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Intervista: Kula Shaker

di Redazione
16 Dicembre 2013
in Interviste
Tempo di lettura: 3 minuti
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Estate 1996. In vetta alle classifiche inglesi c’è una band sola al comando: i Kula Shaker. Con un album, l’eccellente “K”, e quattro singoli contagiosi. La formula per raggiungere il successo è un brillante mix di brit-pop, psichedelia e misticismo orientale. Poteva essere l’inizio di un percorso lungo e fortunato, ma il momento magico durò poco. Il secondo album dei Kula Shaker, “Peasants, Pigs and Astronauts”, non riuscì a replicare l’eccellente formula del debutto e una serie di affermazioni controverse del leader, circa le origini della svastica come simbolo religioso, fecero crollare immediatamente le quotazioni del gruppo. Che si sciolse, come neve al sole, nel 1999. Dopo un’assenza di quasi dieci anni, i Kula Shaker sono ritornati con un nuovo album (“Strangefolk”) e una serie di torridi concerti in tutta Europa per dimostrare che il loro non era un semplice fuoco di paglia. Ho incontrato Crispian Mills a Londra, nel mitico “ Trobadour” di Earl’s Court, poco prima che la band inglese venisse in Italia per una tournée sorprendentemente “sold out”.

Quale motivo vi ha spinto a riformarvi dopo sette anni di assenza dalle scene?
“Semplicemente perché ci è sembrato il momento giusto. Prima di rimettere ufficialmente in piedi la band abbiamo suonato assieme, registrando un brano di musica indiana per un’organizzazione di beneficenza. Mentre eravamo in studio la magia dei Kula Shaker si è ricreata e abbiamo pensato che fosse un segno del destino…”
Come è stato ritornare assieme, scrivere e registrare un nuovo disco dopo così tanto tempo?
“Credo che il processo creativo sia un’agonia. Ci sono ovviamente dei momenti di ispirazione che risultano davvero eccitanti, ma si tratta comunque di un percorso ad ostacoli perché devi riuscire a districarti in una gran confusione di idee e di sensazioni. Ma alla fine ce l’abbiamo fatta. La parte più difficile è stata quella di rimanere indipendenti, di non legarci a nessuna casa discografica e di non vendere i diritti del disco prima ancora di averlo realizzato”.
Come mai avete deciso di autoprodurre “Strangefolk”?
“Volevamo avere il totale controllo sull’album. Ovviamente abbiamo incontrato delle etichette discografiche, ma ci siamo resi conto che sono come il Titanic che sta affondando nel ghiaccio. Il music-biz è completamente cambiato negli ultimi dieci anni e il discografico con cui firmi un accordo oggi, tra sei mesi potrebbe non essere più al suo posto. Come puoi affidare la tua musica e la tua vita ad un sistema di questo tipo?”
C’è un significato dietro il titolo dell’album?
“C’è un’espressione nel nord dell’Inghilterra che dice “Nulla è più strano della gente”. Le persone sono strane, il mondo è dannatamente strano e ci è sembrato che questa espressione, “Strangefolk”, riflettesse davvero l’epoca in cui stiamo vivendo”.
“Strangefolk” è un disco molto vario: ci sono brani psichedelici, ballate, pezzi più marcatamente rock. Era questo il tipo di album che avevate in mente di registare prima di entrare in studio?
“Quando siamo andati a registrarlo il nostro obiettivo è che fosse un vero disco rock’n’roll, con un messaggio. Il messaggio del disco è “amore”, ma ci vuole anche un po’ di rabbia per sopravvivere in questo mondo. Altrimenti si finisce per vivere in una nuvoletta rosa, in un sogno ad occhi aperti. Credo questo album possieda il giusto equilibrio di rabbia e amore”.
Non è un caso, quindi, che tu abbia scritto dei brani dal forte spirito polemico come “Die For Love” e “Great Dictator (of the free world)”…
“Penso di avere interpretato un sentimento comune a molti scrivendo quelle canzoni: il feeling di essere stati presi in giro dalle menzogne dei nostri governanti che hanno abusato di altre persone, di altri popoli, in nome della democrazia, in nome del mio paese o in nome di Dio”.
Il tema portante dell’album è comunque l’Amore?
“I miei eroi John Lennon, Martin Luther King, San Francesco e Krishna dicono che l’amore vince sempre. C’è una parte di me che a volte dubita di questo messaggio. Dall’altro lato, invece, più cresco più mi accorgo di credere in questa teoria: senza amore, del resto, niente ha più senso, finiamo per essere egoisti e ci comportiamo come animali”.
Quali sono, adesso, i progetti e gli obiettivi futuri dei Kula Shaker?
“Vogliamo rendere la vita difficile ai fascisti che governano il pianeta, mettere a soqquadro il mondo del rock’n’roll e possibilmente rendere le nostre vite e quelle di chi ci ascolta meno noiose. Vogliamo provare ad essere la migliore rock’n’roll band del mondo”.Autore: Roberto Calabrò
www.kulashaker.co.uk

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