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Calibro 35, incontro con gli Italian Soundtracks Funkateers a ridosso della pubblicazione di un nuovo disco.

di Redazione
18 Maggio 2014
in Interviste
Tempo di lettura: 9 minuti
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Gli Italian Soundtracks Funkateers, almeno così si autodefiniscono, sono per tutti i funambolici Calibro 35, grandissima formazione funk che di recente è stata di passaggio – in un poco affollato e male organizzato live – a Napoli. Li abbiamo incontrati per farci racconta la loro storia recente attraverso Morricone, le registrazioni in USA, le aperture ai Muse; senza dimenticare che prossimamente, di preciso il 15 Giugno, pubblicheranno su vinile arancione per Tannen records, la colonna sonora del film Sogni di gloria del regista John Snellinberg.
La giornata è di quelle umide, con temperature leggermente sotto la media stagionale. Per arrivare alla venue attraversiamo una strada i cui tombini esalano zolfo che sembra di essere in una New York del secolo scorso. Lo scenario è quello che ti aspetteresti di trovare se dovessi intervistare una band che ha ri-arrangiato Morricone e ha musicato storie di gangster, mala e sparatorie.
Attiva da ormai 7 anni, i Calibro 35 rappresentano una scena assolutamente originale all’interno del panorama rock alternativo italiano e internazionale. Partendo dalla rivisitazione di celebri colonne sonore in chiave funk, jazz, soul, rock, il gruppo milanese pubblica poi anche album autografi fino ad arrivare a comporre colonne sonore originali.
Al soundcheck partecipiamo alle schitarrate da mexican standoffs tarantiniani, batteria sempre incalzante, basso energico e sax e tastiere a completare un sound che anche i meno esperti collocherebbero facilmente in qualche film poliziesco ben fatto.
Subito dopo il check con noi, nel loro camerino, in una situazione molto informale, Luca Cavina (basso), Fabio Rondanini (batteria), Enrico Gabrielli (tastiere, flauto, sassofono, xilofono) e Massimo Martellotta (chitarre). Enrico e Luca, rilassati di fronte a noi, ci rispondono alle domande.

calibro 35 tetrisBand formata a Milano. Vi siete conosciuti lì? Ci ri-raccontate la genesi dei Calibro 35? Si parte dalla rivisitazione delle colonne sonore celebri, fino a scrivere brani e colonne sonore autografi. Come avviene quest’evoluzione?
Luca: In verità nessuno è di Milano, Massimo abita a Milano ma in realtà è il luogo dove ci siamo conosciuti ed è un po’ la nostra base operativa. Come nasciamo ormai lo sanno in tanti: il primo album è una raccolta di grandi classici poi, dopo 7 anni di live, succede che, di fatto, cominci a vivere di vita propria pur rimanendo tributari a un genere che è quello delle colonne sonore. Però il processo è molto naturale, a furia di suonare certe cose, ci sono entrate dentro e adesso hanno vita autonoma senza avere un diretto riferimento cinematografico. L’ultimo lavoro, infatti, prende spunto da un libro da cui non è mai stato tratto un film. Rimaniamo in ambito noir ma senza avere necessariamente bisogno di immagini.
Noi quattro ci siamo conosciuti direttamente in studio. Tommaso (Colliva, il regista del progetto, nda) conosceva Enrico e Max, Enrico conosceva me grazie ai progetti Mariposa e Transgender, Fabio conosceva Max e Tommy e via andare…

La vostra storia nasce nel 2008 con Calibro 35. Cos’è cambiato nella mentalità della band?
Enrico: Io credo questo: la mentalità non è cambiata per niente. Siamo un gruppo che è stato assemblato per fare delle cose e siamo rimasti un gruppo che fa delle cose. Sono diventate più belle perché abbiamo suonato molto in giro ma comunque non c’è quella sorta di poesia romantica circa la formazione della band che nasce dai garage piuttosto che dalle sale prova. Siamo un gruppo nati da un “gentlemen’s agreement”, da un patto tra gentiluomini, ci siamo stretti la mano e ci siamo dimostrati reciproca stima.
Sì, certo, alla fine abbiamo avuto pure culo, Tommy è stato bravo, è stato lui ad assemblare queste persone.

L’esigenza iniziale è rimasta immutata?
Enrico: L’esigenza iniziale è stata quella di fare un disco di pezzi celebri. Finito quello, fare musica! Non trovo grandi differenze rispetto agli inizi. C’è stata una naturale maturità fatta di concerti su concerti, di esperienza.

Il premio PIMI al MEI come “Miglior Tour 2009”, le partecipazioni a raccolte come “Afterhours presentano” come hanno influito sulla vostra carriera?
Enrico: Dico la mia: i premi sono conseguenze, non sono mai cause. È difficile che da un premio o dalla partecipazione ad una compilation nascano delle robe di conseguenza. Se vai lì, vuol dire che hai già fatto qualcosa prima. Le cose più fertili sono nate dalle situazioni più informali, più piccole e più improbabili.

L’essere apprezzati all’estero?
Enrico: È un altro discorso. Andare all’estero è una naturale conseguenza di suonare in un paese come questo qua. Bisogna cominciare a vedere l’Europa come una struttura continentale più complessa, da esplorare. Facendo musica strumentale è più semplice, ora come ora è certamente una risorsa.

L’aver registrato a New York si colloca in questo percorso?
Luca: La scelta di registrare a NY è stata una cosa folle che ci è andata bene…
Enrico: E due! È già la seconda volta che dici che ci è andata bene. (risate).
Luca: … Tant’è che poi la genesi dell’ultimo disco (il quarto, Traditori di tutti) è l’opposto di “Ogni riferimento …”(terzo album in studio della band, nda). Lì il pretesto è che fummo invitati ad Austin, TX al “South by Southwest” e dato che tra East coast e West coast c’è poca distanza (ridono), ci siamo detti “Dai, facciamo una registrazione di 5 giorni a Brooklin e vediamo cosa salta fuori!”. In realtà, quella concentrazione lì ha permesso di farci scaturire una valanga di idee. “Ogni riferimento” è un disco dove si sente la precarietà: da un lato il fatto che ci siamo spremuti le meningi e dall’altro il fatto che comunque abbiamo ottimizzato i tempi considerando che eravamo stretti. Allo stesso tempo c’è un’eterogeneità che nell’ultimo disco viene invece risolta e messa insieme e rimescolata per bene da un concept. In “Ogni riferimento” eravamo meno consapevoli di quello che stavamo facendo. Nell’ultimo abbiamo fatto questo salto di qualità.

Sappiamo tutti che i vostri brani hanno destato e raccolto molta approvazione all’estero. Siete comparsi ad un network della BBC che ha fatto girare più volte il vostro singolo “Ricatto alla mala”. Suonare all’estero e suona in Italia è la stessa cosa? Quali sono le differenze che avete notato?
Luca: Di sicuro, di default, quando vai all’estero e non fai i soliti locali italiani (esce un disco, il giro dei locali in italia è sempre lo stesso, anche il  giro di pubblico), portare fuori la tua musica, tu stesso come musicista lo vivi diversamente. In qualche modo l’estero, con quel senso di novità, ci ha permesso di fare dei live più freschi. L’aspetto negativo di tornare a suonare in Italia è stato suonare di fronte ad un pubblico che ha delle aspettative, o magari siamo noi che pensiamo che la gente abbia delle aspettative; comunque sarebbe meglio non aspettarsi niente così daremmo un po’ il meglio di noi.
All’estero in qualche modo c’è questa freschezza in più dovuta al salto nel buio e, nel momento in cui la nostra musica ha presa, è una soddisfazione moltiplicata rispetto all’Italia.
Siamo stati a Londra e a Manchester. Nella prima, pur essendo Londra, c’era il 70% degli italiani. Il tipo di live era diverso, più accondiscendente. A Manchester c’era un pubblico autoctono, era tra l’altro la serata di Craig Charles, c’era un pubblico specializzato che voleva sentire determinate cose e ci è capitato di accorgerci di piccoli moti del pubblico o comunque che il nostro suonare ci influenzava emotivamente.
Qui, dopo sette anni che suoni, te la si fa passare sempre bene. Sarebbe positivo confrontarsi con delle realtà dove non sai a cosa vai incontro.
Enrico: A volte succede che il pubblico completamente ignaro rimane stupito, proprio non essendoci aspettativa. La serata di Manchester, però, me la ricorderò per parecchio tempo perché è stata una delle più importanti. E una delle serata dove ho fatto più figure di merda. Ho sbagliato il nome di Craig Charles. Dal palco ho ringraziato Craig James e alcune persone nelle prime file me lo fanno subito notare. Dopo ho beccato un tizio strafatto di anfetamine, maglietta della Germania, pelato, che parlava un inglese tanto perfetto quanto incomprensibile. A un certo punto parliamo di calcio: io toscano, Fiorentina, gli ho parlato del Manchester United. Lui mi ha guardato, ha sputato per terra e mi stava per dare una testata… era tifoso del City! Mi ha risparmiato solo perché ha capito che non ne sapevo niente.
Luca: Ma come, stai raccontando delle tue figure di merda? Devi dire che è stato fantastico! (risate).

calibro35 pressAprire ai Muse, l’avete fatto due volte: a Milano nel 2010 e a Torino l’anno scorso…
Luca: l’abbiamo fatto due volte sì, a San Siro e a Torino. Mi ricordo più positivamente Milano, c’erano i Friendly Fires e i Kasabian, insieme a noi a supportare i Muse. Avevamo un discreto cagotto davanti a 26mila persone. È stata un’esperienza, senti il “Wwwooooo”, la senti veramente. La cosa curiosa è suoni inizialmente a 1000, chiappe strette e poi l’effetto massa crea una distanza tale che la tensione svanisce. C’è più tensione, anche positiva, quando facciamo delle interviste in radio, quando suoniamo in radio. Nello stadio è tutto molto più dispersivo, la stessa ansia da prestazione svanisce nella massa informe.
A Torino non ci ho capito molto. Non suonavamo insieme da una vita, siamo arrivati in fondo?!
Enrico: Io mi sono cagato sotto più a Torino. A San Siro c’è questa cosa strana di essere verticalizzati, non hai profondità ma hai altezza. Era stranissimo. A Torino c’è la classica pianura di teste: 15mila persone, più piccolo. Sono esperienze interessanti.
Luca: Non siamo una band da stadio. Perché una band da stadio deve avere una dinamica col pubblico che è completamente diversa. Noi siamo musicisti nel senso classico. Testa bassa e suonare fino alla fine! Lo stadio è più show. Noi che facciamo solo musica, siamo penalizzati in un aspetto.
Enrico: Sono stai loro a chiamarci, volevano che ci fosse un gruppo italiano, Tommy ha lavorato con loro. E devo dire che il pubblico dei Muse non è male, rispetto ad altre platee da stadio.
Luca: è stato più difficile con Caparezza. Aldilà del fatto che la gente abbia apprezzato, alla fine di ogni pezzo chiamavano Caparezza, buuu, fischi… dinamiche completamente diverse.
Enrico: problematica del fan medio. Forte attaccamento calcistico. Qualsiasi intromissione è vista male. Non credo sia normalissimo.
Luca: Tu, infatti, scusa se ti dico ‘sta cosa, al concerto di Caparezza ti sei fatto sfuggire una cosa da non fare mai quando apri in uno stadio al big act. Hai detto: “Adesso facciamo due o tre pezzi e ci togliamo dai coglioni”, fornendo un assist ad alcuni scalmanati.

Questa è una domanda che facciamo spesso a coloro che intervistiamo. Oggi, in base alla vostra esperienza come artisti, alle registrazioni all’estero, ai viaggi e alle aperture ad altri grandi artisti, che consiglio vi sentite di dare a dei giovani che magari adesso si affacciano al mondo della musica e vorrebbero arrivare ai vostri livelli?
Enrico: Cazzo! Questo presuppone che ci sia un mercato musicale italiano. Non essendoci, non c’è un sistema di relazione ordinario… qui (in Italia, nda)! Credo che non si debba considerare di esser giovani o non giovani. Non c’è molto da consigliare se non vita vissuta. Mi relaziono con ragazzi ma mai come se fossero pischelli che abbiano qualcosa da imparare. Prima regola fondamentale del musicista: Non c’è un sistema di gerarchie. Se esistono, servono ad altro, non a fare musica. C’è gente che fa cose che possono o non possono piacere. C’è gente umanamente mediocre che fa cose molto belle… è tutto un po’ confuso.
Luca: Le scene musicali sono diverse, ci sarebbero tanti discorsi da fare. Ci sono giri in cui è più facile suonare all’estero che non con altri generi musicali. Dipende sempre da cosa vuoi fare, che ambizioni hai, che interesse hai. Poi magari conoscendosi, si può parlare di qualcosa, di esperienze.
Enrico: Io tenderei a pensare che sia abbastanza giusto che una persona abbia un minimo di coscienza. Ma sì, ma vaffanculo.

Grazie, con questo vaffanculo chiudiamo  e ringraziamo i Calibro 35.
Finale alternativo:
Enrico: Io tenderei a pensare che sia abbastanza giusto che una persona abbia un minimo di coscienza.

http://www.calibro35.net/
https://www.facebook.com/calibro35

autore: Luigi Oliviero

Teaser Trailer SOGNI DI GLORIA – Un film in due episodi di John Snellinberg from John Snellinberg on Vimeo.

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