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Fluxus, intervista a Luca Pastore e Franz Goria.

di Redazione
28 Marzo 2018
in Focus On, Interviste, Primo Piano
Tempo di lettura: 9 minuti
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Luca Pastore (chitarra e basso) e Franz Goria (voce e chitarra) dopo sedici anni sono tornati a lavorare insieme e hanno inciso in nuovo lavoro dei Fluxus. Il gruppo post-hardcore torinese, discendente diretto dei Negazione, ricalca le orme della band capitanata da Zazzo, Tax e Mathieu e riconferma l’autorevolezza che ha la secna HC piemontese nel variegato panorama punk-hardcore italiano e internazionale. Sono passati diversi decenni e anche se i capelli si sono ingrigiti i Fluxus mantengono la stessa attitudine di quando erano ragazzi, vale a dire quella di mettere in evidenza le contraddizioni del potere che, non dimentichiamolo, va sempre messo in discussione. Nel loro ultimo disco “Non si sa dove mettersi”, in linea con i loro lavori precedenti, i Fluxus hanno sviscerato le contraddizioni di questa società e in questa intervista spiegano la visione che li ha spinti  a scrivere le nuove tracce.

In questo disco ciò che emerge è un enorme disincanto (soprattutto nel brano “Gli schiavi felici”). E’ questo l’approccio che avete nei confronti della società attuale?

(FG) Non siamo stati incantati e mai disillusi, abbiamo sempre avuto un atteggiamento critico anche nella musica.
(LP) Questo brano è diviso in due parti. Nella prima c’è la nostra vecchia visione in linea con il brano “Il tuo nemico” (in “Vita in un pacifico mondo nuovo” il loro disco d’esordio del 1994, ndr.) di una società che ti rende uno schiavo felice e che ti porta a difendere la tua sottomissione, meglio della morte e per questo sei disposto a diventare un cane feroce. Nella seconda parte, invece, viene fuori la consapevolezza del tradimento: ‘come mi hai fatto difendere questo sistema e ora che sta affondando il Titanic e ho fatto il cane da guardia, che cosa mi rimane?’
Sono contento di ciò che arriva, che è frutto di ciò che abbiamo vissuto da ragazzini e di ciò che crescendo abbiamo dovuto aggiungere. Tu parli di disincanto, noi preferiamo parlare di mancanza di ipocrisia. Parlare di ciò che vedi viene visto come antagonismo, viviamo in un sistema che cerca di nascondere, si nasconde la testa sotto la sabbia, sia a livello politico che umano. Di fatto si è cercato di plasmare le menti. Il ’68 è stata l’ondata dei figli che si ribellavano ai padri, anche esteticamente facendosi crescere i capelli o vestendosi in modo colorato a differenza dei genitori con i loro completi grigi. C’è un dato generazionale nell’emancipazione. Ogni generazione deve metaforicamente uccidere quella precedente. Fino agli anni ’80-’90 erano frequenti le repressioni della polizia, c’era una normale lotta di classe, con scontri evidenti. Oggi, invece, il meccanismo è sofisticato. Si è riusciti a disinnescare la cultura e l’arte. Oggi anche un giovane musicista registra la sua musica con un riflesso condizionato, in funzione di un meccanismo di risultati, che impedisce di vedere e raccontare le cose come stanno. Oggi essere artista è una questione di classe. I borghesi non vogliono vedere la realtà. Chi ha la responsabilità di raccontare la realtà è tagliato fuori. Abbiamo molti più mass media rispetto al passato, ma tutto è molto codificato. C’è un’autocensura dettata dal comportamento che si assume nei mass media, sui social che massificano le modalità di comportamento, non soltanto le idee, per cui si crea uno schermo alla realtà, che alla fine è difficile da raccontare, anche in forme istintive. Quando vuoi comunicare attraverso un disco lo fai in un modo diverso. Noi non facciamo comizi, nè appelli. Abbiamo sempre raccontato e fatto dei documentari crudi.

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Perché riformarsi dopo tutti questi anni?

(FG) È un processo naturale, in realtà non ci siamo mai sciolti. Siamo insieme dal 1989 e dopo aver suonato tanto avevamo bisogno di una pausa. Forse avevamo esaurito certi percorsi, dopo il 2002 abbiamo fatto tante esperienze, fuori dai Fluxus, che ci hanno permesso di indagare altri aspetti. In questi sedici anni sono accadute tante cose, io ho suonato tanto con i Nerorgamso, ho fatto produzioni ho fatta perte dei Petrol, poi vanno considerati i vari feedback che ci sono giunti dall’indie rock italiano, come il tributo che ci hanno fatto i Linea 77 quando hanno fatto la cover di “Non esistere” in “Oh!”. Se pensi poi che in “Pura lana vergine” del 1998 avevamo anticipato quanto sarebbe accaduto a Genova durante il G8 capisci che è sempre stata una nostra caratteristica quella di scrivere ciò che vediamo.
La voglia di tornare a suonare insieme è giunta con naturalezza e con calma e i brani sono nati spontaneamente. I testi di “Non si sa dove mettersi” sono il frutto di un lavoro istintivo con Luca che ha scritto quasi tutti i testi. In questi ultimi anni mi sono reso conto che mi mancava un interlocutore come Luca, sentivo l’esigenza di tornare a cantare le sue parole. Quando le interpreto capita sempre che si crea un metalinguaggio, in pratica una fusione tra la sua scrittura e le mie parole. Nonostante tutti questi anni trascorsi tra il disco del 2002 e quest’ultimo l’attitudine è rimasta la stessa, vale a dire quella di non darci dei freni. Ci siamo costruiti una libertà nel corso degli anni che resta la nostra priorità.

In “Nei secoli fedeli” fate una diagnosi/lettura pertinente della tendenza ad essere massa senza cervello e senza coscienza di chi ci circonda. Pensate che in questi ultimi vent’anni la situazione sociale italiana sia peggiorata? 

(FG) Questo non si verifica soltanto in Italia, crediamo che la massificazione sia molto forte, in questo brano riteniamo che sia portata all’estremo. In Italia è eclatante e siamo giunti ad un punto in cui la massificazione ti impedisce di essere chi vuoi, è un processo subdolo. Si, in fondo in questo brano facciamo una lettura con cui raccontiamo una realtà desolante, ma è quella e noi non possiamo esimerci dal farlo. Poi considera che quando scriviamo utilizziamo il gioco linguistico di mettere in evidenza le contraddizione, un po’ come si fa con il cut-up.
(LP) È contraddittoria, ci sono strumenti sia rischiosi, sia molto potenti. Penso ai social, se si usassero per la collettività le cose cambierebbero. Il referendum sulla Costituzione e le ultime elezioni hanno dimostrato che la gente può destabilizzare, se il sistema è usato per decisioni collettive in positivo e non in negativo. Ultimamente gli strumenti che potrebbero essere dirompenti, ma non c’è coscienza per destabilizzare il potere, se ciò non avviene questo diventa clientelare, assoluto. Si è persa la coscienza che il potere non va mai dato per buono. C’è meno coscienza collettiva, che bisogna sempre essere ribelli.

Secondo voi gli integralismi sono aumentati o diminuiti nel corso di questi ultimi anni?

(FG) Gli integralismi sono aumentati, viviamo in una grande guerra di religioni che sta determinando le sorti del mondo. Ci tocca sotto tanti aspetti, attraverso le migrazioni, il terrorismo, le disuguaglianze. Noi siamo iconoclasti, questa è un’attitudine che deriva dal punk. Se non distruggi tutto non hai un pensiero critico, questo è il contrario dell’integralismo. Mettiamo sempre tutto in discussione, proprio perché l’integralismo fa il gioco del potere che secondo noi va continuamente messo in discussione.
(LP) Apparentemente sono aumentati. Uno è integralista quando è convinto che essere diversi presuppone un isolamento, in un mondo sempre meno diverso, ma paradossalmente c’è un’omogenizzazione e contro si creano dei frazionamenti totali, non solo dal punto di vista politico, ma anche dell’esistenza. 

Quanto ritenete necessario avere oggi un attitutdine hardcore?

(FG) Questa cosa c’è stata attribuita. Se per hardcore si pensa ai riff allora per me è una definizione limitante. Se invece si tratta di attitudine allora la prospettiva cambia, perché noi in linea con questo genere tendiamo a mettere in scena la violenza del reale. Non siamo in grado di fare altro insieme. Il nostro stare insieme riguarda sempre l’istintualità. La musica deve sempre coinvolgere a un certo livello, per cui l’hardcore è la cornice migliore per i nostri contenuti.

È la società con le sue dinamiche che ‘obbliga’ a essere punk anche dopo i 40 anni?

(FG) Magari fosse così! Quest’attitudine è rara. Non viviamo in una società in cui la gente ragisce. Ci si adagia senza porsi troppi problemi. Noi veniamo da quel mondo, per cui per noi è ancora valida quell’attitudine. Oggi probabilmente ci sono altre forme musicali che cercano di rompere o di divincolarsi da certi schemi che noi adulti, con un attitudine punk e per questione di età, non capiamo, e che forse si ispirano al punk, come potrebbe essere la trap. Prima era più facile rompere certi schemi, oggi dominano gli schemi estetici. Siamo consapevoli che c’è un gap ma restiamo dei portatori di una cultura. Quando eravamo giovani la musica ti dava anche la posizione di avere nel mondo, oggi non è più così. In ogni caso restiamo molto aperti, ascoltando tutto quello che di nuovo viene fuori nel rock indie, ma mantenendo sempre un atteggiamento critico.
(LP) Non credo. Ritengo che il concetto sia sempre esistito. Ogni ondata ha le sue etichette e le sue parole d’ordine. Punk, secondo me, oltre ad avere un radicalismo giovanile, è stato il più grande movimento artistico del ‘900, perché ha superato tutte le discipline artistiche. Ha introdotto il valore dell’imperfezione e oggi non si può prescindere da questo concetto. Oggi l’opera d’arte se non è imperfetta non ha valore. Grazie al punk ci si è riappropriati dell’umanità. Il punto è che oggi puoi avere anche con vecchio di 90 anni che è rimasto ribelle e che quindi ha un’attitudine punk, il punto è se e come ci si sente ribelli e in antagonismo all’ordine costituito a prescindere da età e codici. 

fluxus_non-si-sa-dove-mettersiIn “Ma ero già indietro” cantate che sono le cose a rinunciare a voi. E’ come se le cose si fossero animate. Il soggetto diventa oggetto?

(LP) Il nostro modo di scrivere è fotografico. C’è un’essenza fisica, un rapporto con qualcos’altro quindi tutto il disco parte da una dimensione personale per allargarsi. Quella frase si può interpretare in molti modi; anche come isolamento rabbioso, dal punto di vista economico, di chi è stato espropriato, che può dire ‘non sono io che ho scelto’. Dal punto di vista mentale è la denuncia dell’isolamento contro il resto.
(FG) Il senso di quella frase è che uno si trova in una posizione e tutto intorno cambia. Un punto di osservazione da cui poter criticare. Ci sono anche istanze e principi a cui non bisogna rinunciare, ma che ti costringono a rinunciare a determinate cose e che ti fanno pensare. Non sono io che sono cambiato, il sogno rivoluzionario, le istanze rimangono le stesse. È ciò che sta intorno a me che mi vuole far credere che ciò in cui credo non debba avere più senso. Proprio per questo bisognerebbe sempre puntare a riconoscere le utopie realizzabili. Quando ti sostituiscono il sogno con i soldi o con la merce, ti inducono a pensare che devi farti i cazzi tuoi, ma il tuo disinteresse prima o poi lo paghi in termini di dignità.

Come è cambiato seondo voi il disagio giovanile negli ultimi vent’anni?

(FG) A volte mi stupisco perché mi rendo conto che prima non stavo peggio. Era una prospettiva diversa che avevo grazie al fatto che stavo nei movimenti, avevo l’esigenza di autogestirmi e tanta voglia di cambiamento. A volte provo un enorme fastidio per ciò che vedo in alcuni giovani perché mi sembrano molto più vecchi della loro età anagrafica. Mi riferisco soprattutto a quelli che a trent’anni vogliono entrare in politica e già si vestono con giacca e cravatta, con l’obiettivo di occupare un posto di potere. È abominevole. Quando ero giovane per me la politica era stare in strada, mettermi in gioco fisicamente. Sono preoccupato da ciò che li muove, non hanno idee rivoluzionarie. Per tanto tempo ho fatto il produttore artistico e sono rimasto impressionato dai tanti giovani con cui ho avuto a che fare che fanno musica soltanto con l’idea di fare soldi e successo, si adagiano sui parametri estetici. Molti di questi gruppi metal non sono altro che una copia dei gruppi metal Usa. La cosa triste è che l’attitudine di questi ragazzi è la stessa di quelli che vogliono occupare posti di potere mettendosi a trent’anni giacca e cravatta. 

Si vive meglio senza certezze e soluzioni?
(FG) Si, assolutamente. Non è una questione di vivere meglio. L’obiettivo non è tanto quello di vivere meglio quanto di vivere ponendosi delle domande, mettendosi in discussione e modificarsi in una lotta continua con se stessi e con gli altri. Se uno cerca sempre una certezza non si pone i dubbi. La vita ci impone il cambiamento. Non è facile trovare la strada giusta. La cosa più affascinante dell’essere umano è che è pieno di contraddizioni. È più faticoso oggi, prima si vivevano più costrizioni. Oggi ci sono molte più alternative ma forse proprio per faticoso trovare qualcosa che sia di rottura. Prima non avevi alternative.
(LP) Le soluzioni ci sarebbero. È un discorso di presa di coscienza. È questione di crescita. Ci sono traumi, siamo in un bagno di sangue. Bisognerebbe ri-azzerare la situazione. Le soluzioni arriveranno attraverso la presa di coscienza che se si decide di cambiare, si può fare. Le certezze non possono essere soltanto razionali, non bastano più, devono essere etiche ed umane. 

https://www.facebook.com/FluxusOfficialPage/

autore: Vittorio Lannutti

Prec.

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