“Dopo mezzanotte. Mai sentito tanto silenzio. La terra potrebbe essere disabitata (Pausa). Qui termino questo nastro. Scatola… (Pausa)… tre, bobina… (Pausa)… cinque. Forse i miei anni migliori sono finiti. Quando la felicità era forse ancora possibile. Ma non li rivorrei indietro. Non con il fuoco che sento in me ora. No, non li rivorrei indietro. Krapp immobile guarda fisso davanti a sé. Il nastro continua a girare in silenzio.” (da “L’ultimo nastro di Krapp” di Samuel Beckett – Einaudi Collezione di teatro).
- Premessa
Prendo un vinile, lo ripongo sul piatto, abbasso il tonearm con la testina, e inizo ad ascoltare; capita però talvolta che terminato il lato, quando la testina finisce di seguire il solco e s’incanta a girare “ottusamente” sulla parte non incisa del disco, non mi alzi per girare lato, ma resti immobile ad ascoltare l’assenza della musica e quel silenzio solo appena “disturbato” in superficie da un ovattato suono sordo e regolare. La musica è da sempre parte essenziale della mia vita; in quei frangenti mi fermo ad ascoltare la sua assenza.
Questa è l’immagine che mi ha trasmesso, a livello emotivo, “L’ultimo nastro di Krapp” di Samuel Beckett quando lo lessi.
– “L’ultimo nastro di Krapp/Press conference”
Al Teatro Mercadante di Napoli, ad inaugurare la nuova stagione del Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, è andata in scena la doppia rappresentazione de “L’ultimo nastro di Krapp/Press conference”, per la regia di Roberto Andò e l’interpretazione di Renato Carpentieri; così sono stati omaggiati due dei più importanti autori del Novecento: Samuel Beckett e Harold Pinter.

Riavvolgiamo simbolicamente il nastro attorno alla bobina e partiamo dalla fine, dalla seconda rappresentazione “Press conference”.
– “Press conference”
Di Harold Pinter avevo avuto la possibilità, nel 2024, di assistere, sempre nell’ambito del Teatro Nazionale, all’intenso “Pinter Party”, spettacolo sapientemente diretto da Lino Musella, basato su tre testi di Pinter, “Il bicchiere della staffa”, “Il Linguaggio della montagna” e “Party Time”, intervallati dal messaggio contenuto nei brani tratti dal “discorso” che Harold Pinter tenne nel 2005 in occasione dell’assegnazione che gli fu fatta del Premio Nobel per la Letteratura.
In un articolo scritto per il quotidiano Roma, in riferimento a Pinter e a “Pinter Party”, osservai come il teatro e l’arte, quando si riappropriano della loro funzione “politica” e di denuncia, assolvano a una delle missioni primarie alle quali sono deputate.
“MELISSA Cosa diavolo succede là fuori? Sembra ci sia la peste. TERRY Casa? MELISSA La città è morta. Non c’è nessuno per strada non si vede anima viva in giro, a parte qualche… soldato. Il mio autista si è dovuto fermare a un… sai… come si chiama?… un posto di blocco. Abbiamo dovuto dire chi eravamo… è stato davvero un po’…” (da “Party Time” di Harod Pinter – Harold Pinter Teatro Volume secondo – Einaudi).
Tali funzioni primarie sono state nuovamente degnamente assolte da “Press conference” (del 2002), altro testo in cui il drammaturgo inglese ha, con caustica e lucida scrittura, messo a nudo la capacità e la funzione manipolatoria del linguaggio politico e del potere quando operano per conseguire il controllo delle masse e giustificare il proprio più brutale e abbietto agire; un linguaggio fatto da una voce che, tra le voci, ha saturato in modo indigesto lo spazio pubblico; uno spazio pubblico che necessariamente e inevitabilmente si riverbera in quello privato.
“MINISTER…. We need critical dissent because it keeps us on our toes. But we don’t want to see it in the market place or on the avenues and piazzas of our great cities. We don’t want to see it manifested in the houses of any of our great institutions. We are happy for it to remain at home, which means we can pop in at any time and read what is kept under the bed, discuss it with the writer, pat him on the head, shake him by his hand, give him perhaps a minor kick up the arse or in balls and set fire to the whole shebang. By this method we keep our society free from infection. There is of course, however, always room for confession, retraction and redemption.” (da “Press Conference” di Harod Pinter – faber and faber).
Sul palco, poi, registratori a bobine lì posti, totemici, “idealmente” a immortalare la conferenza stampa.
– “L’ultimo nastro di Krapp”
Ed è proprio un registratore a bobine il coprotagonista che dà voce al testo di Samuel Beckett “L’ultimo nastro di Krapp” (del 1958).
“KRAPP (con vivacità) Ah! (Si china sul registro, volta le pagine, trova il punto che cerca, legge) Scatola… trre… bobina… cinque. (Rialza il capo e guarda davanti a sé. Con voluttà) Bobina! (Pausa). Bobiiiina! (Sorriso felice. Pausa. Si china sul tavolo, comincia a spostare le scatole esaminadole da vicino) Scatola… trre… trre… quattro… due… (con stupore) nove! santo cielo!… sette… ah! canaglietta! (Solleva una scatola, la esamina da vicino) Scatola trre. (La posa sul tavolo, la apre ed esamina le bobine che contiene) Bobina… (esamina il registro)… cinque… (esamina le bobine)… cinque… cinque… ah!….” (da “L’ultimo nastro di Krapp” di Samuel Beckett – Einaudi Collezione di teatro).
E così, “una tarda sera, nel futuro”, nella “tana di Krapp”, dietro “un piccolo tavolo”, un esatto Renato Carpentieri, aiutato dalla sua fisicità da ottantatreenne, è il “vecchio sfatto; Krapp” ed è voce di se stesso, nell’intimo dialogo con il passato, con la propria memoria; ed è lì, a rinchiudere e a condividere il suo dramma e il suo vuoto con un registratore, non con un diario, un memoriale, non con inchiostro e carta, ma con uno strumento “tecnologico” (per l’epoca) capace di archiviare la voce, con tutte le sue sfumature, intenzioni, flessioni; la voce che, senza bisogno di “didascalie”, è capace di restituire, oltre al valore semantico delle parole dette, la loro intima anima.
Un’intimità che Krapp vive e patisce nel conflitto tra pieno e vuoto, tra il tutto segregato tra i nastri e il nulla che magistralmente “gira” nella scena conclusiva dell’opera: “Krapp immobile guarda fisso davanti a sé. Il nastro continua a girare in silenzio.”.
La tecnologia avanza, modifica le abitudini dell’essere umano, ma non riesce a colmare né a modificare fino e in fondo il rapporto che l’essere umano ha con se stesso, nell’idea che ha di sé, nella sua visione della vita e del peso del vissuto tra rimpianti e i rimorsi, e dell’atavico e ancestrale timore della morte.
- “Il Grande Vuoto”: Massimo Cacciari, Samuel Beckett e il Novecento
“Scendevano la scala di Leahy’s terrace prudentemente, Frauenzimmer: e giù per il lido declive mollemente, i loro piedi appiattiti affondanti nella sabbia stacciata. Come me, come Algy, scendendo verso la madre nostra possente. Il numero uno dondolava pesantemente la sua borsa da levatrice, l’ombrellaccio dell’altra pungolava la spiaggia. Dal rione delle Liberties, è il loro giorno di libertà. Mrs Florence MacCabe vedova del fu Patk MacCabe, profondamente rimpianto, di Bride Street. Una sua consorella mi trasse urlante in vita. Creazione dal nulla. Che cos’ha nella borsa? Un aborto con un cordone ombelicale strasciconi, soffocato in ovatta rossastra. I cordoni di tutti son legati l’uno all’altro nel passato, cavo intrecciato d’ogni carne. Ecco perché i monaci mistici. Volete essere simili a dei? Contemplatevi l’omphalos. Pronto. Parla Kinch. Mi dia Edenville. Alef, alfa: zero, zero, uno. Sposa e compagna di Adamo Kadmon: Heva, I’ignuda Eva. Non aveva ombelico. Contempla. Ventre senza macchia, gonfio e grosso, un brocchiere di pergamena tesa, no, bianco acervo di grano, splendido e immortale, eretto da eternità ad eternità. Grembo del peccato. In grembo alla tenebra del peccato fui anch’io, creato non generato. Da loro, l’uomo con la mia voce e i miei occhi e una donna fantasma con la cenere nell’alito. Si congiunsero e si separarono, fecero il volere dell’accoppiatore. Fin da prima che fosse il tempo Egli mi volle e né ora né mai può disvolermi. Una lex eterna Lo circonda. È questa dunque la divina sostanza entro la quale il Padre e il Figlio sono consustanziali? Dove è il povero caro Ario che metta alla prova le conclusioni? Che si batta tutta la vita contro la contransmagnificagiudotambanzialità. Eresiarca sotto mala stella. In un cesso greco dié l’ultimo respiro: eutanasia. Con la mitra imbrillantata e il pastorale, insediato nel suo stallo, vedovo di vedovata cattedra, con l’omoforio eretto, col deretano impeciato” (da James Joyce – “Ulisse” – Oscar Mondadori).
Alla rappresentazione de “L’ultimo nastro di Krapp” è poi seguito, sempre al Teatro Mercadante, l’incontro con Massimo Cacciari dedicato a Samuel Beckett “Il Grande Vuoto” nell’ambito di “Autori del nostro tempo”.
Cacciari, con competenza e passione, ha illustrato la potenza del pensiero e della scrittura di Samuel Beckett, non solo autore e drammaturgo del Novecento ma quale pensatore, operando ripetuti e puntuali parallelismi sia con le altre opere di Beckett (“Aspettando Godot”, “Finale di Partita”, “Giorni Felici”…) che con autori del Novecento quali James Joyce e il suo “Ulisse” e Franz Kafka, con richiami a Karl Kraus e al suo “Gli ultimi giorni dell’umanità”, a Ludwig Wittgenstein, a Giacomo Leopardi e ad Arthur Schopenhauer.
“ESTRAGONE Dicevi che dobbiamo tornare domani? VLADIMIRO Sì. ESTRAGONE Allora ci procureremo una buona corda. VLADIMIRO Giusto.
Silenzio
ESTRAGONE Didi. VLADIMIRO Sì. ESTRAGONE Non posso più andare avanti così. VLADIMIRO Sono cose che si dicono. ESTRAGONE Se provassimo a lasciarci? Forse le cose andrebbero meglio. VLADIMIRO C’impiccheremo domani. (Pausa). A meno che Godot non venga. ESTRAGONE E se viene? VLADIMIRO Saremo salvati”. (da “Aspettando Godot” di Samuel Beckett Einaudi Collezione di teatro).
E così in Beckett l’attesa diviene paradossale nella sua “incompiutezza”, il “riso dianoetico” e la capacità di ridere nella sofferenza sono l’appiglio salvifico per l’essere umano mentre conta e raccoglie i resti della storia, una storia umana che la letteratura, su tutta quella dell’“Ulisse” di Joyce, ha raccontato e che Krauss ha immortalato nei suoi “ultimi giorni”.
“Non c’è da aspettarsi che un presente nel quale ciò poté accadere consideri l’orrore fattosi parola altro che uno scherzo, soprattutto là dove la sua eco gli riverbera dalle familiari bassure dei più orrendi dialetti, e prenda ciò che ha appena vissuto, cui anzi è sopravvissuto, per una cosa diversa da un’invenzione. Un’invenzione su un tema che esso stesso proibisce. Perché al di sopra di tutta la vergogna della guerra sta quella degli uomini di non volerne più nulla sapere, accettando che ci sia, ma non che ci sia stata” (dalla premessa dell’opera di Karl Kraus “Gli ultimi giorni dell’umanità” – Gli Adelphi).
Cacciari osserva ancora come in Beckett la parola si faccia povera per rappresentare la realtà in modo diretto, senza (inutili) sovrastrutture, e come i suoi personaggi vivano quel “senza”, quel “Sans”, quel “Lessness” tanto prossimo alla noluntas teorizzata da Arthur Schopenhauer.
Non posso, personalmente, non ripensare alla scena conclusiva de “L’ultimo nastro di Krapp” (riportata in apertura d’articolo), con la riduzione ad un essenziale, quasi a un vuoto, a un nulla, nella stasi tra l’attesa della morte e la volontà di andare avanti, come un nastro che gira all’infinito, come “incantato”, afono…
Va, infine, evidenziata un’ ulteriore osservazione fatta da Massimo Cacciari, questa meno “concettuale” e più prossima al recitato; il teatro di Beckett, oltre alle parole, è fatto di fisicità, come indicato nelle didascalie (al testo), e di mimica, elementi questi imprescindibili della narrazione.
https://www.teatrodinapoli.it/evento/lultimo-nastro-di-krapp-press-conference/
































