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Intervista: El Cijo

di Redazione
16 Dicembre 2013
in Interviste
Tempo di lettura: 6 minuti
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E’ con il debut album, “Bonjour my love”, che il gruppo anconetano rimbalza agli onori della cronaca musicale nostrana. Subito dopo un buon live di spalla ai Piano Magic abbiamo inviato un po’ di domande a Simone Furbetta che ci ha raccontato dell’amore-NON-amore per l’America. Un sound quello de El Cijo, (che tradotto in dialetto significa “il ciglio” – quello della strada oppure dell’occhio), fatto di intrattenimento puro che però non si lascia andare alla musica facile. Il gruppo mette in mostra il meglio della tradizione acustica di stampo americano (ma anche inglese) che grazie ad un’etichetta rigorosamente indie, la Still Fizzy Records, lascia un segno indelebile nel panorama nostrano. Un debut album da “primi della classe”.

Raccontateci come è nato il gruppo, e come siete giunti al disco d’esordio ‘Bonjour my Love’.
Nato per caso. Non avevamo intenzione di mettere su un gruppo. Inizialmente volevamo soltanto registrare dei pezzi per il puro piacere di farlo. Tant’è che prima dell’uscita del disco il gruppo non ha mai suonato live, il che è piuttosto strano per una band, ma noi non eravamo una band. Il progetto ha preso vita durante la registrazione del demo (che doveva rimanere un demo). E invece la nostra attuale etichetta (Still Fizzy) ci ha proposto di registrarlo daccapo per farne un disco. In studio abbiamo composto altri pezzi (almeno un terzo dell’album è stato composto in fase di registrazione) e probabilmente ascoltando il disco si percepisce questo approccio da studio.
E’ un immaginario tutto americano, quello cui fate riferimento nella vostra musica. Un’America mitica, tra Merle Haggard, C.S.N.&Y., Heasy Rider e le highway coast to coast, che avete del resto immortalato nel videoclip di ‘Everything’. Esiste ancora quell’America al contempo innocente e pericolosa, che in Europa affascina così tanto?
Guarda, l’immaginario americano è venuto poi, ci hanno detto che nel disco c’era, hanno fatto tutta una promozione su questo aspetto, e noi abbiamo cavalcato la cosa. Ma non siamo particolarmente appassionati di roba alla easy rider o viaggi coast to coast, anzi per quanto mi riguarda non mi interessa affatto un immaginario del genere. Sul video Everything, hai ragione, quest’immaginario c’è, ma viene trattato più che altro ironicamente. Però è vero, la musica americana ci ha influenzato molto e il disco rimanda a sonorità folk o country. Ma del resto chi fra noi può dirsi immune dalla musica americana del secolo scorso? Se la tua domanda è: siete dei fanatici di quel tipo di immaginario americano, la risposta è NO. E non so se esista ancora quell’America “innocente e pericolosa”, francamente poco mi interessa. Ma capisco che ascoltando il disco queste domande siano inevitabili e giuste.
Per il disco avete realizzato un altro videoclip, sempre con la produzione di Il Posto delle Fragole, per la canzone ‘Just a Rebel Song’. Si capisce che credete molto in questa forma di promozione. Entrambi i videoclip sono stati realizzati con molta cura, malgrado i mezzi ristretti…
Dato cha alcuni del gruppo fanno parte del collettivo Postodellefragole, la collaborazione per i videoclip è venuta naturale. Non è male quando puoi farti tutto in casa, soprattutto non è male per una questione economica. I video di el cijo sono stati realizzati a budget zero, con risorse improvvisate, però sì, ci abbiamo messo molta cura. Crediamo in questa forma di promozione perché è probabilmente l’unica che abbiamo a disposizione.
Gli arricchimenti jazz, per esempio in ‘ Calamari in Frack’, in ‘Uh, uh, uh, uh’, o nella coda finale di ‘Only a few Weeks…’, sono un diversivo interessante, che rende il disco molto vario; ma insomma: vi piace veramente tutto dell’America e della musica americana?
Ritorna il discorso di poco fa. Sì, la musica americana ci piace, i nostri ascolti sono orientati là. Ma io credo che molto di quell’approccio diciamo “classicamente americano” (country, jazzy, ballate folk) dipenda dal fatto che buona parte del disco sia stata composta in studio. Ripeto, bonjour my love è un opera più teorica che pratica. Lo studio ti permette di accedere a una dimensione irreale, molto poco terrena se vuoi, dove puoi sognare e svolazzare su nel cielo come una piuma trasportata da un caldo venticello, e svolazzando svolazzando finisce che sorvoli anche paesaggi che a piedi non avresti mai attraversato. Ecco, a parte la metafora discutibile, è questa, immagino, la ragione di tutta quella mole di materiale eterogeneo ed evocativo presente nel disco.
Buone anche le armonie a più voci, tanto anni 50/60, che ultimamente ritornano molto; penso a Fleet Foxes e TV on the Radio… Penso dovreste insistere di più su quest’aspetto, che vi riesce piuttosto bene.
Sì, lo credo anch’io. Le armonie a più voci sono interessanti. Piacciono molto anche a me. Fleet Foxes, Silver Mt Zion, Beatles. WoW!
Essenzialmente, suonate folk e country rock… per voi esiste una separazione tra questi due generi popolari? E cosa pensate del fenomeno del c.d. “new folk” degli ultimi 10 anni, da cui in buona parte voi vi discostate abbastanza? I cantautori malinconici solo voce e chitarra, tipo Will Oldham, che registrano dischi essenziali e sussurrati in cameretta con un semplice due piste?
Non so se esista. Ascoltiamo parecchio i cantautori folk alla Oldham. Ci piacciono molto e io penso che abbiano influenzato parecchio la scena internazionale. Quanto a noi, abbiamo tenuto un’impostazione diversa, meno da autori se così posso dire. Questo dipende dal fatto che ci siamo mossi di più come una band, componendo a più mani, curando le sonorità e gli intrecci strumentali a discapito magari della forma-canzone, delle liriche eccetera. Ma non è escluso che il prossimo disco sia più raccolto. Vediamo che viene.
Il destino della musica country sembra quello di essere continuamente ripreso e poi rimesso da parte, a decenni alterni, secondo l’effetto moda. Questo il destino in vita di Johnny Cash, lungo tutta la carriera… Ora sembra un buon momento. Ve ne infischiate di queste cose?
Forse sì. Nel senso che è difficile mettersi a fare dei progetti per seguire la moda. La moda la segui a tua insaputa. Oggi va il country domani il blues, ma una band deve continuare a fare quello che gli viene meglio, con gli inevitabili alti e bassi. Penso che tutti noi seguiamo la moda molto di più di quello che pensiamo, e per restare nel giro bisogna soltanto ascoltare il nostro istinto al conformismo e lasciarsi trasportare. Siamo assetati, di conformismo.
Da un lato voce e chitarra acustica, dall’altro un ben affilato armamentario di tromba, organo, elettricità e qualche effetto. Due anime sintetizzate bene, anche nell’ambito della stessa canzone. Qual’è il vostro processo creativo? chi si occupa della scrittura, prevalentemente?
La scrittura di Bonjour my love è stata più o meno corale. Spuntano fuori dei giri di chitarra, delle linee melodiche vocali, e da lì si parte a costruire il brano. Sicuramente la chitarra e la voce sono una partenza, ma rimangono una partenza, tante volte una falsa partenza che viene subissata dagli attacchi della trama strumentale. Direi che i brani di bonjour my love vivono di questa tensione quasi litigiosa fra le varie parti, ognuna delle quali cerca di avere la meglio sull’altra con risultati spesso inattesi. Una cosa del genere la ritrovo per esempio in alcune composizioni dei Calexico; vi è una tragicità insospettabile nei Calexico, una severa tensione fra le parti che talvolta si ammanta di una sorta di agonismo epico.
Come sta andando la presentazione live di ‘Bonjour my Love’? State suonando molto in giro, mi pare di capire dal vostro myspace. Vi sembra che il disco sia stato accolto bene dalla stampa specializzata e dal pubblico?
Il disco è stato molto ben accolto dalla stampa e in definitiva anche dal pubblico. Abbiamo ricevuto elogi e consigli che ci hanno gratificato e sorpreso. Negli ultimi tempi abbiamo suonato parecchio live, riuscendo ad aprire per alcune band interessanti (Adam Green, Jennifer Gentle, ultimamente i Piano Magic). Il gruppo è stato un po’ rimaneggiato. Eravamo in cinque a comporre l’album, siamo in quattro a suonarlo live. Ci sono stati dei cambiamenti all’interno del gruppo dovuti a varie circostanze ed è finita che i nostri concerti sono piuttosto diversi dal disco. Pur mantenendo pressappoco lo stesso approccio, le sonorità sono differenti. Meno elettronica, più ritmo e legni di chitarra e percussioni.
Avete gia materiale nuovo su cui lavorare per il futuro della band?
Abbiamo del nuovo materiale. Vediamo se riusciamo a spulciarlo e metterlo insieme per un secondo disco. Dovremmo riuscirci entro breve, per adesso suoniamo ancora un po’ live e poi magari ci decidiamo a registrare.
Tutte le vostre canzoni sono cantate in lingua inglese. Immagino sia naturale pensare prima o poi di esportare la vostra musica ed il vostro live set all’estero…
Esportarla, certo. Prima o poi sì. Dovevamo farlo il mese scorso, spalla al tour europeo dei Dodos, ma poi la cosa è saltata all’ultimo per ragioni di organizzazione. Stiamo a vedere.

Autore: Fausto Turi
www.elcijo.com

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