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Special: Kaleidoscope|02 S.Giorgio a Cremano (NA), Villa Bruno 6 e 7 settembre 2006 – reportage della seconda edizione

di Redazione
16 Dicembre 2013
in Speciali
Tempo di lettura: 5 minuti
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La seconda edizione del festival “Kaleidoscope” si svolge in una cornice d’eccezione: la settecentesca Villa Bruno, ed è interamente dedicata alla musica elettronica (e alle sue varie declinazioni) ed alla riflessione sul rapporto tra le nuove tecnologie e le espressioni artistiche.
Nel pomeriggio la biblioteca comunale ospita interessanti discussioni, animate da esponenti del mondo accademico (il prof. Bergamene dell’Accademia delle Belle Arti di Napoli, Alfonso Amendola del Laboratorio di analisi degli audiovisivi dell’Università degli studi di Salerno e i suoi collaboratori), autori di interessanti saggi come “Millesuoni. Deleuze, Guattari e la musica elettronica” (Maurizio Zanardi, accompagnato da Stefano Perna dell’Università di Salerno), esperti del settore, e gli stessi artisti (i Matmos, che incontrano il pubblico in un’interessante “intervista aperta” a cura di Pasquale Napolitano).
Sul piano strettamente musicale, va ricordata innanzitutto la splendida performance degli americani Matmos, protagonisti di un gran bel concerto.
Loro sono in due ma sul palco vengono coadiuvati da una Zeena Parkins (camuffata da una parrucca nera, rispetto al suo live di poco precedente di cui poi si parlerà) e da un chitarrista. Uno dei Matmos, Drew il moro, si occupa del tappeto elettronico, beats&loops insomma, l’altro, il biondo Martin, produce musica concreta, maneggiando oggetti tra i più disparati da cui trae i suoni più vari.
I Matmos sono famosi proprio per questo, in effetti: fare una musica che unisce l’elettronica a “rumori” presi dal vero; così, a seconda dei “rumori” sfruttati, ogni loro album sembra assomigliare a un concept: oggetti in sé, il mito del vecchio west, la medicina (la chirurgia plastica, l’eterno memento mori), la guerra civile americana, gli intellettuali di ogni tipo.
Il lato più spettacolare del loro concerto è proprio quello di Martin perché, sì, i Matmos dal vivo suonano, non mettono semplicemente le basi. E allora ecco Martin alle prese con un palloncino che si sgonfia, un tubo di plastica, del ghiaccio secco, dei petali (e anche dei mazzi) di rosa. Ogni cosa viene usata e reinventata allo scopo di creare musica.
Certo, probabilmente niente di originale, la musica concreta è una musica di futuristica memoria, quando i fischia(n)ti e rivoluzionari “intona-rumori” erano davvero qualcosa di straordinariamente mai visto et sentito, eppure i Matmos coinvolgono e stupiscono non solo un certo tipo di pubblico, ma anche quell’altro tipo, di pubblico. Quello “fighetto” che si auto-definisce “appassionato di musica elettronica”, insomma.
La scaletta del concerto attinge soprattutto al materiale più recente, ovvero vengono presentati e suonati pezzi presi soprattutto dall’ultimo disco dell’elettronico duo, disco titolato a seguito di una frase di Ludwig Wittgenstein, e le danze vengono aperte da uno scritto di Valerie Solanas provocatoriamente declamato da una rabbiosa Parkins.
È uno scritto contro l’uomo (inteso come genere maschile), di cui la frase più gentile è «L’uomo ha un cromosoma incompleto, è un aborto che cammina, quindi non serve a nulla», o qualcosa del genere.
Si passa poi ai più delicati, eppure possenti e voraci, mazzi di rose (di cui sopra) del filosofo austriaco, fino ad arrivare, attraverso ghiaccio e pezzi più vecchi suonati al triangolo, in una lontana terra burroughsiana, terra i cui ipnotici fumi d’oppio rischiano di stordire pesantemente.
Il concerto dura un’ora scarsa, ma l’impressione è stata quella di un lungo viaggio.
Nessuna foto è stata scattata, come se si fosse inchiodati alla sedia, troppo affascinati per fare anche solo un passo. È per questo che ci si affida alle parole, per ricordare.
Prima dei Matmos c’è stata Zeena Parkins, a riscaldare l’ambiente… o a raffreddarlo, dipende dai punti di vista. Zeena, le cui infinite collaborazioni vanno da Björk (ma anche gli stessi Matmos, del resto) fino alla Gioventù Sonica, è sola in scena, sola con la sua piccola arpa di produzione probabilmente artigianale, arpa su cui sono montati una serie di pick-up per chitarra e il cui suono viene riprocessato da una serie di effetti, non più solo per chitarra a questo punto.
Zeena pizzica le corde con le dita, talvolta le sfrega con una piccola catena, e ne tira fuori suoni aspri e ostici, ostici anche per l’orecchio più affinato e abituato a tali sonorità, sì.
In questi casi un grosso rischio è la noia, ma la Parkins è brava a non strafare e suona per non più di una mezz’oretta, senza cadere in quella che sarebbe poi sembrata una vuota masturbazione fine a se stessa. Di lì a poco raggiungerà poi i Matmos, di cui si è già scritto.
Ma prima ancora della Parkins c’era stato un trittico di gruppi dell’etichetta napoletana Mousike Lab (Ether – Kyò – Retina.it) che s’è diligentemente alternato sul palco, creando un flusso ben variato di corpi sonori elettronici, realizzando una sorta di originale “compilation” live dell’etichetta.
Il corpo umano è quello che sta al centro del progetto Kyò infatti, non foss’altro perché in scena ci sono due attori, lo spiritato Michelangelo Dalisi e una da lontano irriconoscibile Monica Nappo, il cui canto notturno doppio risulta ben incorniciato dalle basi elettroniche amalgamate da Marco Messina, ex della posse più famosa di Napoli (e non solo).
Vengono declamati giornali, poesie, libri, parole… critiche e moderne.
A un certo punto il destino di una minestra di farro, da rigirare costantemente perché non si attacchi, si incontrerà/scontrerà con il destino della popolazione palestinese vessata dallo stato israeliano; il tutto mentre un maialino rosa fatto di peluche e plastica ci osserva appollaiato su un monitor, facendo suo il nostro sguardo e ricambiandolo.
Signore e signori è questo, il mondo moderno.
Molto diversa – ma non per questo assolutamente disprezzabile – risulta invece l’offerta dei Retina.it che propongono una musica elettronica serrata e tesa i cui veloci battiti sconfinano quasi nell’industrial, talvolta, e quella dei fiorentini Ether, un trio che si fa apprezzare per atmosfere ambient (ma anche hip-hop) spesso inquietanti, quasi si stesse vedendo un film di David Lynch.
Il secondo giorno propone in apertura una “carrellata” di giovani proposte napoletane, diverse per stile ed attitudine.
Iniziano i Plastic Penguin, con un set che intreccia reminiscenze kraftwerkiane a tentazioni “dance” contemporanee, impastando groove da dancefloor e linee di synth dal sapore retrò, citazioni di Moroder e dei simpatici video a 8 bit. Seguono due gruppi della nuovissima etichetta napoletana Zoff82: prima l’interessante live set di Zio D und Climnoizer, curioso ed affascinante connubio tra narrativa e musica elettronica minimale: lo spoken word di Zio D (storie metropolitane di vita vissuta ed immagini oniriche di grande suggestione) s’incontrano con beat minimali, spesso incalzanti, e suoni raffinati e di grande efficacia; poi l’assalto sonico degli Eva Braun, band mascherata (sic!) che mescola tastiere, synth e campionamenti ai tradizionali strumenti “rock”, producendo un super-energico electro-rock dall’impatto violentissimo, vicino per impeto ai migliori Trans Am.
Tutt’altre atmosfere nel concerto dell’unica artista straniera in giornata: l’applauditissima Barbara Morgenstern, capace di coinvolgere tutti (e regalare non pochi sorrisi, grazie ad una spontaneità ed una simpatia rare) col suo pop elettronico romantico e frizzante. La sua voce, le tastiere e i suoni elettronici creano melodie memorabili, sostenute dal drumming live di Arne Gosh, che rende l’esibizione ancor più “viva”, e dalle belle proiezioni di Mutech, che ne sottolineano gli aspetti più ironici e visionari. Gran finale con la splendida “The operator”, il singolo perfetto dell’ultimo lavoro in studio di Barbara, “The Grass Is Always Greener”.
Chiude la serata e l’intero festival il concerto di Meg. L’artista napoletana ancora una volta stupisce per la dimestichezza con la quale si muove tra canzone pop e ricerca sonora, e per la preziosa sensibilità nel far dialogare melodie intricate e pulsazioni elettroniche. Meg e la sua band alternano groove trascinanti ed estatici momenti di rarefazione sonora, dove la voce diventa l’assoluta protagonista e all’”impatto” si predilige l’introspezione. Ottimo concerto, valorizzato anche da belle video-proiezioni che spesso utilizzano immagini catturate durante il live. L’ennesima conferma delle indiscutibili dote di un’artista poliedrica e dal carisma notevolissimo.

Autore: Lucio Carbonelli & Daniele Lama _ foto di: Corrado Costetti
www.myspace.com/matmos1 www.m-e-g.it www.myspace.com/mousikelab www.myspace.com/plasticpenguin2000

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