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Cinema: Freakout intervista Ghezzi

di Redazione
16 Dicembre 2013
in Cinema
Tempo di lettura: 4 minuti
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“Il cinema lascia le sale per il web? Indifferente, perché può vivere senza essenza”

La redazione di Fuori Orario ha incontrato al “PAN – Palazzo delle arti di Napoli” la schiera di appassionati cinefili, abituati a rompere la solitudine della visione televisiva (esperienza intima e insieme “di massa”) ogni volta che l’equipe di Enrico Ghezzi dischiude al pubblico metodi di lavoro e curiosità. Questa è la volta di “Zaum – andare a parare”, programma andato in onda nell’estate del 2011 su Raitre, che il Pan ha riproposto interamente nell’ambito della rassegna “Storia permanente del cinema” nella sua FIlmZone di Via dei Mille. Zaum è, nelle parole del padre di Blob, una “reazione di tipo blobbistico all’istantaneo politico con nulla delle dirette e solo il massimo della storia delle immagini”, quindi un montaggio di sei ore del materiale più ampio possibile. Ha fatto da curatore dell’incontro il critico e saggista Alberto Castellano, sismografo vivente della sensibilità cinematografica partenopea che alimenta instancabilmente il rapporto tra Napoli e la compagine ghezziana. Freak Out ha intervistato Enrico Ghezzi discutendo esclusivamente della sua magnifica ossessione : il cinema.

Ghezzi, quali sono stati i migliori 5 film del 2011?
Troppo pochi cinque titoli… anzitutto “Tree Of Life” di Malick, “Cut” di Naderi (che manderemo in onda a Fuori Orario), “Le Havre” di Kaurismäki, “Kotoko” di Tsukamoto. Poi mi è piaciuto “Transformers 3” di Bay, molto vicino all’altro bellissimo “Faust” di Sokurov…

Perché avvicina Transformers e Faust?
Sono agitati dalla stessa inquietudine, sono entrambi goethiani. Partono dallo stesso tipo di sgomento rispetto alla facilità della mutazione, mutazione che poi non cambia nulla. Parlano entrambi dei limiti del sapere umano …

Che idea ha del trionfo di “The Artist” agli Oscar?
Sono abbastanza tipici e ripetuti i comportamenti dell’Academy, all’inizio segnala anche film molto sorprendenti e quest’anno non è un caso che abbia avuto delle nomitation in categorie importanti il film di Malick. Dopodiché, al momento della premiazione, scatta la logica più salvaguardante l’esistenza del cinema, per cui si va su film di presa più larga e immediata. Da notare che questo discorso vale anche su film di diversissimo peso commerciale, così come è accaduto tra “The Hurt Locker” di Kathryn Bigelow e “Avatar” di James Cameron : sembrerebbe che ad aver vinto sia il film più d’autore, mentre, a ben vedere, non lo era. Era molto più d’autore Avatar ed infatti, in questo senso, è stato punito e invece ha vinto la Bigelow, pur sempre brava a creare congegni piacevolissimi; sembra una logica opposta, invece è sempre la stessa. Per citare casi meno recenti, “The Elephant Man” di David Lynch raccolse otto nomination: non vinse nulla.

La distribuzione del cinema su Internet svela, ancora una volta, che la ritualità della sala è secondaria o comunque non fa parte dell’essenza del cinema?Credo che il cinema non abbia essenza, è senza essenza … direi, proseguendo il gioco di parole, che l’essenza, l’ essence (carburante in francese, n.d.r.), la benzina insomma gli è data proprio dal fatto di non essere. Più che la mancanza della sala, è molto più pericoloso per il cinema che si contrabbandino come film delle cose che sono dei cloni dickiani da fantascienza dei film. Faccio un esempio che è mal tollerato perché molti hanno amato questo film e sono sicuro che lo hanno amato perché è una storia appassionante : “Shame” di Steve McQueen. Così come il precedente dello stesso regista (Hunger, n.d.r.), si tratta di un tributo alla forza del cinema, usata per farne dei film; sono però un’installazione non reale, ma mentale … l’atteggiamento è lo stesso di una installazione, è rivolto a un concetto di spettacolo e di cinema, un falso concettuale. È questo il rischio maggiore del cinema di oggi: da una parte la museificazione che è sempre a-artistica, cioè considerarla un’arte è museificarla, dall’altra è considerarlo un’arte e de-artisticizzarla per farne un sorta di super-manufatto. Trovo più a macchina, più pericolosamente fabbricato un film come “Shame” che non un film come “Trasformers” o un blockbuster medio.

È vero che le sceneggiature non ti piacciono?
No. Anche se quelle di Tarantino, grandissimo scrittore di sceneggiature, le leggo e le amo. Devo dire che una sceneggiatura deve essere straordinariamente bella per essere letta, altrimenti è una specie di lettera morta, un osso di seppia, è come vedere già lo scheletro del film che non c’è ancora. Uno dei motivi per cui adoro l’ultimo lavoro di Malick è che è l’unico grande regista di ampiezza hollywoodiana che va sempre più contro l’idea stessa di sceneggiatura e lui è uno script doctor quindi conosce l’importanza della sceneggiatura. Per “Tree Of Life” ha presentato due pagine, e d’accordo che lo ha ottenuto perché è lui…

Cosa ne pensi di “This Must Be The Place” di Sorrentino?Non mi è piaciuto. Soprattutto lo trovo un film di media visualità e di bassa sceneggiatura. È terrificante leggere già nelle prime immagini il ruolo importante del “trolley” … che annidato nel cuore dell’America c’è l’inventore del trolley. Quello che mi è piaciuto molto è il clip di David Byrne, molto Byrniano.

James Gray ha appena concluso le riprese del suo nuovo film, ti piace il suo cinema?
Credo sia diventato un grande regista lentamente, tra l’altro manderemo presto a Fuori Orario il suo “Two Lovers”. Il mio amico Chabrol stravede per James Gray ed è stato uno degli artefici della sua fortuna in Francia. I primi lavori non li amavo molto, ma il film che cambia tutto – secondo me straordinario – è “We Own the Night”. Comunque è andato sempre più avanti in una linea orgogliosa, lui è uno che è diventato meno artistico, è andato contro le pulsioni primarie dell’artista. Niente di male, ognuno ha il diritto di sentirsi artista, ma la cosa che gli artisti o i sedicenti artisti di cinema perdono è proprio il fatto che il cinema è soprattutto impersonale. La genialità di molti grandi registi è quello di aver fatto della propria personalità una parte dell’impersonalità del cinema.

Autore: Roberto Urbani

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