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The Killers: resurrezione trionfale in salsa springsteeniana.

di Redazione
15 Febbraio 2022
in Focus On
Tempo di lettura: 6 minuti
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Brandon Flowers ebbe a dichiarare tempo fa: “stiamo cercando in qualche modo di diventare come i Coldplay: è risaputo che loro sono i nostri totem, la band che più di tutte influenza il nostro modo di suonare”. Per fortuna della musica indie e del rock americano, questa dichiarazione rappresenta o la più grande bugia che una band ha raccontato di se stessa o il miglior fallito tentativo di imitazione. Infatti, con i Coldplay i Killers non hanno mai avuto a che fare, nemmeno per idea: né se confrontiamo i loro migliori dischi con i migliori dei Coldplay (ovvero i primi tre di ciascuna delle due band, dopodiché i Coldplay sono diventati notoriamente fenomeno da ragazzine), né se confrontiamo i loro peggiori dischi (senza dubbio la seconda trilogia dei Killers, dal pretenzioso ma incompiuto Battle Born del 2012, all’indefinito e indefinibile Wonderful Wonderful del 2017, all’incompiuto Imploding the Miracle del 2020) con i peggiori della band di Chris Martin, ovvero tutti quelli prodotti dopo Viva la Vida.
Smettiamo perciò all’istante di confrontarli, facendo un torto speriamo perdonabile a Brandon, e parliamo invece dell’evoluzione musicale, interessantissima perché non lineare, dei Killers fino a quello che potrebbe essere il loro vero capolavoro, che arriva sorprendentemente nel 2021, ovvero Pressure Machine.
Hot Fuss fu nel 2004 insieme agli esordi dei Franz Ferdinand e il nascere degli Interpol ciò che fece parlare di un nuovo sottogenere del rock, ovvero l’indie: nessuno può dimenticare le hit di quel disco, da Somebody Told Me a Mister Brightside, tuttora lanciate in ogni dancefloor di disco-rock. Seguì un disco meno facile come Sam’s Town, che infatti fu meno apprezzato, ma forse era disco ancor più bello, e poi la band di Las Vegas svoltò verso una sorta di rock-pop che strizzava l’occhio alla dance anni ‘70, più commerciale ma non per questo disprezzabile, con lo storico Day and Age del 2009, che lanciò i pezzi tutt’oggi più famosi della band, come l’indimenticabile (e criticabile, per certi versi) Human.
Insomma la prima trilogia di dischi dei Killers cavalca la prima decade del XXI secolo, e li lancia come una (se non la prima) band più famosa e importante del nuovo rock del primo millennio. Con uno strepitoso successo internazionale, e palchi live sempre pieni, i Killers rubano la scena a band anche più longeve e a colleghi forse più talentuosi come Interpol e Editors.
Poi, nella seconda decade, una breve eclissi: Battle Born nel 2012 non raggiunge i successi di prima, e oggettivamente, nonostante il singolo Runaways sia una delle migliori canzoni della band, non è un disco ai livelli dei precedenti.
Wonderful Wonderful, cinque anni dopo, sconta l’insuccesso di Battle Born: il disco viene quasi ignorato dalla critica, e vive anche della sofferenza dell’abbandono, prima sulle scene, poi in sala di registrazione (per il successivo disco) di Keuning, oltreché di Stoermer. Album indefinibile, abbiamo detto, perché contiene tracce alla Human, se non più ancora sfacciatamente disco anni ’70, come la title track, o Rut e il singolo The Man, francamente brutto, dove la band insiste su tastiere e sintonizzatori, e perde di vista la chitarra, ma contiene anche canzoni molto indie e dinamiche degne di stare su Hot Fuss come Life to Come (con un sound alla U2) e soprattutto Run for Cover, o Tyson vs Douglas, quasi una autocitazione dei loro primi periodi.
Emozioni e delusioni: questo il faticoso incedere dei Killers nei successivi tre dischi: è così infatti anche Imploding the Miracle, del 2020, con l’abbandono di Keuning, e la tribolata incisione durante la pandemia, che ha ritardato e intralciato di molto il lavoro.

The-Killlers-Pressure-Machine
Si arriva così al 2021, al settimo disco, Pressure Machine, ancora influenzato dalla pandemia (il bassista Stoermer non ha potuto incidere come voleva per via delle restrizioni), ma prima c’è un episodio fondamentale: nel corso dell’estate scorsa incidono una ri-edizione di A Dustland Fairytale nientemeno che con Bruce Springsteen. Un incontro che poteva (e forse doveva) esserci prima o poi, non solo data la patria USA comune a entrambi, ma anche data la spiccata vocazione americana di entrambi gli stili musicali.
Ebbene, quell’incontro è la svolta: Quiet Town, il singolo che lancia Pressure Machine, è inconfondibilmente una canzone stile Springsteen, con tanto di fisarmoniche e melodia orchestrale (che non era una abitudine dei Killers). Praticamente, se non ci fosse la voce di Flowers, nessuno potrebbe distinguerla da una hit del Boss.
Pressure Machine non è tutto contenuto nel sound springsteeniano di Quiet Town. Anzitutto, c’è tanto sound Killers dei primi tempi: l’album infatti vede il ritorno del chitarrista Koening in maniera definitiva, e dei produttori Jonathan Rado e Shawn Everett, che già avevano aiutato la band.
Inoltre Pressure Machine è il primo concept album dei Killers, ispirato a storie dell’infanzia del cantante a Nephi nello stato dello Utah. Se la musica risente dell’incontro col Boss, le influenze dei testi includono anche Steinbeck e Sherwood Anderson. Non proprio poco insomma.

Pressure Machine è uno di quegli album predestinati: ancora prima dell’uscita di Quiet Town nell’estate scorsa, si sentiva già nell’aria il capolavoro.
La critica esulta: Metacritic gli assegna 81 su 100, il Daily Telegraph scrive “Togliendo un piede dall’acceleratore e basandosi sul tono vocale quasi isterico di Flowers, alle canzoni è stato dato spazio per respirare davvero.” KXRK parla di gemma mondiale ma palesemente locale, e NME ha scritto “È un ritorno a casa dalle intenzioni discrete, non un ritorno eroico e pomposo a cui ci hanno abituati -. Una modestia e una finezza che gli si addice”.
I Killers insomma tornano a pieno titolo a fare rock puro, anche se non è l’indie di Hot Fuss. E’ il rock rudemente e classicamente americano del Boss, certo, ma anche di Jackson Browne, come pure dei Creedence Clearwater Revival e di Nash, Corsby Stills e Young, e c’è anche tanto di Neil Young solista, di Johnny Cash e finanche del Bob Dylan elettrico.
E’ l’ispirazione di questi artisti, anzitutto come cantastorie, a fare da filo conduttore dei testi del concept album, visto che le storie, pur se autobiografiche, sono raccontate come narrazione in terza persona, proprio alla maniera di Dylan, Springsteen e Cash.
Racconta il batterista Ronnie Vannucci: “”Ci stava cadendo il mondo addosso [per la pandemia] e siamo stati colpiti da questa emozione, specialmente Brandon. Volevamo fare qualcosa seguendo quella sensazione. Ricordo che mi disse: “Seguimi su questa strada”. I testi sono stati scritti prima della musica, e quindi nascono proprio come storie pure. Quiet Town parla di due adolescenti, Tiffany JaNae Taylor e Raymond Leo Newton, che furono investiti da un treno nel 1994 ad appena 17 anni. West Hills parla di un altro adolescente finito male per eroina, Cody di adolescenti adescati da fanatismo religioso, Terrible Thing racconta di un ragazzo gay, che voleva suicidarsi, conosciuto da Brandon che così ricorda la cosa: “C’erano dei ragazzi con cui sono cresciuto e che fino ad anni dopo non sapevo fossero gay […] Deve essere stato difficile. Penso che il mondo si stia muovendo in una direzione più positiva e più inclusiva oggi, ma negli anni ’90 non era ancora così e le persone tenevano queste cose nascoste”.
Ma perché Pressure Machine, al di là dei testi, segna la resurrezione dei Killers? Ce lo spiega sempre Flowers, in un confronto molto schietto coi precedenti dischi: “Ti fai prendere dai soldi, dall’avere tempo, dagli studi di registrazione e lavori tralasciando i dettagli. Ne siamo stati sicuramente colpevoli. Questa volta è stato diverso. A Shawn non è stato permesso di mixare col computer. Stiamo mixando su mixer vecchia scuola a nastro magnetico e non stiamo limitando le modifiche. Vogliamo far percepire anche la polvere di questo progetto“.
Il disco infatti sa di polvere: solo apparentemente rinunciatario rispetto alla roboante ritmica dei loro pezzi più famosi, contiene canzoni semi-acustiche e semi-folk (la splendida Runaway horses, presente in deluxe in una versione solo acustica con Phoebe Bridgers, e poi Sleepwalker), ballate (Desperate Things, Pressure Machine, The getting by), ma non mancano i pezzi trainanti alla Killers (In the car Outside, In Another Life, oltre a Quiet Town).
E’ un disco che suona molto diverso da ciò che i Killers hanno fatto sin qui, ovvero indie (prima) e pop-rock anni ’70 (dopo). Ritmicamente, potrebbe deludere rispetto alla ballabilità e alla dinamica della loro precedente discografia. C’è tanta chitarra acustica, che nei vecchi brani non si sentiva quasi mai, e l’abbandono quasi totale di sintetizzatori e tastiere come linea portante della melodia. Insomma, è una cosa diversa da quanto Flowers, Vannucci e soci hanno fatto sin qui. Una cosa diversa che a qualche fan potrebbe anche non piacere, ma che certamente li salva dal dimenticatoio verso cui stavano andando a finire, facendo risuonare il loro sound come fresco e rinnovato, assolutamente sgargiante e purissimo. L’impronta di Springsteen è fortissima, alcune volte arriva al confine del plagio, ma è più una ispirazione generale, quasi che si fossero messi in testa di provare la “sua” musica, il suo sound. E appunto ne esce fuori qualcosa di nuovo, che non si era mai sentito, e che li consacra come band ancora capace di trainare le classifiche e la critica. Un’iniezione di spunti che fa bene non solo ai Killers ma a tutto il rock contemporaneo.

https://www.thekillersmusic.com

autore: Francesco Postiglione

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