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Special: “Crossing the bridge”, The sound of Istanbul – Oriente vs. Occidente tramite lo stretto del Bosforo

di Redazione
16 Dicembre 2013
in Speciali
Tempo di lettura: 5 minuti
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Cosa sapete della Turchia? E cosa, in particolare, della musica turca? Se le vostre conoscenze si limitano a quel tormentone che è stato Tarkan (quello della canzone che ormai si balla in tutti i villaggio vacanze e finisce con un bello SMACK), be’ è arrivata l’ora di approfondire l’argomento.
Bisogna prima di tutto levarsi dalla testa che questa musica sia buona solo per prepararci su qualche coreografia di danza del ventre e poi, in fondo, è una terra che ci è più vicina di quanto pensiamo, prossima (più o meno) all’entrata nell’UE, limite che separa l’Oriente dall’Occidente tramite lo stretto del Bosforo, la terra che ha dato i natali all’ultimo Premio Nobel per la letteratura Orhan Pamuk, che nel suo “Istanbul” racconta, anche tramite immagini e fotografie, la sua infanzia per le quelle strade, nazione sempre in bilico tra voglia di tradizione e bisogno di innovazione (quei diritti civili che ancora la tengono lontana dall’Europa).
Una terra difficile e affascinante, ricca di cultura e tradizione ma non proprio conosciutissima. E della sua musica, a dire la verità, il recensore scopre le diverse sfaccettature di pari passo con voi. A darci qualche nozione in più, infatti, ci pensano un regista turco, quel Fatih Akin che già aveva raccontato la sua terra ne “La sposa turca”, Orso d’oro a Berlino, che se ne va con la sua telecamera girovagando per Istanbul e i suoi dedali di strade assieme a un’altra vecchia conoscenza, Alexander Hacke, membro degli Einstuurzende Neubauten, che si è innamorato di quel paese proprio mentre produceva la colonna sonora de “La sposa turca”, e che ora suona il basso nei Baba Zula formazione neo psichedelica. Proprio dalla telecamera di Akin e dal microfono magico di Hacke, “utilizzato per catturare suoni esotici in tutto il mondo”carpendo quelli più disparati per tramutarli in musica, che è nato “Crossing the bridge”, film documentario (uscito nel 2005) che ha come sottotitolo proprio The sound of Istanbul, e la conseguente colonna sonora prodotta da Radio Fandango (Procacci, ovviamente, ha prodotto il film) uscita nel 2006.
Proprio per tornare a quello che si diceva all’inizio parlando della danza del ventre è utile soffermarci sulla copertina. Degna della bella di turno di una sorta di Stursky and Hutch (quello originale) del Bosforo, sulla copertina campeggia in primo piano questa bella ragazza con abiti da danzatrice, appunto, gamba in avanti leggermente piegata, piede steso e braccia in alto con le mani che ruotano (è un hip drop?), saz, strumento tradizionale turco, a tracolla, e un paio di occhiali tipo RayBan che dà un tocco di occidentale al tutto. Alle spalle si staglia il ponte del Bosforo, limite da attraversare (Crossing the bridge), con Istanbul sullo sfondo.
E proprio il dedalo di viuzze, di cui parlavamo prima, che caratterizza e divide Istanbul, si rispecchia nel dedalo di generi e sfumature musicali che sommandosi ci ridanno di Istanbul, appunto, un’immagine uniforme, miscela di quella contrapposizione tra innovazione e tradizione che come abbiamo detto la caratterizza.
A conferma di quello che stiamo dicendo, non poteva che cadere a fagiolo la cover con cui si apre questa compilation, ovvero “Music” dell’immortale icona pop Madonna. Voce iniziale che sospira “Hey mister dj” e ritmi arabeggianti inizialmente, molto disco-pop, che non si discosta poi tanto dall’originale, nel prosieguo. Poi si passa ai succitati Babi Zula di Alex Hacke che fanno, ci dice la nota stampa rock jazz psichedelico, alla CAN per intenderci, ma qui per la strumentale “Tavus Havasi” ma anche per “Cecom”, più che psichedelia, la scelta sembra caduta su qualcosa che si mantiene più sul tradizionale (tradizione che in un modo o nell’altro, ovviamente, è una costante in quasi tutti i gruppi). Gli Orient Expression sono una formazione composta da due dj di Istanbul, un sassofonista americano, un virtuoso del saz e vocalist vari. Questa “Istanbul 1:26” mescola crossover leggero a sonorità ambient e spunti jazz. Sono un’istituzione nei locali “giovani” turchi. Il cantante dei Duman e il gruppo stesso devono avere, invece, una gran passione per i Pearl Jam dato che questa “Istanbul” li ricorda molto, anche e soprattutto nella voce, e di tradizionale c’è solo il titolo. Non molto benvisti nella comunità rock turca, tendono soprattutto, ci fa sempre sapere la nota stampa, all’ heavy metal e potete stare sicuri che il trasferimento di qualche anno del cantante a Seattle ci ha messo lo zampino. Poi c’è il rock sofisticato dei Replikas a cui segue “Holocaust” dei Ceza, l’hip hop di Istanbul, e dire che il cantante rappa come se “avesse ingoiato un Ak-47” è la definizione più appropriata. Lontano dalla moda gangsta americana, è un peccato per gli amanti del genere che non sia molto conosciuto. Se tutte le canzoni sono come questa! L’elettronica è qui rappresentata dai Mercan Dede. Computer, sufi e filosofia orientale. Ottimo assortimento. Sesler è, invece, un maestro del clarinetto. Come immaginate la musica araba? Bene è esattamente quello che avete pensato e ciò vale anche per i The Wedding Sound System. Seslam suona anche assieme alla cantante folk canadese Brenna McCrimmon. Rock acustico per Nur Ceylan con la sua “Boyle Olur Mu”. Mentre i SiyaSiyaBend sono artisti di strada (il nome è quello di un eroe nazionale della Mesopotamia), vivono vagando per i vicoli con una custodia aperta per gli spiccioli. Qui fanno folk orientale. Aynur è la testimone musicale dei curdi, canta una musica chiamata “Dengbejen” che ha influenze arabe, mesopotamiche e ebree; sono storie epiche e di gente repressa (il popolo curdo ha da sempre subito discriminazioni e solo da poco si vede riconosciuto alcuni diritti). Poi c’è la Storia, con la s maiuscola, appunto. Ohran Gencebay è un po’ come se dicessimo Modugno, un’icona popolare, un’istituzione. Non ha mai suonato dal vivo e tende a riprendere canzoni popolari strutturandole in maniera sempre nuova e originale. Molto osteggiato dall’intelighentzia turca ma adorato dal popolo. La Mina turca, invece, è Muzeyyen Senar. Non per la musica che fa, né per l’età (la Senar ne ha 86) ma per l’importanza che ricopre nel panorama popolare e per il fatto che la sua ultima performance è del 1983. Infine c’è Sezen Aksu la voce di Istanbul, famosa anche all’estero, è un’artista ascoltata da tutti senza distinzioni di livello sociale.
Nel complesso il quadro è abbastanza chiaro. La musica turca è nel mezzo del Ponte del Bosforo, chi più avanti, chi più attaccato alla terra madre, ma mediamente al centro e nessuno, almeno noi, le chiederà di fare un passo, avanti o dietro che sia. Ora che l’austera autarchia che aleggiava sulla cultura turca sembra svanire è bene che chi ne senta il bisogno si ispiri anche ai modelli occidentali, ma, vi prego, rimanendo sempre un po’ legati alla cultura araba. Di doppioni ne abbiamo già troppi.

Autore: Francesco Raiola
www.crossingthebridge.de

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