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“Music Is Invisible”: l’ultima esibizione dal vivo di Jon Hassell appare chiara e ben visibile. Ascolta

di Marco Sica
26 Ottobre 2026
in Recensioni
Tempo di lettura: 19 minuti
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Chiunque abbia a cuore la musica non potrà non aver ascoltato e apprezzato i lavori licenziati da Jon Hassell nel decennio 1977/1986. 

Hassell morirà il 26 giugno del 2021, ad 84 anni, dopo aver segnato la storia della musica fin dalla sua partecipazione, nel 1968, alle registrazioni del memorabile “In C” di Terry Riley.

Oggi, nel 2026, esce postumo “Music Is Invisible (Pentimento Volume Three)” (Ndeya), pubblicazione che è spunto per ripercorrere la carriera artistica di Jon Hassell.  

  • Dal 1977 al 1986: l’apice creativo

Correva l’anno 1977 quando Hassell pubblicò “Vernal Equinox”, disco che fondeva etnica, elettronica e l’uso di una tromba dalla timbrica “unica”, in una miscellanea che univa tanto ambient e avant-garde quanto anticipava una certa world music; all’oceano di “Toucan Ocean”, seguivano la giungla e i richiami d’animali di “Viva Shona”, le perturbazioni di “Hex”, l’India nel raga teso di “Blue Nile”… composizioni che accompagnavano l’ascoltatore fino ai 22:00 minuti (circa) di quel gioiello che è “Vernal Equinox”. Hassell aveva di fatto assorbito le intuizioni di “In den Gärten Pharaos” (altro capolavoro) dei Popol Vuh, facendole proprie e riscrivendole con la sua tromba. 

Con il successivo “Earthquake Island” (del 1978) Hassell non mantiene fede alla promessa fatta con “Vernal Equinox”, virando verso commistioni più jazz e black, come testimonia fin dall’apertura “Voodoo Wind” o “Baliá”; in “Earthquake Island” il ritmo diviene meno istintivo, si fa più “composto”, grazie anche alle incisive linee di basso affidate a Claudio Ferreira (come in “Voodoo Wind”) e a Miroslav Vitous (come in “Cobra Moon”, “Sundown Dance”, “Earthquake Island” e “Baliá”); il risultato, sebbene più ordinario e “fusion”, restava però di notevole caratura. 

Il 1980 è, poi, l’anno della collaborazione con Brian Eno per “Fourth World, Vol. 1: Possible Musics”, lavoro che in un certo qual modo “raffredda” le sonorità di Hassell immergendole in un’elettronica ambient più “clinica”.

Questa collaborazione, però, più che per il proprio peso specifico musicale, getterà le basi sia per la nota “questione” legata al ben più celebre e osannato “My Life in the Bush of Ghosts” a firma Brian Eno e David Byrne (sul punto si rimanda a quanto facilmente reperibile in rete), che e per essere l’antesignano “quarto mondo” dell’apice creativo di Hassell, apice cristallizzato nello splendido “Dream Theory in Malaya: Fourth World Volume Two” del 1981 (che vedrà anche la partecipazione dello stesso Eno).

Con “Dream Theory in Malaya” Hassell perfeziona e sperimenta altre tecniche, definendo un suono più ossessivo e “industriale”, come in “Chor Moiré”, come nei ripetuti “soffi” della più ritmata “Courage” e della ipnotica “Dream Theory” o in “Datu Bintung at Jelong”, degna figlia di una scuola minimalista e d’avanguardia, in cui la tromba cessa di essere tromba per rinascere con nuova forma. “Malay” placa gli animi che  diventano “animisti” e da rituale ritmico dell’acqua malesiano: torna la giungla abitata da spiriti, spiriti che si dissolvono nei suoni e nei versi animali di “These Times…”, per essere sostituiti dalle solide astrazioni metalliche di “Gift of Fire”.    

Nel 1982 Jon Hassell prenderà, poi, parte all’interessante progetto musicale e teatrale (spettacolo allestito da Federico Tiezzi) con i Magazzini per “Sulla Strada” (ispirato a “On The Road” Jack Kerouac); il progetto vedrà vita su disco nel 1995, in cui spiccano i 22:25 minuti di “Tramonto. Caldo umido”.

“Aka/Darbari/Java: Magic Realism” (del 1983) è altro lavoro di pregio; per la sua descrizione si rimanda a quanto esaustivamente riportato nelle note di copertina: “MAGIC REALISM • Like the video technique of “keying in” where any background may be electronically inserted or deleted independently of foreground, the ability to bring the actual sound of musics of various epochs and geographical origins all together in the same compositional frame marks a unique point in history. • A trumpet, branched into a chorus of trumpets by computer, traces the motifs of the Indian raga DARBARI over Senegalese drumming recorded in Paris and a background mosaic of frozen moments from an exotic Hollywood orchestration of the 1950’s [a sonic texture like a “Mona Lisa” which, in close up, reveals itself to be made up of tiny reproductions of the Taj Mahal], while the ancient call of an AKA pygmy voice in the Central African Rainforest — transposed to move in sequences of chords unheard of until the 20th century — rises and falls among gamelan-like cascades, multiplications of a single “digital snapshot” of a traditional instrument played on the Indonesian island of JAVA, on the other side of the world. • Music which is to this degree self-referential, in which larger parts are related to and/or generated from smaller parts, shares certain qualities with “white” classical music of the past. AKA/DARBARI/JAVA is a proposal for a “coffee-colored” classical music of the future — both in terms of the adoption of entirely new modes of structural organisation [as might be suggested by the computer ability to re-arrange, dot-by-dot, a sound or video image] and in terms of the expansion of the “allowable” musical vocabulary in which one may speak this structure — leaving behind the ascetic face which Eurocentric tradition has come to associate with serious expression. • JON HASSELL”.

Hassell chiuderà degnamente il decennio 1977/1986 con la pubblicazione in studio, nel 1986, di “Power Spot”; le composizioni e il suono continuano a convincere tra richiami urbani (“Power Spot”), etnici (“Passage D.E.”, “Wing Melodies”…), tribali e meditativi (“The Elephant and the Orchid”), per un lavoro che però inizia a tradire un certa ripetitività. 

Da menzionare anche il live “The Surgeon Of The Nightsky Restores Dead Things By The Power Of Sound” del 1987, contenente registrazioni raccolte tra il 1985 e il 1987 a Ravinia/Vancouver, Parigi, Amburgo e Bruxelles (come suggeriscono gli omonimi titoli dei brani) e soprattutto il live del settembre del 1989 (uscito postumo nel 2023) “The Living City”, contenente registrazioni dal vivo per l’“audio-visual installation” all’interno del Financial Center Winter Garden di New York City, ponte tra il passato e il futuro, in cui Hassell unisce le sonorità black e funk a venire (“Mashujaa”) alle sue più classiche ambientazioni (“Nightsky”).

Si conclude così un primo periodo della produzione di Hassell; il tempo infatti di dare alle stampe nel 1988 l’etnico “Flash of the Spirit” con i Farafina prima che il musicista si lasci affascinare dalle nuove tendenze musicali inaugurando il nuovo decennio con “City: Works of Fiction”.

  • Gli anni Novanta

Nel 1990 Hassell, con “City: Works of Fiction”, abilmente si mette al riparo dal denunciato rischio di ripetitività e, dimostrando di saper cogliere le mutate esigenze del tempo, cambia veste… conservando un buon livello produttivo; tra i solchi infatti, pur mantenendo sempre un richiamo al vecchio amore “etnico” e alla sperimentazione (“Mombasa”, “Ba-Ya D”, “Warriors”, “Out Of Adedara”), prendono il sopravvento più attuali umori anni Ottanta fusion, funk… (“Voiceprint (Blind From The Facts)”, “Pagan”, “In The City Of Red Dust”). Nel 2023 vedrà la luce (postumo) “Psychogeography”, lavoro del 2014 contenente, come si legge dalle note di copertina, “A situationist re-thinking of the 1990 City: Works Of Fiction album, this a carefully edited sequence of alternate takes, demos and studio jams was put together by Jon Hassell in 2014 using Debordian philosophy as his guide”.  

Il detto mutamento trova conferma in “Dressing for Pleasure” del 1994 (con i Bluescreen e con tanto di Flea e Buckethead al basso), come mettono da subito in chiaro, in apertura, la fusion di “G-Spot” e le contaminazioni di “Villa Narco”; sebbene con “Kolo X” e “Steppin’ Thru Time” Hassell torni a giocare con i ritmi e le fratture, il mood rimane ora jazz-fusion ora “black”. “Personals” vede anche la partecipazione di Leslie Winer. Reminiscenze dell’Hassell che fu, si respirano solo nella conclusiva “Blue Night”.    

Nel 1997 Hassell compie un parziale passo indietro con “The Vertical Collection”, un Bluescreen Project a firma Jon Hassell e Peter Freeman, con “sketches for larger forms” che riportano al “quarto mondo”, come spiegano le note di copertina: ‘Imagine all the music of a single composer “exploded” into constituent parts which are then reassembled into new works. Some of these parts could be more or less intact and recognizable, some could be stretched, reversed, pitch-changed and filtered into a vastly unfamiliar “topography” – like a look at the secret world of insects or coral through a microscope. Since musical elements whose first appearance was in different recordings and different compositions, made years apart, are now heard simultaneously in the same texture, this is a “vertical” collection of works – in contrast to the conventional “horizontal” collection of selected tracks from previous recordings. These pieces – originally intended as sketches for larger forms – were imaginatively assembled by Peter FREEMAN under the guidance of Jon HASSELL, whose “Fourth World” music is the exclusive source of all the sounds.’.

Chiude il decennio l’intimo e profondo “Fascinoma” (del 1999), disco di brani in parte non composti da Hassell (tra cui figura fiananche “Estate” di Bruno Martino oltre a riletture del classico “Caravan” di Juan Tizol e Duke Ellington); “Fascinoma” è un bel lavoro crepuscolare, etnico e jazzato, scuro e carico di atmosfera, rarefatto, con la partecipazione tra gli altri alla chitarra di Ry Cooder, di Ronu Majumdar al bansuri, di Rick Cox alla chitarra e bass clarinet, di Jacky Terrasson al pianoforte; nel 2000 con Ry Cooder, Ronu Majumdar e Abhijit Banerjee, Hassell pubblicherà “Hollow Bamboo”.

  • Gli anni Duemila: la prima decade

A metà anni Duemila, nel 2005, Hassell pubblica il “secondo volume” di Magic Realism, “Maarifa Street: Magic Realism 2”; anche qui, per comprendere al meglio la genesi e la struttura di questo disco, è utile ricorrere a quanto riportato nelle note al disco sul sito https://jonhassell.com/maarifa-street-magic-realism-2/ consultato il 18.10.26: “Beginning with three live concerts, each recorded in four instrumental layers, some performances (notably, trumpet) were kept intact, other layers were either re-performed or invented anew while some layers migrated from one performance to another. Some completely new tracks were made by cannibalizing parts from previous works and reshaping them. My hope is that, by weaving together the spontaneity and “imperfections” of a live concert with the “detailing” of a studio recording, something distinctive results. I almost subtitled this record “Improved Concerts”, after Mati Klarwein’s “Improved Paintings” series in which ordinary flea market paintings were miraculously transformed by painting into and out of the original. But one track—which exists only as a stereo recording—has been left untouched: the “encore” at the end, ‘Open Secret (Milano)’.”. “Maarifa Street: Magic Realism 2” si muove su coordinate arabeggianti, sebbene in composizioni quali “Divine S.O.S.” (composta anche da Peter Freeman), “Warm Shift”, “New Gods” emergano componenti fusion e dub… Invero, variegate contaminazioni elettroniche s’irradiano sullo sfondo come testimonia “Maarifa Street”. Momenti più onirici, allucinati e tribali sono riservati alle esecuzioni di maggior durata quali le due “Open Secret” (Paris e Milano) e “Darbari Bridge”. Al disco prenderà parte anche Paolo Fresu in “Open Secret (Milano)”. 

La prima decade del Duemila si chiude, nel 2009, per Hassell con il ritorno alla ECM (da cui mancava dai tempi di “Power Spot”), e con il buon “Last Night the Moon Came Dropping Its Clothes in the Street”, disco che finisce con il tradire, a tratti, ora richiami al Miles Davis elettrico di fine anni Sessanta (“Aurora”, “Time and Place”, “Northline”…), ora a vecchie intuizioni ethno-ambient prossime a Brian Eno (“Last Night the Moon Came”, “Clairvoyance”). Brani quali l’evocativa “Abu Gil”, “Courtrais”,  “Northline” e “Light on Water” raccolgono registrazioni dal vivo del 2008. Nelle note al disco, tratte dal sito https://jonhassell.com/last-night-the-moon-came-dropping-its-clothes-in-the-street/ (consultato il 18.10.26), si legge: “This is evident in the innovative production style that ‘paints with sound’ using overlapping nuances to create an undefinable and intoxicating new palette”.

Sempre nel 2009, e sempre per la ECM, Hassel prenderà parte anche al disco “Siwan” a firma Jon Balke. 

  • Gli anni Duemila: la trilogia del “Pentimento” 

Come detto in apertura d’articolo, Jon Hassell morirà il 26 giugno del 2021. 

Il suo ultimo lascito musicale si sostanzia nella trilogia del “Pentimento”, tre dischi usciti rispettivamente nel 2018 “Listening to Pictures”, nel 2020 “Seeing Through Sound” e postumo, nel 2026, “Music Is Invisible”.

Nelle note del “volume secondo” “Seeing Through Sound”, si legge: ‘Pentimento is defined as the “reappearance in a painting of earlier images, forms, or strokes that have been changed and painted over” and this is evident in the innovative production style that ‘paints with sound’ using overlapping nuances to create an undefinable and intoxicating new palette’.

E così “Listening to Pictures” (il volume uno della trilogia) raccoglie sia l’eredità di un’elettronica proposta tra il finire e l’inizio del secondo millennio, con le sue nuove tecniche e le sue sperimentazioni (“Picnic” ne è un esempio), che vecchie passioni di Hassell “rivisitate” e sottoposte ad “upgrade” (“Dreaming”, “Al Kongo Udu”, “Ndeya”).

“Seeing Through Sound” (il volume due della trilogia), come descritto anche nelle note di copertina è “a companion piece to 2018’s Listening To Pictures” e sostanzialmente si muove sulle medesime coordinate del suo predecessore dove nuovamente il vecchio (“Moons of Titan”, “Lunar”) si unisce al nuovo (“Reykjavik”) per fondersi poi assieme (“Fearless”, “Unknown Wish”…); non mancano spunti jazz come in “Delicado”.

“Music Is Invisible (Pentimento Volume Three)” contiene registrazioni dal vivo eseguite in trio da Jon Hassell (trumpet e keyboards), Rick Cox (guitar, OP-1 synth e electronics) e John Von Seggern (bass, drums e electronics) alla St. John at Hackney church di Londra il 23 maggio 2015, per quella che si sarebbe rivelata l’ultima esibizione dal vivo in assoluto di Jon Hassell.

“Music Is Invisible” quindi, sebbene indicato come “terzo” volume, catturando l’esecuzione del 23 maggio 2015, di fatto “anticipa” temporalmente i primi due volumi, per una musica che trova esatto compimento proprio nella sua dimensione live, quando Hassell contempera la passata spiritualità con astrazioni elettroniche, come splendidamente testimonia la conclusiva “Electric Forest”, giungla urbana in cui la tromba di Hassell torna a essere spirituale, per il momento più riuscito del disco. Se urbana e cibernetica è la bella “Club Gris-Gris”, “Blue Ba-Ya” convince meno per un mood più lounge, mentre “Broadway Boogie-Woogie” ben si colloca come tassello nelle ultime produzioni di Jon Hassell.

  • Conclusioni

A Jon Hassell va sicuramente riconosciuto ben più di un merito. Uno è l’aver codificato tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta un suono non solo con la sua tromba ma anche attraverso idee compositive e un uso dell’elettronica e delle sue tecniche che, attraverso le sue visioni, è diventato “identificativo” e si è fatto storia per le generazioni future magicamente incarnato in “Vernal Equinox” e “Dream Theory in Malaya”, un altro è quello di aver successivamente saputo adeguare la propria musica ai tempi, standone al passo, spesso senza anticiparne le intuizioni, talvolta forse anche “registrandone” le pulsioni con “ritardo”, ma restituendole, nel bene o nel male, a suo (unico) modo… consegnandoci oggi, con “Music Is Invisible”, la sua ultima esibizione dal vivo chiara e ben visibile!

https://jonhassell.com/

Prec.

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