Analizzare la discografia di Sarah Davachi non è operazione semplice, atteso che la compositrice canadese, da più di un decennio, si muove su coordinate che fondono musica classica contemporanea con ambient, drone… tramite l’utilizzo di organo, acoustic piano, mellotron, synth… a cui si somma il supporto di voci, fiati, archi…
Ogni ascolto diviene così un’esperienza immersiva a sé che richiede attenzione e cura per le sfumature timbriche e le microvariazioni; tanto vale per il più lontano “The Untuning of the Sky” del 2013, quanto per i validi lavori “intermedi” “Vergers” del 2016, “All My Circles Run” del 2017, “Let Night Come On Bells End The Day” e “Gave in Rest” del 2018, “Intemporel” con Ariel Kalma del 2019, “The Head as Form’d in the Crier’s Choir” del 2024 (ho citato solo quelli che ho avuto modo di riascoltare ultimamente).
Già in precedenza si era avuto modo su queste pagine di affrontare approcci musicali di matrice prossima a quella della Davachi, da ultimo quando si è recensito “All Life Long” di Kali Malone e Stephen O’Malley o quando si è dedicato un approfondimento a Brian Eno nello speciale “Brian Eno, il ruolo del Musicista e del Non-Musicista: da Francesco Pratella e Luigi Russolo all’Artificial Intelligence”; in particolare in quell’occasione si era fatto riferimento anche a musicisti quali Pauline Oliveros e Terry Riley laddove si scrisse: ‘Tralasciando il fatto che Eno abbia riscoperto la tecnica detta “time lag accumulator”, già usata negli anni sessanta da Pauline Oliveros e da Terry Riley (e che Riley abbia scritto i seminali “In C” nel 1964 – pubblicato poi come disco nel 1968 – e “A Rainbow in Curved Air” pubblicato nel 1969 – album che lo rese celebre anche al mondo del “rock”)…’.
- “The Will Of Tongues”
Ora Sarah Davachi ha dato alle stampe “The Will Of Tongues” (Late Music) disco che reca come sottotitolo “songs and dialogues for viols, voices, and winds”; ed infatti con la Davachi “on five pipe organs tuned in historical temperaments” compaiono Whitney Johnson (viola), Eyvind Kang (viola), Lucy Railton (cello), Liane Sadler (tenor flute), Charlotte Schneider (tenor flute), Mara Winter (tenor flute), Luis Martinez Pueyo (bass flute), Nev Wendell (trumpet), Nicholas Ginsburg (horn), Mattie Barbier (trombone), Mason Moy (tuba) e il Chamber Choir Ireland condotto da Nils Schweckendiek.
Il risultato finale è un compatto fosco e nebbioso muro sonoro caratterizzato da austere e claustrofobiche tensioni, grevi anche nelle loro risoluzioni, per una spiritualità, se così la si può intendere, più immanente che trascendente, da catabasi, il tutto perfettamente incarnato nella splendida apertura affidata a “Interlude I: Polyphonic, For Strings”, composizione per due viole e cello che non concede vie d’uscita né all’anima né al corpo, né alla mente.
“Canto Duo” (for pipe organ – medieval organ, tuned to meantone temperament), allenta leggermente il “morso” e i cambi di accordi diventano più marcati e con essi la tensione viene spezzata e ricucita.
Con “Songs Of The Smile’s Fig: I. Hours” (for chamber choir) il respiro emerge dalla coltre, e la musica illumina come un raggio di luce attraverso la vetrata di un’antica cattedrale per poi essere rifratto, girato lato del primo vinile, con “Interlude V: Harmonic, For Woodwinds” composizione per renaissance tenor flute e renaissance bass flute.
In “The Second Tuning” torna il solo pipe organ (baroque organ, tuned to a well/modified meantone temperament) e con esso un ascolto più rilassato ma non meno emotivamente intenso che chiude il primo dei tre LP.
“The Rose Dialogues” è divisa in parte I e II, rispettivamente di 23:07 e 23:03 minuti che occupano, una per lato, l’intero secondo vinile ed è composizione “for pipe organ, string trio and tape” (per due viole, un cello e continuo organ tuned to meantone temperament); aumenta nuovamente la tensione e il respiro si fa asfittico, stratificando e aumentando il proprio spessore.
Il terzo vinile è aperto da “Songs of the Smile’s Fig: II. Salts” (for chamber choir) che riprende quanto lasciato in sospeso dal suo predecessore e conduce a “Four Narrow Forms”, altra composizione per solo pipe organ (baroque organ, tuned to a well/modified meantone temperament) che, con progressivo incedere, aumenta le frequenze fino a sibilare tagliente nel finale.
Dopo gli archi e i flauti, “Interlude II: Unison, for Brass” completa il trittico con gli ottoni (tromba, corno, trombone e tuba) che conferiscono al suono rotondità e austerità.
Girato lato, se “The First Tuning” è ulteriore “esercizio” per solo organo (baroque organ, tuned to a well/modified meantone temperament), “Songs Of The Smile’s Fig: III. Follies” chiude i tre “momenti” per coro di voci.
Gli 11:23 minuti di “Canto Solo” per pipe organ (medieval organ, tuned to meantone temperament) congedano infine un lavoro intenso e per taluni versi monumentale, in cui è la (sola) apparente ripetitività a fare la differenza e a caratterizzare composizioni in continuo movimento e mutamento.
https://www.sarahdavachi.com/
































