uno che nella vita fa il parrucchiere (cioè fa parrucche) e che conquista la Kidman con tazze di te caldo, gustose chiacchierate e compagnie insolite. E il marito di Nicole?
All’inizio non sospetta nulla delle furtive uscite notturne della moglie che tra l’altro comincia a fotografare e nasconde i rullini nel solito vaso portabiscotti proprio nel momento in cui la figlia si alza e quindi la scopre. In seguito, Dianne fa partecipe la famiglia (tutta: mamma e papà compresi) delle sue nuove amicizie. La mamma è nauseata, il padre non si capisce, la figlia piccola gradisce, l’altra no.
Il marito all’inizio sopporta ma appare sempre più disgustato, irretito e ingelosito dalle nuove frequentazioni della moglie. E fa bene a preoccuparsi poiché Nicole e il suo amico s’innamorano, ma lui come al solito è malato e sta per morire.
Nicole non ha più dubbi, lascia il marito per stare con Lionel (l’inquilino che gli ha preparato una bella pelliccia fatta con i suoi peli), esaudisce il suo ultimo desiderio- quello di depilarsi per bene- gli promette di portarlo al più presto all’oceano e dopo se lo scopa per benino. A questo punto racconto anche il finale: Lionel e Dianne vanno al mare, Lionel vuole che lei lo assista mentre affoga (è ancora depilato).
Lionel affoga e Dianne se ne va nella comunità di nudisti. Si spoglia.
Fine
Peccato per il regista, Steven Shainberg che con “Secretary” ci aveva fatto illudere che fosse uno veramente dotato, avendo impacchettato un piccolo gioiello.
Forse si sarà fatto intimidire dalla Kidman o avrà pensato che bastasse un film riuscito bene per potersi far chiamare regista. Putroppo per lui, una chance persa. Purtroppo per noi, 4 euro di biglietto sprecati.

Autore: Michela Aprea

Prec.

un best e un nuovo album per i Garbage ; non si sciolgono.

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