Mentre Robert Plant dava alle stampe il suo “Saving Grace” (si rimanda alla recensione/speciale scritta), il “marchio” Led Zeppelin recuperava dagli archivi (pratica questa divenuta per molti artisti una consuetudine come già “denunciato” più volte su queste pagine) vecchie registrazioni dal vivo, dando così alle stampe “Live EP” (Atlantic).
Come già detto nell’apertura dell’articolo su Plant, forte è il legame che ho fin dall’adolescenza con i Led Zeppelin: ‘Erano i tempi delle superiori, non ricordo l’anno preciso, ma erano i primi anni novanta. Ricordo che il mio amico e vicino di casa di pochi anni più grande di me, Eddy, studiava chitarra. Un pomeriggio a casa sua mi parlò dei Led Zeppelin e in particolare del loro live “The Song Remains the Same”; con la poesia che contraddistingue quell’età adolescenziale, subii il fascino di quel disco e con esso dei Led Zeppelin, gruppo che come per tanti altri ragazzi della mia età fu poi oggetto di studio sul proprio strumento e di “cover” nelle prime esperienze dal vivo nei locali (per certo ho memoria di aver suonato “Heartbreaker” e “Living Loving Maid (She’s Just a Woman)”)’.
Questa precisazione si è resa necessaria per chiarire il mio “amore” verso i Led Zeppelin dovendo (mio malgrado) dire, in merito al “Live EP”, che personalmente non si è colta fino in fondo la necessità di tale pubblicazione!
Ma andiamo per ordine.
Quest’anno (2025) cadono i 50 anni dall’uscita di “Physical Graffiti” e il “Live” in questione, di fatto, omaggia tale ricorrenza proponendo in “scaletta” l’esecuzione dal vivo di quattro brani “tratti” appunto da “Physical Graffiti”.
Va detto che i concerti da cui sono stati “presi” i quattro brani (Earls Court del 1975 e Knebworth del 1979) avevano già visto la luce, come testimonia “Led Zeppelin DVD/VHS” del 2003; “Live EP” non ha fatto altro quindi che riportare in formato “audio” un breve estratto di quelle serate (la scelta di limitare i brani appare in linea con la volontà di legare l’EP a “Physical Graffiti”). Passando ora “all’analisi” della musica, le registrazioni, come visto, risalgono ai concerti rispettivamente del 1975 (“In My Time of Dying” e “Trampled Under Foot”) e del 1979 (“Sick Again” e “Kashmir”); ebbene non si può nascondere come le stesse rientrino in un periodo temporale che aveva iniziato a vedere i Led Zeppelin seguire una parabola discendente, non solo nei lavori in studio, ma anche che nelle esibizioni live, non sempre perfettamente oliate in tutti i loro ingranaggi.
Acquistato l’EP, messo il vinile sul piatto, terminato l’ascolto, la prima impressione che ho avuto è stata quella di una band di grandi musicisti non al loro meglio, come se fossero permeati da una stanchezza che si riverberava in una non particolare ispirazione nelle parti “soliste” (gli assoli di Page), nella voce di Plant (che – come è noto – già nel 1975 non canta più come quella di un tempo) e nell’amalgama generale, con un conseguente non sempre fluido scorrere (ritmico) dei brani; basterebbe, infatti, fare il semplice paragone con l’eccellente “How The West Was Won” (che per l’occasione ho riascoltato con enorme piacere) che raccoglie registrazioni live del 1972 per rendersi conto dell’enorme differenza di resa tra quelle esibizioni (le migliori dei Led Zeppelin immortalate su un “disco” ufficiale) e quelle oggetto della nostra odierna trattazione.
Tra i due “Side”, meglio l’“A”, occupato dalle registrazioni del 1975 all’Earls Court, con una “In My Time of Dying” che vede Page impegnato con lo “slide” e con una “Trampled Under Foot” che spicca per il più esteso minutaggio.
Peggio gira il “Side” B, occupato dalle registrazioni del 1979, con un’ordinaria “Sick Again” e un’attesa “Kashmir” che però delude le aspettative.
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