Nati nel 1977 in quella Manchester che conta, con un suono post-punk che rispecchiava appieno lo spirito cupo e industriale della città dell’epoca, gli A Certain Ratio si sono ritagliati nel decennio successivo un posto di rilievo. Grazie al legame indissolubile con la Factory Records prima, A&R e Mute poi, sono diventati una delle band più eclettiche e trasversali della scena. All’epoca erano forse inconsapevoli che, a distanza di decenni, avrebbero influenzato e marchiato a fuoco il suono di band anni Novanta come Primal Scream, New Order e Happy Mondays (il cosiddetto Madchester), fino ad arrivare ai giorni nostri con Franz Ferdinand ed Editors.
Capaci di miscelare l’irruenza del punk con una produzione ricca di elementi dub, funk e ritmi brazilian, gli ACR hanno creato un perfetto connubio tra rock e dance. Un tratto distintivo che affonda le radici nei loro idoli – Funkadelic, Parliament e il guru del suono Brian Eno – e che si è palesato fin dall’esordio con The Graveyard and the Ballroom (1980) e il successivo Sextet (1982).
Ed è proprio quest’ultimo a venire rimesso a nuovo per il quarantacinquesimo anniversario dalla pubblicazione. All’epoca rimase in testa alle classifiche indie per 11 settimane e, insieme a Force (1986) – che subisce lo stesso trattamento di remaster –, resta uno degli album più amati dai fan, a dimostrazione di quanto gli A Certain Ratio fossero attuali e geniali. La voce di Martha “Tilly” Tilson impreziosisce il tutto, mentre Andy Meecham in cabina di regia si pone l’obiettivo di rimodernare un suono già di per sé attualissimo, mantenendo però l’energia ruvida e originale dell’atmosfera manchesteriana anni Ottanta.
Tilly è sempre superba in Lucinda e Gum (dove i fiati sono una vera goduria per gli appassionati). Brani come Knife Slits Water, Day One e Below the Canal risplendono oggi come allora, mentre è davvero notevole il lavoro fatto sulla dub version di Waterline.
Per quanto riguarda invece Force majeure(1986) – forse l’album più commerciale degli ACR –, il suono si fa più funk e jazz grazie al contributo del tastierista Andy Connell e del sassofonista Tony Quigley, che proiettano la band nella scia di giganti come Weather Report, Azymuth e Roy Ayers. La tracklist di questa riedizione non corrisponde esattamente all’originale: mancano tracce come Fever 103° e Mickey Way, ma in cambio possiamo ascoltare The Runner (rock con chitarre elettriche a tutto spiano), Nostromo a Go Go (uno strumentale che sembra uscito da Rei Momo di David Byrne) e Force, decisamente più riflessiva, dove emerge tutta l’influenza del jazz iconico alla Weather Report. È un album dalle atmosfere soul e intime che richiamano gli Everything but the Girl e, se vogliamo, i Blue Nile, consegnandoci una Manchester inedita.
Ahimè, non era ancora stata reclutata la voce degli Swing Out Sister, Corinne Drewery, per cantare Bootsy, ma poco male. Queste due riedizioni sono un’occasione d’oro per riscoprire due album che, se anche non hanno fatto la storia del grande pubblico (eccetto che per i fan), col senno di poi ci fanno capire quanto siano stati fondamentali per le generazioni degli anni Novanta e Duemila, vedi Rapture, Liars, lcd Soundsystem. Alchimisti e innovatori del groove, gli A Certain Ratio continuano a influenzare i nuovi musicisti, riaffermandosi come una delle figure di spicco del post-punk britannico. Saranno in tour ad ottobre dove eseguiranno integralmente i due storici album e la curiosita’ di sentirli suonare live e’ tanta e se capitate a Manchester il 24 ottobre, qualcosa mi dice che non ve ne pentirete.
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Photo by Debbie Ellis

































