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Tre Allegri ragazzi Morti, ripercorrere l’evoluzione di una delle band più versatili del panorama musicale italiano.

di Redazione
21 Aprile 2013
in Interviste
Tempo di lettura: 9 minuti
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Dal 1997, anno di pubblicazione di “Piccolo intervento a vivo”, album d’esordio dei Tre Allegri Ragazzi Morti, ne è passato di tempo. E i tre “ragazzi”, nel giro di questi due decenni, sono cresciuti (e ci riferiamo alla loro ricerca sonora) partendo dal punk/power-pop per approdare al reggae passando per fasi new-wave e cantautorato.

In occasione dei loro concerto campano (il 26 aprile suonano al Comicon di Napoli) abbiamo scambiato qualche battuta con Davide Toffolo per ripercorrere l’evoluzione di una delle band più versatili del panorama musicale italiano.

Hai presentato “Nel giardino dei fantasmi” usando questi termini: “il rock, il reggae, il dub, la canzone d’autore, il folk con qualche fantasma più esotico”. Quali sono questi fantasmi più esotici? E perché parli di fantasmi?
Perché sono fantasmi. Mica cose tangibili e afferrabili. Sono fantasmi, ectoplasmi, ricordi mai passati, speranze perdute, esorcismi contro le cose difficili da vivere, storie inventate per rendere la notte meno nera, danze contro il dolore d’amore, robe del genere. Le puoi trovare solo nelle migliori drogherie. Si chiamavano così una volta. Oggi non so se si può ancora usare questo termine.

Siete partiti dal punk attraversando fasi anche vicine al cantautorato, dalla new-wave de “Il Sogno Del Gorilla Bianco” alla mistione di generi de “La Seconda Rivoluzione Sessuale” fino al reggae e alla mistione di tutto ciò che avete toccato che fa parte del vostro nuovo lavoro: ci sono altri generi musicali con cui ancora non vi siete cimentati ma che vi piacerebbe suonare?
“A me mi piace il blues”, come cantava Pino Daniele. Ma chissà, in questi giorni ascolto solo un brano dei Dead Can Dance che si intitola “Children of the sun”.

Il processo compositivo dei vari brani ha avuto il solito percorso delle altre volte o anche in questo frangente è cambiato qualcosa?
Comincia sempre da me. Io accendo la scintilla, poi il gruppo organizza la visone. Da due dischi Paolo Baldini arrangia e produce. Direi che il nostro è un gruppo sempre più grande. Una mia amica, che non ci vedeva da un poco, mi ha detto che sul palco sembriamo una orchestra. L’orchestra più piccola del mondo. Mi piace l’idea.

Cos’è “il nuovo ordine”?
Quello che ti tiene davanti al tuo computer o al tuo telefonino. Dove sei adesso?

“Tutto quello che dici non ha importanza”?
Certo che non l’ha. È quello che vivo che ha importanza, lo sforzo che faccio ad interpretare la mia parte in un disegno che è assolutamente collettivo. Niente di quello che facciamo ha una sua originalità assoluta. Tutti siamo una piccola parte del mondo, che è la cosa importante.

“Ti sembro io il nemico?”: chi è “il nemico”?
Queste parole sono tratte da “Il pasto nudo” di Burroughs. Un libro illuminante sulla condizione del tossico. La macchina della produzione della paranoia. Mi interessa. Forse il nemico sono davvero io. Tu che dici?

Rispetto ai vostri primi lavori, dove nei testi affrontavate tematiche più legate al vissuto personale dell’individuo e alle problematiche dell’adolescenza, siete arrivati a parlare in maniera sempre maggiore di problematiche sociali, globali, che potrebbero essere definite “politiche”: com’è stato questo percorso?
Credo ci sia sempre stata una vocazione sociale nelle nostre canzoni. In “Primitivi del futuro” questa vocazione si è spinta verso l’ecologia, ma credo che la natura della nostra musica sia praticamente un esorcismo contro la difficoltà di esistere. In questo senso la nostra musica è politica.

Il punto di forza dei vostri lavori, oltre all’eterogeneità, che a mio avviso rappresenta meglio di qualsiasi altra cosa l’intelligenza di una band che si mostra non chiusa in determinati schemi, è l’altissima qualità del vostro approccio alla composizione, brani all’apparenza “semplici” ma molto più complessi di quelli di tante altre band, nonostante risultino al contempo orecchiabilissimi (encomiabile questo aspetto, di complessità mista a fruibilità). Eppure voi, ancora oggi, dopo aver dimostrato queste vostre doti più e più volte, venite spesso considerati una “band adolescenziale” o addirittura “per teenager”: che problema hanno pubblico e critica? Perché questa mancanza di “comunicazione” che porta a non percepire le cose per quello che sono?
Siamo un esempio di quanto la forma sia importante per collocare un prodotto e consumarlo. Facciamo canzoni facili, con contenuti condivisibili eppure la inconsumabilità dei Ragazzi Morti rimane la loro forza e il loro limite. Siamo inconsumabili per molti motivi: l’assenza di una faccia, il nome, ossimoro pieno di turbamenti, e poi per una collocazione musicale indecifrabile. Spiazza la critica, impaurisce i grandi media e tiene vicinissime quelle persone sensibili e a noi affini che ci hanno sostenuto tutti questi anni.

I Tre Allegri Ragazzi Morti sono stati una delle poche band che in Italia hanno saputo rinnovarsi di continuo e cambiare stile in un crescendo di eterogeneità. Me ne vengono in mente poche altre, in testa a tutti i 24 Grana, ma anche band come Estra o Timoria: come mai molto spesso band ultracclamate preferiscono non “sforare” (e non osare) rimanendo legate a uno stilema ben preciso?
Il mercato che chiede la ripetizione di una formula. Ma noi siamo sempre stati tangenziali al mercato. Altre volte l’alchimia dell’incontro fra i componenti del gruppo non si ripete e a quel punto muore la magia. Per noi il fatto di aver rinunciato alle nostre esperienze individuali per una superidentità che si chiama Tre Allegri ci ha resi incapaci di crescere ma puri come un gruppo al primo disco.

“Anni 50: mio padre balla il rock’n’roll; anni 60: mia madre chiusa in fabbrica; anni 70: tutti con le P38; anni 80: siamo tutti al centro della moda; anni 90: un pensiero unico”. Cosa ci hanno lasciato invece gli anni 00? E cosa dobbiamo aspettarci da questi appena iniziati anni ’10?
Gli anni zero ci hanno lasciato il  vecchi secolo alla spalle. Niente è più come nel ‘900. Questo è chiaro. Gli anni dieci saranno quelli della rinascita, l’inizio del cambiamento biologico della nostra specie, come i Maya prospettarono. Saranno anni memorabili, questo è certo.

Quali sono i tuoi brani preferiti dei Tre Allegri Ragazzi Morti?
I primi dieci brani contenuti dentro il demo “Mondo naif” li porto nel cuore. A me piacciono i Tre Allegri, molto.

E come album a quale sei più legato?
Forse “La testa indipendente” è stato quello più difficile da fare, da soli, per inaugurare La Tempesta, incontrando Canali Giorgio e il gruppo dei ferraresi. Si, forse quello è il disco che difendo di più. Quello che mi piace di più è “Primitivi del futuro”.

In alcuni dei tuoi testi canti al femminile: mi sono sempre chiesto il perché.
Si, il genere. Maschile e femminile. Quanto di femminile c’è in un maschio e viceversa? Mi interessa questa indagine così ogni tanto canto come fossi una ragazza. Sono un autore, uno scrittore e disegnatore. Ho imparato a disegnare i vecchi anche se non lo sono e le donne e i bambini. Faccio lo stesso quando canto.

È evidente la vostra voglia di comunicare esperienze vissute agli adolescenti per aiutarli a crescere. Come mai una predilezione verso le ragazze (ne “La Sorella Di Mio Fratello” un verso recita “… vorrei essere un uomo, vorrei essere libera di essere come sono…”)? È perché la società in cui viviamo dà molte più libertà ai maschi, essendo una società prettamente cattolica e quindi maschilista?
Vero quello che dici. Le ragazze, le donne, a me sembrano in questo momento storico la sola cosa interessante del panorama umano.

Facciamo un salto indietro: come mai la scelta del titolo “La Seconda Rivoluzione Sessuale”?
La prima è quella che è stata raccontata mille volte. Ma se c’è stata una prima perché non chiederne una seconda?

Ma il sesso complica o libera?
Io lo vorrei liberatorio e non agonistico. Lo cerco di continuo. Per capire appunto se complica o libera.

Oltre a portare in giro il vostro repertorio mettete in scena anche uno spettacolo su Pier Paolo Pasolini (Davide “Eltofo” Toffolo, chitarra e voce della band nonché fumettista, ha anche scritto e disegnato una graphic novel su Pasolini, ndr): cosa dovrebbe imparare da Pasolini l’uomo degli anni 2010?
Il metodo. Certo, Pasolini era uomo del suo secolo, ma la sua condizione esistenziale, di ricerca e tormento, è assoluta. La passione e la volontà critica sono il suo lascito più vivo.

Quali sono il tuo libro e il tuo film preferiti di Pasolini e perché?
Fra i film adoro “Edipo re” per la forza estetica. La storia è un classico ma la visione del regista assolutamente originale stordisce per la forza che esprime. Della sua produzione letteraria le poesie. Ma c’è un Pasolini per ogni stagione della vita, per questo penso vada letto e visto in modo cronologico. Cioè, da ragazzi il Pasolini ragazzo, da adulti e disillusi quello dell’ultimo periodo.  Manca un Pasolini della vecchiaia. Ma ha il suo senso questa mancanza.

Una delle frasi di Pasolini che più mi ha sempre affascinato è “la parola speranza è cancellata completamente dal mio vocabolario”. Con questa frase Pasolini si riferiva al fatto che il processo di massificazione, con tutte le sue conseguenze, sembra(va) essere un qualcosa di irreversibile: voi che idea vi siete fatti su questa sua dichiarazione? Perché il processo di massificazione resiste?
È del suo periodo ultimo, quando era arrivato ad immaginare un uomo perduto nella massificazione e nei consumi. Credo che oggi questa fase sia andata oltre. Eppure si può ancora lottare e forse il cambiamento dell’uomo produrrà un uomo nuovo. Il rapporto con la macchina, con la rete, svilupperà una nuova umanità dove massificazione e consumi potrebbero prendere nuovi significati.

A mio avviso “cancellare la parola speranza” ha anche una certa valenza positiva e ottimistica: chi vive sperando si crogiola appunto nella speranza di un miglioramento; chi non lo fa ha dalla sua parte la possibilità di lottare per il miglioramento. “La speranza è una trappola”, in questo senso, per citare un altro grande cineasta italiano, Mario Monicelli. Mentre voi cantate “E non è il destino, sei tu il tuo nemico”, come a dire che tutto ciò che accade di brutto nel mondo è colpa dell’essere umano, che però sembra non rendersi conto di questo giustificando in questo modo i propri fallimenti. Le masse, che sono poi quelle che fanno la differenza, hanno il potere per attuare un grande cambiamento sociale: ma come si fa a far aprire gli occhi alle masse  assoggettate dai media in modo da attuare un effettivo miglioramento della “qualità della vita”, per citare un altro vostro vecchio brano?
Noi ci proviamo con il canto e la musica. Il nostro è un urlo disperato ma pur sempre vitalistico. Un atto poetico di per se stesso. Forse la poesia può fare l’uomo nuovo.

“Prendi a calci il tuo padrone, smettila di comperare, stacca la televisione: non lo fai”: perché “non lo fai”?
È un dato di fatto, una fotografia. Tutti i testi di questo album, “Primitivi del futuro”, hanno un cattivo maestro che si chiama Zerzan. Lui conduce il gioco.

“I fiori sono morti e le more avvelenate, senza pensarci troppo hanno usato il trattamento, ho provato a dirlo agli altri, guardate che sbagliate, se il grillo torna al campo anche voi ci guadagnate, hanno ammazzato i grilli, sterminato le formiche, esiliato talpe e topi” , e ancora, “Guarda il cielo, è rovinato, guarda il campo, è rovinato, guarda il mare, è deturpato, guarda l’uomo”: una tematica ricorrente nei vostri testi è l’attaccamento alla natura, in “Primitivi Del Futuro” mostrata deturpata dall’essere umano. Perché l’essere umano inquina? Com’è possibile che le aziende inquinino il mondo con rifiuti tossici di ogni genere, legalmente o illegalmente, con così tanta facilità, come se il mondo non appartenesse anche a loro? Perché i governi o le forze dell’ordine insabbiano tutto? Perché l’uomo medio non si indigna? Siamo tutti schizofrenici a perpetrare, in questo modo, la fine del pianeta e la nostra stessa fine?
 Queste parole sono nate da una esperienza personale. Per fare il disco siamo andati ad abitare in una casa comune in mezzo ai campi, nella campagna pordenonese. Mi aspettavo qualcosa dolce come un campo di margherite dei miei ricordi di bambino, pieno di insetti e di fiori di mille specie diverse. Invece ci siamo trovati in mezzo ai cicli produttivi della cultura contadina attuale. Ti assicuro che io non ce l’ho fatta. Sono tornato ad abitare a… Milano. Ah ah ah.

Fra le vostre tematiche ricorrenti ci si imbatte spesso ne “l’animale” come esempio da seguire: cos’ha dimenticato l’essere umano del suo essere animale e come fare per riacquistare quel modo d’essere?
È un’altra mia fissa di bambino. Vedevo e vedo il  mondo animale come la perfezione. Non c’è spettacolo più imponente, evidente, appagante della natura. Per me l’alienazione è immaginarsi altro da questo.

Con La Tempesta siete diventati, ad oggi, una delle etichette indipendenti più importanti in Italia, se non la più importante in assoluto. Come selezionate le band che vanno a far parte del vostro roster?
Siamo un collettivo di artisti. Fare parte de La Tempesta vuol dire essere essenzialmente autogestiti e indipendenti. Dentro c’è una attitudine punk hardcore, una attenzione alla lingua italiana, la voglia di libertà espressiva e di gestione. Tutti i nostri gruppi, a volte coscientemente, altre volte no, hanno queste caratteristiche.

Una volta il vostro saluto era “Bacini & Rock’n’Roll!”. Poi è arrivato “Questo è il mondo!”, infine “Puoi dirlo a tutti”: come ci saluterete dopo questa ennesima evoluzione?
“Bacini & rock’n’roll” va ancora benissimo, anche se tutti sanno che suoniamo bene anche il reggae! Ah ah ah.

www.treallegriragazzimorti.it/
www.facebook.com/treallegriragazzimorti 

autore: Giuseppe Galato

Prec.

Of Monsters and Men – Estragon, Bologna – 18.03.13

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