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“The Odyssey” di Christopher Nolan: un (bel) film che resta però solo un film e nulla più

di Marco Sica
19 Luglio 2026
in Cinema, Focus On, Letteratura, Oltremusica
Tempo di lettura: 10 minuti
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“Lo maggior corno de la fiamma antica

cominciò a crollarsi mormorando,

pur come quella cui vento affatica”

(Divina Commedia – Canto XXVI dell’Inferno)

Alcune “recensioni” richiedono tempo, non tanto per la loro stesura, ma per la necessità che quanto visto e percepito possa sedimentare e maturare, per poi essere elaborato e restituito più di testa che di pancia; ciò anche a discapito di non figurare tra i “primi” come “recensori”. 

Quando poi l’uscita di una data “opera” è stata anticipata da grandi aspettative e oggetto di “preventivi dibattiti”, una pausa di riflessione in più credo sia ancor più necessaria.

Ebbene, così è stato per “The Odyssey” di Christopher Nolan. 

  • Premessa 

Da ragazzo lessi “Il Vangelo secondo Gesù Cristo” di José de Sousa Saramago e rimasi colpito sia dalla sua “umana” visione di Gesù, distante e finanche in contrapposizione con Dio, ma soprattutto da un particolare non trascurabile che emergeva dal romanzo: l’incubo che affliggeva Giuseppe per aver scelto egoisticamente di salvare il proprio figlio dalla strage voluta da Erode trascurando di avvertire le altre “famiglie”, condannando così innumerevoli bambini innocenti alla morte.

La visione che Nolan fornisce del suo Ulisse, mi ha in parte ricordato quella del Gesù e del Giuseppe di Saramago, sia nella distanza che pone tra Odisseo e le divinità, sia nella marcata progressiva umanità che Ulisse acquisisce con la drammatica consapevolezza che gli si palesa per le conseguenze che il suo inganno ha comportato e per le azioni poi compiute dai Greci sulla via del ritorno a casa.

Non a caso Dante colloca Ulisse nell’ottava bolgia in cui sono condannati coloro che danno fraudolenti consigli.

  • “The Odyssey”

Va subito detto, per sgombrare il campo da equivoci, che “The Odyssey”, in quanto “film”, è bello, e che Christopher Nolan si è confermato nuovamente come uno tra i più bravi registi viventi capaci di contemperare intrattenimento con cinema d’autore: “Interstellar” docet!

La sua “The Odyssey” resta però solo un film, mentre l’“Odissea” un’opera irripetibile e irriproducibile.

Mi tocca ribadire ancora una volta come su queste stesse pagine, nel commentare la trasposizione su pellicola di opere letterarie, in occasione dell’uscita di “Frankenstein” di Guillermo del Toro, si fosse osservato di aver assistito anche a teatro negli ultimi anni spesso ‘a rappresentazioni di opere tratte da “vecchi” romanzi, vecchi “drammi” o “commedie”, vecchie “novelle” che hanno subito una rivisitazione, concedendosi licenze che talvolta sono apparse forzature in un’ostinata ricerca di trasformare un testo “antico” in una moderna messa in scena, carica della denuncia sociale e di costume che è propria dei giorni nostri, con il “collaterale” rischio (se si amplia la visione anche all’ambito cinematografico/televisivo) di causare una progressiva “cancellazione” dei contenuti e delle forme del “soggetto” originale; altre volte è sembrato che si sia voluto necessariamente trovare nell’“antico” l’esistenza di un messaggio “attuale”, quale monito dei “saggi” del passato per le future generazioni (tra cui la nostra).’.  

Ebbene, anche Christopher Nolan non si è sottratto a questa operazione di restyling e di modernizzazione, seppur con mirabile maestria, attuando una rivisitazione sia “formale” che “sostanziale”.

  • Rivisitazione “formale” e rivisitazione “sostanziale”

Per fugare ogni dubbio sul fatto che la mia “critica” non sia mossa dalle note “polemiche” sulla scelta di Lupita Nyong’o per il ruolo di Elena (Lupita Nyong’o interpreta anche Clitennestra nella scena dell’assassinio di Agamennone; per tale episodio non si può non rimandare alla splendida “letteratura” che la tragedia greca ci ha lasciato) o su un non “fedele” utilizzo di “armature” (et similia) dell’epoca,  sebbene io sia molto attento e critico nei confronti di certe forzature, e malgrado l’evidenza che Nolan abbia in più occasioni adeguato ai “nostri tempi” molti aspetti del suo film…, debbo chiarire che la sua intelligenza e abilità, anche nella scelta degli attori, dei costumi…., ha reso tutto estremamente naturale, senza snaturare né alterare (sul punto) la bontà dell’opera omerica; in verità tutti gli attori scelti sono risultati, oltre che bravi, calibrati ed esatti nei loro personaggi così come da Nolan pensati.

Ciò in cui invece, a parere dello scrivente, Nolan è incorso, come detto, è in una non sempre pienamente convincente rivisitazione dell’“Odissea” sia “formale” che “sostanziale”.

Nolan, infatti, descrive un Ulisse fortemente “umanizzato” da una sensibilità che lo lega al suo amore per Penelope oltre ad alleggerirlo, in un ottica più “laica” e mi si passi il termine “illuministica”, dal “peso” delle divinità che nel testo omerico sono ben più incidenti; anche la stessa Atena, sebbene presente, è una pallida visione della dea omerica, “apparendo” quasi più vicina a una proiezione della coscienza di Ulisse.  

Quanto sopra detto si è riverberato inevitabilmente su alcune “modifiche” significative operate dal regista, soprattutto nella narrazione di quanto accaduto ad Ulisse presso Circe (nel film, Ulisse le farà “visita” tra l’altro una volta sola e non condividerà con lei anche il “letto”) e presso Calipso che impropriamente lo obnubilerà con il fiore di loto (diversamente dal film non è Calipso a utilizzare i fiori di loto e Ulisse, a Ogigia, è ben “presente a se stesso” e ai suoi ricordi); per Nolan l’Ulisse di Circe e Calipso è un uomo ben più “fedele” alla sua sposa di quanto lo sia stato per Omero. 

Diverso è invece il discorso per quanto attiene alle modifiche operate in relazione all’incontro con i Ciclopi, poiché le stesse non trovano “nessuna” ragione (niente vino, niente Nessuno come nome, niente fuga legati agli ovini, nessun altro Ciclope…); modifiche che si rivelano solo una mera (e personalmente non chiara) scelta narrativa.     

A ciò va aggiunto che mancano alcune celebri tappe del viaggio, come quelle da Eolo e (soprattutto) quella dai Feaci… tanto che Ulisse sbarcherà a Itaca apparentemente direttamente da Ogigia…; sostanzialmente mancano gli approdi più benevoli e meno “avventurosi”. Tale scelta tuttavia appare comprensibile per consentire alle già lunghe tre ore (circa) di proiezione di mantenere ritmo e coinvolgimento del pubblico.  

Ciò che però pesa maggiormente è la “riscrittura” del ritorno a Itaca (in particolare degli ultimi undici libri), con “interpolazioni”, tagli (come il celebre e simbolico “letto d’ulivo”), modifiche, e con un finale puramente hollywoodiano più che da dantesco “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza” (non entro nel dettaglio per non rovinare la sorpresa a chi non abbia visto ancora il film; per chi invece lo abbia visto e non ricordi la conclusione dell’Odissea un invito a rileggerla); finale che però appare coerente con il “personaggio” Ulisse “cantato” da Nolan, con la sua evoluzione e il suo format cinematografico e di consumo.    

Come sopra detto, alcune rivisitazioni “formali” sono legate alla rivisitazione “sostanziale” e più importante che Nolan fa di Ulisse, operando quella progressiva “umanizzazione” accennata ad inizio articolo che lo conduce all’acquisizione della consapevolezza delle conseguenze del suo inganno e della vera natura dei temuti “popoli del mare” (passaggio importante è la rivelazione che Ulisse ha grazie al canto delle sirene); va detto che al di là di ogni considerazione, nell’economia complessiva e “cinematografica” del film, tale rilettura più “umana” di Ulisse è risultata una soluzione interpretativa interessante e, a conti fatti, cinematograficamente del tutto riuscita.  

  • La xenia e la sacra ospitalità 

Altro “topos” di “The Odyssey” è il continuo richiamo alla xenia e alla sacra ospitalità dei Greci. 

Tale tema è stato già ampiamente trattato in occasione della recensione dello spettacolo “Alcesti” di Euripide (per la regia di Filippo Dini) che si è tenuto al Teatro Grande di Pompei. 

In quell’occasione, per una strana coincidenza, si citò anche un passo dell’“Odissea” di Omero e in particolare quello che narra dell’accoglienza che ebbe Ulisse da parte dei Feaci dopo il suo “naufragio” a Scheira (parte purtroppo come detto che Nolan ha deciso di non imprimere sulla sua pellicola).

Nolan, infatti, rimarca con forza il valore dell’ospitalità evidenziandone la primaria e “sacra” importanza. L’inviolabilità dell’ospitalità, come quella che giunge fino al paradosso dell’“occupazione” da parte dei Proci del palazzo “reale”; quell’ospitalità sacra, quella “xenia” sacra a Zeus Xenios.

Sul punto, data la pertinenza, si riporta quanto in parte già scritto in occasione della recensione dell’“Alcesti”.     

“Ohimè, di che uomini ancora arrivo alla terra?

forse violenti, selvaggi, senza giustizia,

oppure ospitali, e han mente pia verso i numi?”     

(dal Libro VI dell’Odissea – Einaudi Edizioni)  

Ed è questo un ulteriore parallelismo tra passato e presente che si mostra oggi quanto mai attuale nel suo ciclico ed eterno riproporsi; quell’ospitalità che trova la sua sublimazione nei Feaci quando accolgono Ulisse naufrago a Scheria.

“Ma questi è un misero naufrago, che c’è capitato,

e dobbiamo curarcene: vengon tutti da Zeus

gli ospiti e i poveri; e un dono, anche piccolo, è caro.”          

(dal Libro VI dell’Odissea – Einaudi Edizioni)  

Un’ospitalità che il mondo greco antico declina in modo complesso e che affronta sotto diverse sfaccettature, diventando tema centrale anche nell’ambito della “tragedia” Greca: si pensi alle  “Le Supplici” di Eschilo che hanno in seno tanto il femminile come “protagonista” quanto il tema dell’accoglienza. 

E così, approfondendo l’argomento, mi sono imbattuto in un testo più che interessante di cui si invita la lettura: “XENIA – Migranti, stranieri, cittadini tra i classici e il presente” a cura di Alberto Camerotto e Filippomaria Pontani, edito per la Nimesis e pubblicato col contributo dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, del Dipartimento di Studi Umanistici, dell’Associazione Italiana di Cultura Classica di Venezia e delle Gallerie d’Italia – Palazzo Leoni Montanari di Vicenza.

Un testo che offre una lettura carica di riflessioni e di spunti, anche sulle citate vicende di Ulisse e delle Supplici, dando una visione dell’ospitalità greca non propriamente “ecumenica”.

Un’ospitalità che, come mette in risalto anche Nolan, è concessa a cagione dell’eventualità che l’ospitato sia una divinità celata sotto mentite spoglie.    

Finanche poi il Nuovo Testamento (ma questa è una mia personale considerazione), pur nell’elogiare l’ospitalità verso gli “altri”, tende ora a circoscriverla alla comunità cristiana (“Praticate l’ospitalità gli uni verso gli altri, senza mormorare” – Prima Lettera di Pietro 4, 9), ora ad “angeliche” finalità (“Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo” – Lettera di San Paolo agli Ebrei 13, 2); in quest’ultimo caso torna ben definito il suddetto tema greco ospite/divinità. 

Siamo dunque al cospetto di un’ospitalità ora clanica, ora amicale o di appartenenza e condivisione di usi, costumi e divinità, un’ospitalità per lo più temporanea (Ulisse ripartirà per Itaca…) o, quando duratura, forte, di invocate comuni origini (come per le Supplici Danai)…; si invita nuovamente alla lettura del citato “XENIA – Migranti, stranieri, cittadini tra i classici e il presente” che ben affronta, anche nel dettaglio, questi aspetti.    

  • Conclusioni

Non si può tacere il fatto che Christopher Nolan, nel complesso, abbia operato anche egli un’attualizzazione di Ulisse e quindi dell’“Odissea” avvicinando entrambi ad una più contemporanea “sensibilità”, marcando con sapienza, gusto, eleganza e meritoriamente senza retorica o forzature tematiche ben più prossime alle urgenze sociali dei giorni nostri che a quelle dell’antico mondo greco; se ciò sia stato giusto o meno? Credo che sia più onesto rimettere al singolo le valutazioni in merito, avendo cercato con questo scritto solo di offrire spunti per una (eventuale) riflessione a riguardo, anche se personalmente ritengo che alcune “derive” dal testo omerico, sebbene non abbiano fatto naufragare “The Odyssey”, l’abbiano spinta come Ulisse e i suoi compagni verso lidi non sempre “benevoli”.  

Ps: volutamente non mi sono soffermato sulle caratteristiche tecniche del film di Nolan, tra cui quella relativa alla tipologia di ripresa IMAX e alla sua proiezione; si è preferito concentrarsi più sui profili “contenutistici” che “tecnici”, essendo sicuro che anche una visione di “The Odyssey” non nel suo massimo potenziale resterà comunque una visione degna di nota. Va poi menzionato l’evocativo e suggestivo brano di chiusura “When I’m Home” che accompagna i titoli di coda, firmato da Travis Scott (che interpreta nel film anche un aedo), James Blake, Ludwig Göransson e dallo stesso Nolan.  

Prec.

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