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Recensione: The Hidden Hand – Mother Teacher Destroyer

di Redazione
16 Dicembre 2013
in Recensioni
Tempo di lettura: 2 minuti
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Almeno 10 anni prima che il termine “stoner” fosse coniato, Scott “Wino” Weinrich suonava già questo genere di musica. Fu lui all’inizio degli anni 80 a reinterpretare per primo la musica dei Black Sabbath (guadagnandosi la riconoscenza – ancor oggi spesso ribadita nelle interviste e nei credits degli album – di gruppi come Cathedral, Metallica, Corrosion of Conformity, Melvins…) riproponendo le loro lente, bassissime ed asfissianti vibrazioni nell’epoca in cui hardcore e new wave ne avevano quasi seppellito la memoria. Operazione – mai semplicemente ‘filologica’, badate bene, poiché Wino è sempre stato un apripista per tutti, anche per i Kyuss – messa in atto in quasi un quarto di secolo con le sue diverse e successive band: St. Vitus, Obsessed, Spirit Caravan ed ora The Hidden Hand.
Tuttavia, data la coerenza artistica di Wino, è come se si trattasse sempre della stessa oscura creatura che si reincarna, riprendendo, con questo stratagemma, slancio e motivazioni nuove. Proprio per i dischi dei St. Vitus (e per quelli dei Candlemass, contemporaneamente) negli anni 80 fu coniato il termine “doom”, prendendo spunto dal titolo (‘The Hands of Doom’) di una vecchia canzone dei Black Sabbath.
Le 11 tracce di “Mother Teacher Destroyer” – pur puzzando di zolfo lontano un miglio – saranno per gli intenditori freschissime pepite del deserto che pagano tributo ai riff granitici di Toni Iommi ed al cantato di Ozzy Osbourne, con testi qualche volta persino sorprendentemente concreti (“…They’ll try to keep us in fear/disinformation is the tool/Media controlled/divide and rule…” in ‘Desensitized’, contro la lobotomia televisiva che ci minaccia tutti ogni giorno) rispetto ad un genere di musica abitualmente di poche parole, che quando va bene predilige addirittura lo strumentale, altrimenti ci sommerge con interpretazioni di simboli cabalistici, visioni acide, sbronze leggendarie e strafighe rimorchiate semplicemente schioccando le dita così (tutte cose che sono parte dell’immaginario anche di Wino, in ogni caso…).
Gli Hidden Hand sono un trio, al loro secondo disco. Wino Weinrich, al solito, è alla chitarra e canta nella maggior parte delle tracce: dopo 25 anni d’esercizio questo bizzarro patriarca dello stoner si è talmente identificato con Ozzy che potrebbe cantare al posto del maestro nella prossima reunion dei Black Sabbath (no, basta reunion dei Sabbath, per pietà…) e nessuno se ne accorgerebbe; quasi ci terrorizza quando intona la catacombale ‘Travesty as Usual’, roba catramosa da almanacco del doom. Al canto si distingue anche il giovane bassista Bruce Folkinburg, dotato di voce più versatile, e c’è proprio lui al microfono sia in un paio di pezzi più dilatati, tra cui la stupenda ‘Black Ribbon’, sia nella più compatta ‘The Crossing’ in apertura.
Ascoltando il disco a tavola, alla “mensa” di Freak Out, si rifletteva sull’eventualità di aprire il primo ristorante d’Italia specializzato in “stoner food”, con i camerieri tatuati e la musica degli Hidden Hand in sottofondo da abbinare a piatti tipici del deserto: l’arrosto di coyote, la fritturina di scorpione, la ribollita di peyote, il cactus all’insalata col peperoncino piccante… Il nome del locale? “Le Tre Piramidi” o magari “Ai Quattro Peones”, e al sabato sera sabba satanico con ingresso libero e consumazione obbligatoria… insomma: serve un socio che metta i soldi poiché qui non ne abbiamo. Fatevi avanti! Sul serio, potrebbe funzionare…

Autore: Fausto Turi

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