A volte il tempo non è una linea retta, ma un nastro che si arrotola su se stesso. E in quel loop, dove i cori distorcono e le melodie sembrano venire da una radio sintonizzata su un’altra dimensione, tornano loro: The Olivia Tremor Control. A ventisette anni di distanza da Black Foliage: Animation Music Volume 1 – pietra miliare del pop psichedelico anni ’90 – la band annuncia il suo terzo e ultimo atto. Si intitola “The Same Place” e uscirà il 23 ottobre 2026 via Elephant 6 Collective.
Ma non chiamatelo “album di reunion”. Sarebbe riduttivo, quasi volgare. È piuttosto un’operazione di archeologia emotiva, un ponte gettato tra due rive che non avrebbero mai dovuto separarsi: quella dei fondatori Bill Doss (scomparso nel 2012) e Will Cullen Hart, e quella di noi che ancora oggi ascoltiamo Circulatory System come se fosse un teorema sull’anima.
La notizia, che nei giorni scorsi ha fatto il giro del web come un brivido collettivo, arriva dopo anni di silenzio e criptiche anticipazioni. Nel 2017, il buon Robert Schneider (leader degli Apples in Stereo, altro pilastro dell’E6) rivelò di star mettendo mano a registrazioni incompiute del gruppo. Ci voleva la sensibilità di un architetto del suono per rimettere insieme i pezzi di un mosaico che sembrava perso per sempre. E ora quei frammenti prendono forma: 27 tracce inedite, registrate in epoche diverse, cucite insieme con la cura maniacale che solo chi ha amato quella musica può avere.
Il primo assaggio, però, era già nell’aria – o forse nel vento che porta via i nomi. Il 29 novembre 2024, lo stesso giorno in cui ci lasciava Will Cullen Hart (un colpo al cuore per chi ha pianto con A New Day), venivano diffusi due brani: la title track “The Same Place” e “Garden of Light”. Allora sembrava un estremo saluto, un testamento lasciato su vinile per il Record Store Day Black Friday, all’interno della colonna sonora del documentario The Elephant 6 Recording Co. Oggi, riascoltandoli, quei pezzi suonano come il prologo di qualcosa di più grande: un album che non è solo “nuovo”, ma che sembra aver aspettato il momento giusto per materializzarsi.
Cosa troveremo in queste 27 canzoni? Probabilmente lo stesso universo di cori incantati, fuzz di chitarra che graffiano il cielo, arrangiamenti da camera che si sfaldano in loop di nastro. Ma con un peso in più: quello di un’assenza che diventa presenza. Doss e Hart non ci sono più fisicamente, ma la loro impronta è l’anima di questo disco, come un doppio fantasma che guida le mani dei sopravvissuti.
“The Same Place” non è un album di nostalgia. È un luogo fisico, mentale, spirituale – forse lo stesso dove il pop può ancora sorprendere, dove il caos diventa melodia e dove il rumore si trasforma in preghiera.
Per chi ha amato Music from the Unrealized Film Script: Dusk at Cubist Castle, questo sarà come rientrare in una casa che credevi demolita. Per chi non c’era, sarà una porta che si spalanca su un’estate eterna, quella in cui l’America indie scopriva di avere un cuore psichedelico che batteva in Georgia.
E noi, da oggi, aspettiamo il 23 ottobre con le cuffie pronte e il cuore in bilico. Perché alcune musiche non invecchiano: si limitano a trovare un nuovo posto dove abitare.
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