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Special: Julian Cope – You gotta problem with me (Head Heritage)

di Redazione
16 Dicembre 2013
in Speciali
Tempo di lettura: 4 minuti
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Mi pare superfluo per chi segue da vicino le cose del rock internazionale sottolineare la poliedricità ed anche la bizzarria culturale di un artista come Julian Cope, musicista proveniente dalle risacche post-punk anglosassoni o new-wave che dir si voglia: come dimenticare i suoi geniali Teardrop Explodes, che già in quegli anni fatidici (i primi ’80) insieme ad Echo& The Bunnymen, Big in Japan, Pink Military facevano professione in Liverpool di fascinose seduzioni pop-psichedeliche?
A differenza di altre bands partorite dalla new-wave, come U2 e Simple Minds Julian Cope non é mai assurto a fama planetaria, anche perché ben presto imboccò la strada solista insieme ad un ristretto team di fidi collaboratori, ed alla luce dei riflettori con l’andare degli anni ha preferito con modalità sempre crescenti costruirsi un personale mini-universo per nulla ortodosso, nel quale il suo amore ossessivo per la psichedelia degli anni ’60 si incrocia con quello altrettanto maniacale per il rock tedesco, o krautrock, degli anni ’70.
A tal proposito si rivela un ottimo e personalissimo scrittore con Krautrocksampler (leggi lo speciale), quasi un testo-vangelo in materia pubblicato per la prima volta nel 1995, ma che ha visto la luce in Italia per la Lain solo nel 2006.
Da non perdere anche la sua doppia autobiografia Head On – Repossessed, un tomo mastodontico zeppo di notizie, aneddoti, descrizioni maniacali e particolareggiate della scena musicale in cui é cresciuto, dai suoi esordi con i T.E. ai suoi lavori solisti.
Ma non basta: é anche un eclettico studioso delle antiche civiltà celtiche e druidiche, delle loro credenze religiose e dei siti ancestrali disseminati in Inghilterra ed in Irlanda, dove individua collegamenti con l’esistenza di civiltà extraterrestri! Una personalità complessa e misterica quindi quella di Cope che ha man mano infarcito i suoi numerosi lavori solisti da più di vent’anni a questa parte di riferimenti geografici, etici, mistici a queste materie che è andato via via approfondendo: primi tra tutti la serie di albums ispirati al dio Odin, Jehovahkill, Autogeddon, The Interpreter, addentrandosi negli anni ’90. Stessa cosa dicasi per la sua notevole coscienza e critica sociale e politica, a partire dalle marce di protesta per l’aumento delle tasse in Inghilterra sino alle tematiche ambientali.
Ricordo a questo proposito il doppio imperdibile vinile Peggy Suicide , incentrato sul suicidio (!?) perpetrato dai terrestri con la loro mancanza totale di sensibilità ecologica a danno di madre terra (Peggy). Fatale che Cope giungesse a crearsi una sua etichetta discografica, la Head Heritage, che funge anche da mesmerico contenitore di tutti i suoi progetti letterari, poetry e culturali di Modern Antiquarian, parafrasando il titolo di un disco di soli readings del 1998 tratto dal suo omonimo libro. Musicalmente Julian Cope ha molte anime: quella squisitamente leggiadra pop, quella psichedelica, quella folk, quella sperimentale di derivazione kraut (espressa in spericolate opere-fiume come Queen Elizabeth) e, accentuatasi negli anni ’90, quella enfaticamente metal d’ispirazione detroitiana incarnatasi sotto lo pseudonimo di Brain Donor ma presente anche nei recenti Citizen Cain’d, Dark Orgasm (2005) e Rome wasn’t buried in a day (2003). Il suo nuovo album, You gotta problem with me, un doppio cd, vede invece un ritorno prevalente a ballate sornione ed elettro-acustiche come “They gotta different way of doing things”, mesmerica e bluesata con una mirabile girandola di chitarre nel finale in odore di Grateful Dead, “Woden” pervasa da melodia folk evocativa e chitarre acustiche, “Sick love” (con attitudine crooner ed armonica), “Soon to forget ya”, recitata su un giro armonico epico, sottolineate dalla vocalità carismatica e suadente di Cope e dalle magiche ed eclettiche corde del fido Donald Ross-Skinner. Più acida e solenne “Beyond Rome”, folkeggiante “A Child is born in Cerrig-Y-Drudion”, che si riallaccia alle tematiche di antiche civiltà tanto a cuore a Cope, accorata la finale “Shame Shame Shame” che si accende rabbiosa nel finale.
“Vampire state building”, oscura e minacciosa, vive di variegata ossessione strumentale rispolverando la vena più anticapitalista del Cope. Quasi una marcia solenne di protesta nel finale.
L’episodio più emozionante di “You Gotta Problem With me” é il commovente Doctor Know: inizia in sordina come una preghiera ed una voce da brividi a tratti in falsetto, caricandosi in crescendo di tensione ed elettricità sino ad assumere le fattezze di un rito pagano ‘….make a sacrifice…make a sacrifice…!‘; piano martellante, Cope giunge al delirio, le chitarre crescono malsane sino a librarsi nel finale in un volo pindarico ed a dissolversi in polvere astrale.
“You gotta problem with me” é sanamente incazzata e cantata con rabbia, sottolineata da suoni ed irrorata da polvere spaziali, synth e tastiere. “Peggy Suicide is a Junkie” palesa ambigui riferimenti con potenti evocativi riffs fuzz ed ancora una stridula arrabbiata performance di Julian.
“Cant get you out of my country” é giocata quasi sul giro di Gloria, ed evoca toni Morrison-iani. Ancora disagio esistenziale di Cope questa volta espresso con giocosità quasi sixties.
Infine la perfida cantilena di “Hidden Doorways”, con tanto di strings a sottolineare il coté più pastorale di Cope.
Un disco intenso ed ispirato, con brani messi bene a fuoco, molto più che nel precedente caotico “Dark Orgasm”, col quale Cope torna agli ottimi livelli di “Citizen Cain’d”.

Autore: Pasquale Boffoli
www.headheritage.co.uk/

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