Con Perfecth, Josh Homme ridisegna gli equilibri della band tra trame acustiche oblique, derive soul-funk e inquietudini psichedeliche. Un disco che raccoglie l’eredità di …Like Clockwork e cerca nuove forme di tensione lontano dal muro dei riff.
Il volume può diminuire senza che la tensione si allenti. È questa la premessa più interessante di Perfecth: i Queens of the Stone Age arretrano dal muro degli amplificatori per lasciare spazio a dettagli che la spinta dei riff rischiava di coprire. Le acustiche non promettono serenità, le melodie più aperte non cancellano le ombre. Cambia piuttosto il modo di farle affiorare: meno urto frontale, più attrito tra la superficie delle canzoni e ciò che si agita al loro interno.
It’s Only Love introduce questo paesaggio con un impianto scarno e una teatralità scura, mentre Insignificant Other ne suggerisce il versante più fluido: tastiere, chitarre e basso disegnano un movimento soul-funk nel quale l’amarezza trova una forma elegante, senza diventare innocua. Il filo comune è la capacità di Josh Homme di costruire canzoni riconoscibili anche quando ne altera la postura. Sotto le eccentricità resta una scrittura attenta alla melodia, agli incastri armonici, alla distanza fra una frase tagliente e un passaggio che improvvisamente abbassa le difese.
Easy Street concentra bene questa ambivalenza. Gli accenti flamenco e i battiti di mani danno alla canzone un’apertura luminosa, ma l’autoriflessione ne complica il sorriso. From The Cliff porta invece in primo piano la trama acustica e la vicinanza emotiva; Phantom Limb affida all’incontro fra armonie country e consistenza grunge il senso persistente di un’assenza. Sono prospettive diverse sullo stesso nodo: quanto costa ammettere di aver bisogno di qualcuno, soprattutto quando l’ironia è stata a lungo il proprio linguaggio più comodo.
Non tutto, però, sembra trovare un equilibrio altrettanto netto. Where The Goth Girls At? conserva il gusto per il grottesco e per il peso del basso fuzz; Mono spinge la ricerca verso un territorio jazz e psichedelico che divide apertamente i giudizi. Proprio questa distanza è significativa: l’esperimento può essere letto come una felice sospensione delle regole oppure come un arrangiamento che sottrae fuoco alla canzone. La libertà di Perfecth ha dunque un prezzo possibile, quello di disperdere la tensione mentre moltiplica i colori.
“Sunday ”, originariamente co-scritta da Homme per l’album del 2016 di Iggy Pop, Post Pop Depression, rende esplicito il dialogo con Bowie e con il laboratorio condiviso con l’ex Stooges, ma sarebbe riduttivo trasformare questi riferimenti nella chiave unica del disco. Il tratto più convincente del progetto è il tentativo di tenere insieme eleganza e irregolarità: una musica curata che non nasconde del tutto le proprie cuciture. Anche Run Away From The Mob riporta il discorso dalla dimensione collettiva a quella privata, contrapponendo alla pressione del gruppo la possibilità di un legame che resista.
Perfecth si presenta come il vero seguito di …Like Clockwork, nonostante i due album intermedi: riprende un arco narrativo che dagli eccessi notturni di Lullabies to Paralyze passa al caos paranoico di Era Vulgaris, fino al crollo esistenziale di …Like Clockwork e alla conta dei danni.
Più che una reinvenzione, Perfecth si profila quindi come una redistribuzione delle forze. Chi cerca soprattutto immediatezza e combustione rock potrebbe avvertire la mancanza di qualche scossa; chi segue i QOTSA per la loro capacità di deformare la forma-canzone troverà qui una direzione fertile. Il suo interesse non sta nell’essere più morbido, ma nel provare a rendere la morbidezza instabile. La distorsione smette di occupare tutto il campo e lascia intravedere ciò che, dietro di essa, continuava a premere.
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