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Intervista: Bassholes

di Redazione
16 Dicembre 2013
in Interviste
Tempo di lettura: 6 minuti
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Sono tornati dopo sette anni d’assenza discografica, non sapendo resistere al richiamo del rock’n’roll. E hanno dato alle stampe il loro album più notturno e d’atmosfera. I Bassholes, in realtà, più che un gruppo sono un’idea, un progetto aperto con l’obiettivo di essere parte integrante di quella tradizione rock’n’roll che, da Elvis in avanti, non si è mai interrotta.
Dieci anni fa, in piena epoca grunge, il duo di Columbus – assieme a un manipolo di band (68 Comeback, Oblivians, Jon Spencer Blues Explosion, Chrome Cranks, Cheater Slicks, Dura Delinquent, ecc.) – rivitalizzò il suono delle radici in maniera non ortodossa e poco convenzionale. Unendo nello stesso calderone sonoro blues, country, bluegrass e rock’n’roll rivisitati in chiave minimale e rumorosa, i Bassholes realizzarono un pugno di dischi memorabili, da “Haunted Hill” fino a “Long Way Blues” e al doppio “When My Blue Moon Turns Red Again” con cui nel 1998 interruppero le loro emissioni discografiche. Con “Bassholes”, Don Howland e Bim Thomas ci regalano un album diverso, notturno e d’atmosfera, intriso di aromi country e bluegrass, ma non privo di scossoni ritmici. Ma quando salgono sul palco i due privilegiano un versante più ruvido e rumoroso. “Dal vivo è punk-rock” ci dice Don Howland, rintracciato negli Stati Uniti, al ritorno dal recente tour europeo.

I vostri album precedenti “Long Way Blues” e “When My Blue Moon Turns Red Again” uscirono nel 1998. Cosa avete fatto in questi sette anni di silenzio discografico?
Mi sono trasferito nel North Carolina, nelle montagne nella parte occidentale dello Stato che è come vivere su un’isola perché si è lontani da tutto. Bim, invece, si é trasferito a Cleveland, così siamo lontani 600 miglia. Ho pubblicato un album da solista che suona essenzialmente come la lettera di un suicida, ma poi c’è stata una svolta favorevole nella mia vita. Bim ed io abbiamo affrontato diversi tour sulla West Coast e in Europa in questi anni e registrato un EP, qui in North Carolina, poi pubblicato dalla Dead Canary con il titolo di “Out In The Treetops”.
Il nuovo omonimo album dei Bassholes sembra essere il vostro lavoro più notturno e d’atmosfera, oltre a quello registrato meglio. Mi racconti come è venuto fuori un disco di questo tipo? La Dead Canary ci ha offerto la possibilità di registrare in un ottimo studio con un ingegnere del suono maturo ed esperto. Non c’è motivo di nascondere il modo in cui si cambia e non è che abbiamo provato a suonare in maniera più o meno rumorosa che in passato. Semplicemente siamo entrambi più grandi e credo che il nostro suono si sia fatto più maturo. Quando cresci diventi più saggio e più contemplativo. O più noioso…
“Bassholes” ha una scaletta piuttosto lunga, con 14 canzoni. La maggior parte sono originali, ma ci sono anche tre cover e due traditional che avete riarrangiato. Perché avete scelto di rifare proprio questi tre brani: “Broke Down Engine” di Blind Willie McTell, “Caravan Man” di Lew Lewis e “Heaven & Hell” degli Who?
Il pezzo di Blind Willie McTell proviene dai tempi della mia prima band, i Gibson Brothers. L’abbiamo sempre suonata live, generalmente per chiudere i concerti. La gente nei posti in cui suoniamo la canta sempre assieme a noi e desideravo averne anche una bella versione su disco. “Caravan Man” di Lew Lewis è una delle mie canzoni preferite di sempre, è la b-side di uno dei primi singoli della Stiff. Spero che Lew la possa ascoltare e che l’apprezzi. So che ha vissuto dei momenti difficili: ha rapinato l’ufficio postale dove era solito andare tutti i giorni, per cui è stato riconosciuto immediatamente e condannato per direttissima. Posso comprendere perfettamente la sua disperazione e il suo senso di sconfitta. Gli Who invece sono stati il gruppo che più ho amato durante la mia adolescenza e ho voluto onorare la memoria di John Entwistle con “Heaven and Hell”. Spero che anche lui possa ascoltarla.
Siete un duo, ma avete chiamato diversi musicisti a suonare sul nuovo album. Che mi dici delle session di “Bassholes”, dell’evoluzione del disco, dei vostri amici che entravano e uscivano dallo studio?Abbiamo sempre utilizzato i nostri amici, che sono dei musicisti con più talento di me, per le registrazioni dei nostri dischi. Le session hanno sempre qualcosa a che fare con l’amicizia e il cameratismo. Jon Wahl dei Clawhammer ci diede una mano per “Blue Moon”, mentre Derek Dicenzo aveva già suonato la chitarra su “Long Way Blues”. “Daughter” e “St. Matthew” sono due brani nati per avere degli arrangiamenti bluegrass e per questo motivo li abbiamo realizzati con l’ausilio di altri musicisti. Del resto, penso che su disco un duo risulti noioso. Ho sempre desiderato avere un altro chitarrista sul palco, ma credo che una formazione a tre o a quattro sia una scocciatura. Inoltre se si è in tre o in quattro non si fanno mai abbastanza soldi da poterseli dividere…
La maggior parte dei nuovi brani sono abbastanza tranquilli e d’atmosfera, anche se non mancano degli episodi più nervosi. Puoi raccontarmi come sono nati e di che parlano “Daughter”, “Purple Noon” e “High Up In The Treetops”, che io considero i brani più ispirati dell’album?“Daughter” non è nient’altro che una canzone d’amore nei confronti di mia figlia. Lei ha cambiato completamente il mio modo di vedere le cose. Nella canzone parlo di un uomo saggio: è un riferimento a Robert Crumb (fumettista underground americano, famosissimo sin dagli anni ’60, ndr). “Purple Noon”, invece, è ispirata al romanzo di Patricia Highsmith “Il talento di Mr. Ripley”, dal titolo della versione francese del film. La Highsmith, assieme a Thomas Hardy, William Maxwell e Jim Thompson, è la mia scrittrice preferita. Infine “High Up In The Treetops” parla della mia migliore amica quand’ero ragazzino. Era la mia vicina di casa e con lei ci arrampicavamo su un acero norvegese nel mio giardino e ce ne stavamo lassù a parlare per ore. Un giorno cadde dall’albero e fu surreale. Mentre scivolava giù ruppe molti rami, ma non si fece nulla. E’ stata la prima persona della mia età a cui volevo bene a morire, e mi manca moltissimo.
C’è anche una canzone chiamata “Fascist Times”. Si riferisce ai tempi in cui stiamo vivendo ?“Fascist Times” è su Bush e sul modo in cui la teocrazia fondamentalista cristiana sta sovvertendo ogni cosa in America. Mi spaventa ciò che l’America sta diventando. Cristo si spaventerebbe per ciò che Bush sta facendo in suo nome. Nella Bibbia viene chiesto per tre volte a Gesù quali sono i modi per guadagnarsi il paradiso. La prima volta rispose “devi nascere di nuovo”, la seconda disse “devi diventare come un bambino”, la terza – nel vangelo di Matteo – “vendi tutto ciò che possiedi e seguimi”, un insegnamento davvero buddista. I fondamentalisti cristiani in America riconoscono solo la prima via, la più semplice, come valida. Per me non sono affatto cristiani. Mi disgustano. Mi disgusta Bush. Che vada a farsi fottere!
A chi si riferisce invece “Hell’s Angel”?A qualche ragazza che non conoscerò mai…
“Bridgett” è una sorta di brano ipnotico/psichedelico. Come è venuta fuori questa canzone dal vostro songbook?“Bridgett” è una canzone d’amore per una Playmate di Playboy, che ritenevo avesse un corpo splendido. Mi pare che fosse Miss June 1975, ma non vorrei sbagliarmi (infatti è Miss May 1975, ndr). Vi raccomando di visitare il sito Hiro’s Cats Bekkan (http://hcp.sytes.net/catsb/main.asp) per le immagini d’archivio delle Playmate.
Recentemente siete venuti in tour in Europa con Jeffrey Evans (ex 68 Comeback e Gibson Brothers). Com’è andato il tour e com’è stata l’esperienza di condividere il palco con lui?E’ stato come un viaggio on the road di otto settimane, molto duro dal punto di vista fisico. Jeff è un mio buon amico e una grande persona, ma non è riuscito a gestire la parte fisica del tour. E’ stata una cosa triste vederlo così ingrassato. Gli auguro tutto il meglio, ma la dieta Atkins su cui faceva affidamento non ha funzionato e dovrebbe capirlo. Suonare con Jeff é come ai vecchi tempi nei Gibson Brothers, divertente e frustrante al tempo stesso.
Vi ho visti in concerto a Roma e mi è sembrato che dal vivo privilegiate il vostro lato più ruvido e punk piuttosto che quello notturno…Non ti sbagli: dal vivo è punk-rock.
Che faranno i Bassholes in futuro? Possiamo considerare questa riunione stabile?
Bim ed io abbiamo sempre detto che continueremo a suonare finché non moriamo e non sono sicuro di quando moriremo… Bim sta per finire il college e potrebbe sentirsi obbligato a cercarsi un vero lavoro e ciò potrebbe rallentare per un po’ la nostra attività. Non ho idea di cosa succederà in futuro. Ho appena perso il mio posto da insegnante, per cui il suicidio potrebbe essere un’opzione…
Non credo comunque che Bim ed io ci separeremo per un po’ per poi tornare assieme come se si trattasse di una reunion. I Bassholes, in realtà, sono più un’idea che una band vera e propria.
Negli ultimi anni c’è stata una grande attenzione da parte dei media nei confronti del rock’n’roll. Dieci anni fa voi facevate parte di quel gruppo di ‘pionieri’ che riscoprirono le radici rock’n’roll, blues e R&B suonando in maniera poco ortodossa e convenzionale. Che ne pensi di questo improvviso interesse per il rock’n’roll? Si tratta solo di una moda o c’è sotto qualcosa di reale?Non abbiamo fatto parte dell’ultimo rinascimento rock’n’roll e neppure di quello precedente. Il rock’n’roll non è mai andato da nessuna parte, nel senso che ci sono sempre stati gruppi che hanno mantenuto accesa la torcia del r’n’r, del blues e del R&B. I Flamin’ Groovies, i Cramps, i Gun Club, i Panther Burns, Jon Spencer, i Gories, i White Stripes, fanno parte di un continuum e sono fiero di avere conosciuto queste band musicalmente e, in diversi casi, personalmente.
La mia speranza è che i Bassholes facciano parte della prossimo rinascimento rock’n’roll quando accadrà: nel 2011?

Autore: Roberto Calabrò
www.intheredrecords.com/pages/bassholes.html

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