Quando Steven Brown restituisce un disco come “In This Very World” (Crammed Discs), mantiene fede alla sua (in)capacità di mettere a fuoco l’insieme, in un’ondivaga alternanza di bei momenti d’ascolto ma che si rivelano al contempo spesso disomogenei o “impertinenti”.
- Premessa: i Tuxedomoon
Se nel 1980, con il fondamentale “Half-Mute”, i Tuxedomoon di Steven Brown, Blaine Reininger e Peter Principle avevano segnato la storia in modo indelebile, con la loro miscellanea di avanguardia, di teatralità, elettronica e di umori tanto post punk/new wave, quanto jazz e da musica da camera, la carriera solista di Steven Brown non ha saputo solcare, con la medesima illuminata visione, quelle stesse mirabolanti intuizioni.
L’“Enciclopedia del Rock Anni ’80” dell’Arcana Editrice scrive: “I Tuxedomoon occupano una posizione a parte nel panorama rock contemporaneo: gruppo multimediale per eccellenza (fondono musica, teatro, mimo, danza, cinema e video) vivono un’evoluzione artistica che dalla scena new wave di San Francisco li porta a ricercare le proprie radici culturali in Europa, toccando generi molto diversi con una produzione discografica sterminata”.
Ma a ben ascoltare, anche gli stessi Tuxedomoon, dopo la folgorazione di “Half-Mute”, pur mantenendo la barra a dritta e congedando dei buoni lavori (“Desire” del 1981, “Divine” del 1982 , e gli EP “Time to Lose”e “Suite en sous-sol” del 1982, dischi questi che vedranno anche il “ritorno” di Winston Tong), faticarono con il navigare nelle stesse acque così splendidamente “turbolente” del loro LP d’esordio, approdando ora a lidi più convenzionali e prossimi ad una certo art-rock-wave a tinte dark (“Desire”), ora a “particolari” composizioni per “balletto” (“Divine” per Maurice Béjart).
Sebbene più acerbi, probabilmente i precursori EP “No Tears” (del 1978 con anche il citato Winston Tong, Michael Belfer e Paul Zahl) e “Scream with a View” (del 1979 con anche Michael Belfer) appaiono più meritori e interessanti della produzione post 1980.
Menzione a parte merita poi il gran bel disco del 1981 a firma Joeboy con lo storico “In Rotterdam” (sul side A) e con “San Francisco” (sul Side B).
Del 1985 è poi “Holy Wars”, lavoro distante dai fasti degli esordi ma che in ogni modo cela una cupa essenza di fondo, “fusa” con un’impronta jazz/fusion ed un elettropop; quello che accadrà poi successivamente, con le sue contaminazioni e le sue più “morbide” tessiture, merita poca attenzione, come da subito testimoniano “Ship of Fools” (del 1986) e “You” (del 1987), utili solo ad arricchire il “catalogo” che ha lasciare un significativo segno.
Discorso a parte per l’interessante “The Ghost Sonata” del 1991, con cui i Tuxedomoon ritornano a sperimentare; va però detto che il materiale risale al 1982: “Music, sound and dialogue based on the 1982 stage and video productionbased on the 1982 stage and video production” si legge nelle note di copertina.
In sostanza, il periodo prolifico e compiuto dei Tuxedomoon si può riassumere nel biennio 1980/1981, con riverberi per il successivo 1982 e con le fondamenta gettate nel 1978 (da segnalare del 1987 la raccolta “Pinheads on the Move”, contenente registrazioni anche live e rarità del periodo 1977/1983 e la partecipazione a “Made To Measure Vol.1” del 1984 con “Verdun”, contenente interessanti composizioni “from the musical score of “Het Veld Van Eer” – come indicato nelle note di copertina”).
La nostra trattazione, sul punto, non andrà oltre, sebbene i Tuxedomoon continueranno comunque a produrre dischi e a suonare live negli anni 2000, pubblicando anche lavori più “astratti” e “art” come “Bardo Hotel Soundtrack” del 2006.
- Steven Brown solista
Il 1982 coincide anche con l’inizio della prolifica carriera solista di Steven Brown, fatta anche essa sostanzialmente di “morbide contaminazioni” e di colonne sonore, sin dalla collaborazione, dal gusto a tratti etnico, con Benjamin Lew per “Douzième Journée: Le Verbe, La Parure, L’Amour”; collaborazione poi replicata con la stessa “impronta” nel 1985 con “A Propos D’Un Paysage”.
E così, tra la classica in odore di avanguardia di “Music for solo piano” (del 1984), omaggi finanche a Luigi Tenco (“Brown Plays Tenco: Le Canzoni Di Luigi Tenco” del 1988), lavori più interessanti come il side A di “Searching For Contact” (del 1987), colonne sonore per cinema e teatro, collaborazioni, momenti di art-rock-cantautorale addolcito dai fiati come “Half Out” (del 1991) o come il recente “El Hombre Invisible” (del 2022), si è giunti nel 2026 alla pubblicazione di “In This Very World”.
- In This Very World
Tra le molteplici declinazioni che ha vissuto la musica di Steven Brown, “In This Very World”, malgrado le consuete vacue divagazioni, è sicuramente più prossimo al citato art-rock-cantautorale a cui Brown ci aveva (come solista) abituato sin da “Searching For Contact” e poi con “Half Out” e “El Hombre Invisible”.
Apre l’ascolto “Stars”, che alza il sipario su un brano da “operetta”, per cantato/recitato e orchestrina.
“Wordsworth” con il suo pianoforte, i suoi fiati e i suoi archi mostra il lato più “inconcludente” di Brown, perso in musica d’accompagnamento più che di sostanza; stessa sorte tocca a “Danza de la Pluma” che suona, appunto, come composizione per una “danza” “leggera”.
Più convincente è la ballata “Panic in Detroit” che mostra un Brown più “concreto” e a suo agio nel reinterpretare in modo intimo e personale il brano di David Bowie.
Con “Nakba” (il titolo è fin troppo significativo) si ritorna a una scrittura strumentale da “camera”, ma questa volta con maggior “carattere”; al primo ascolto ho pensato al catalogo “Egea” in cui “Nakba” non sfigurerebbe affatto.
In un continuo cambio di scena, “Cheràn” è bella invocazione desertica, con un’indovinata breve chitarra distorta e “dissonante”.
Se l’omaggio a David Bowie ha funzionato, quello a Dmitri Shostakovich con “Waltz nr.2” appare onestamente superfluo.
Mentre “Pyramides” è un ritorno alla sperimentazione teatrale mitteleuropea, con “Work” i giri riprendono e su di un “basso” stile Les Claypool si aprono lucubrazioni vecchio stampo con un assolo di “fiato” e di chitarra a mettere la giusta firma conclusiva: più che gradito momento d’ascolto.
“Lontano” è riuscito momento di spoken e di jazz calato in partiture prossime alla musica contemporanea.
“Luce” è notturna, calda lenta e jazzata, per un momento rilassato d’ascolto…
“Nella Terra (Live)”, anch’essa di impronta jazz ma con più abrasioni, si fa apprezzare nel suo rincorrere di assoli, nella ruvida chitarra e nella tromba, e congeda un lavoro che, come detto in apertura e nel titolo, convince ma solo metà, con indubbi bei momenti di ascolto, ma che non cela tra i solchi l’atavico limite di Brown di essere talvolta eccessivamente dispersivo nel suo eclettismo.
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