“Così, la dea concepì nella sua mente un’immagine, ed era fatta della sostanza di Anu del firmamento. Nell’acqua immerse le mani, trasse un pizzico di argilla, lo lasciò cadere nella landa deserta e fu creato il nobile Enkidu. C’era in lui la virtù del dio della guerra, di Ninurta stesso. Aspro era il suo corpo, lunghi i suoi capelli come quelli di una donna, ondeggiavano come i capelli di Nisaba, dea del grano. Il suo corpo era coperto di pelo arruffato come quello di Sumuqan, dio del bestiame. Era ignaro dell’umanità, nulla sapeva della terra coltivata” (da “L’Epopea di Gilgameš” a cura di N. K. Sandars, traduzione di Alessandro Passi; Edizioni Adelphi)
- Premessa
“Operare” una trasposizione cinematografica di un romanzo è “operazione” estremamente complessa e rischiosa, con un coefficiente di difficoltà direttamente proporzionale alla particolarità, alla bellezza e alla notorietà “dell’opera” madre.
La letteratura poi, per quanto lo scrittore sia stato minuzioso e analitico nelle descrizioni, ha un dono unico, lasciare che sia il lettore a “proiettare” nella propria mente le immagini che le pagine e l’inchiostro trasmettono.
Per esperienza personale, dal raffronto tra quanto scritto su carta e quanto poi visto su pellicola, il più delle volte la versione, sia essa “4:3” o “16:9”, ha deluso le aspettative, fatta eccezione per registi tanto abili quanto visionari, capaci di restituire con personale forza capolavori.
Penso a due dei miei film preferiti: “Stalker” di Andrej Tarkovskij, tratto da “Picnic sul ciglio della strada” dei fratelli Arkadij e Boris Strugackij (qui siamo però al cospetto di un Maestro della “regia” e di un romanzo che, fatta salva la passione dei cultori, non è certo annoverabile tra i “classici” della letteratura) e “Querelle de Brest” di Rainer Werner Fassbinder tratto dall’omonimo romanzo di Jean Genet (e già qui il paragone si fa più interessante e calzante); per una questione affettiva e ricordi personali ad esso legati devo poi anche menzionare “Arancia Meccanica” di Stanley Kubrick, film che ho sempre ritenuto superiore al già splendido “A Clockwork Orange” di Anthony Burgess sebbene il romanzo sia per taluni versi anche più estremo e violento.
Per par condicio, in senso opposto, cito per tutti “Il pasto nudo” di David Cronenberg che invece ritengo troppo “lontano” dal capolavoro di William S. Burroughs che lo ha “ispirato”; ancora oggi ricordo lo stupore misto a meraviglia di quando lessi “Naked Lunch” e di quando entrai nella sua stanza dei giochi di hassan.
È pertanto ovvio che quando la “proiezione” trovi la sua origine in un classico della letteratura, sia ben più facile che il “film” venga al mondo macchiato da un peccato originale.

- “Frankenstein” di Guillermo del Toro
“Remember, that I am thy creature: I ought to be thy Adam; but I am rather the fallen angel, whom thou drivest from joy for no misdeed” (Frankenstein; or, The Modern Prometheus)
La “libera visione” sulla piattaforma Netflix dell’atteso “Frankenstein” di Guillermo del Toro ha acceso non poche discussioni sul suo valore.
Personalmente non voglio entrare nel merito della “qualità” del film, né avventurarmi in disamine tecniche e parlare di fotografia, montaggio, recitazione, ambientazioni gotiche, dialoghi… poiché essendo abituato a contestualizzare, il Frankenstein in questione è un prodotto che è stato destinato al grande pubblico, sostanzialmente per una “piattaforma” (Netflix), con una regia, produzione e un cast di indubitabile rilievo.
Quindi, sebbene non mi abbia entusiasmato, probabilmente il lavoro del Toro ha adempiuto alla sua funzione: quella d’incontrare il riscontro di un grande pubblico, tra l’altro più “televisivo” e da “salotto” che squisitamente “cinefilo”.
Ciò che invece ritengo estremamente interessante, e anche attuale, è lo spunto di riflessione che il “novello” Frankenstein può fornire in merito alla necessità e/o opportunità di rivisitare in chiave “contemporanea” dei classici, nella ricerca di una perpetua attualizzazione di “soggetti” che, spogliati della loro primigenia natura, rinascono a nuova vita a seconda delle esigenze e degli umori del tempo.
È chi più del “fiend” di Mary Shelley può assolvere a tale compito di “rinascita”!
Nell’introduzione a cura di Giorgio Borroni del “Frankenstein” di Mary Shelley (Edizioni Feltrinelli) si legge: “Uno spettro si aggira per l’immaginario collettivo, e questo spettro si chiama Frankenstein. Mary Shelley ha indubbiamente creato un capolavoro, ma anche una sorta di icona pop, divenuta proverbiale e versatile, tale da essere evocata nelle situazioni più impensate”.
Ed è lo stesso Borroni che nella citata introduzione (di cui si invita alla lettura) offre una panoramica sulle molteplici declinazioni che nel tempo ha avuto il Frankenstein generato dalla penna della Shelley, seppur nella comune errata identificazione del nome che, come è noto, è del creatore dott. Victor Frankenstein e non della creatura (o meglio del “fiend”, del “demon”).
Ma Borroni va oltre osservando come “il mostro concepito da Mary Shelley non è stato il primo essere artificiale della letteratura, ma è palese come abbia però fornito le caratteristiche principali di quelli successivi”.; è così Borroni (sempre nella detta introduzione) dapprima ricorda (tra l’altro) Galatea di Pigmalione, le serve meccaniche di Efesto, il Golem biblico … per poi arrivare all’Uomo Bicentenario di Isaac Asimov, al romanzo “Do Androids Dream of Electric Sheep?” di Philip K. Dick (a cui deve chiedere grazie Ridley Scott per il suo “Blade Runner”), al “The Rocky Horror Picture Show”…
C’è però da dire che occupandomi anche di critica teatrale, negli ultimi anni ho (troppo) spesso assistito a rappresentazioni di opere tratte da “vecchi” romanzi, vecchi “drammi” o “commedie”, vecchie “novelle” che hanno subito una rivisitazione, concedendosi licenze che talvolta sono apparse forzature in un’ostinata ricerca di trasformare un testo “antico” in una moderna messa in scena, carica della denuncia sociale e di costume che è propria dei giorni nostri, con il “collaterale” rischio (se si amplia la visione anche all’ambito cinematografico/televisivo) di causare una progressiva “cancellazione” dei contenuti e delle forme del “soggetto” originale; altre volte è sembrato che si sia voluto necessariamente trovare nell’“antico” l’esistenza si un messaggio “attuale”, quale monito dei “saggi” del passato per le future generazioni (tra cui la nostra).
Ebbene, non posso tacere il fatto che tale sorte sia toccata anche al “Frankenstein” di Guillermo del Toro.
Come mi sono astenuto da valutazioni tecniche, parimenti mi astengo da un’analitica valutazione sulla riuscita della rivisitazione (che ribadisco non mi ha entusiasmato) operata da del Toro e sulle licenze che lo stesso si è preso nel discostarsi dalla “trama” originaria, fino a stravolgerne (talvolta) il filo narrativo; chiunque abbia letto il romanzo, né avrà colto le differenze non solo strettamente “narrative” ma anche di “caratterizzazione” dei personaggi, ora dissimili, ora (re)inventati.
Ma d’altra parte, come detto, chi meglio del “fiend” della Shelley si può prestare a un’eterna rivisitazione.
Resta però l’interrogativo su quanto sia necessario forzare la mano e cercare di rendere contemporanei “testi” che hanno avuto genesi, ragione e significato precipuo in una data epoca storica, andando anche a riscrivere il “pensiero” del loro autore, essendo forse più meritorio, non solo artisticamente ma anche “concettualmente”, rappresentare l’attualità con una “fonte narrativa” che sia essa stessa per prima attuale.
https://www.netflix.com/pl-en/title/81507921

































