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Special: Simon Reynolds – Post Punk 1978-1984 (Isbn Edizioni)

di Redazione
16 Dicembre 2013
in Speciali
Tempo di lettura: 4 minuti
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Chi legge Freakout è sicuramente appassionato di musica e rock in particolare. E per quanti anni possa avere, non può non aver mai sentito Gang of Four, PIL, Kraftwerk, Scritti Politti, Devo, insomma tutta quella gente che rivoluzionò l’arte del rock tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli ’80.
E soprattutto non può non colmare una lacuna che per un po’ si è fatta sentire all’interno di quel vasto mondo che è la bibliografia del rock.
Di molti di quei protagonisti abbiamo amato la musica, di altri ne abbiamo sentito parlare alla tv, sui giornali, internet, padri e fratelli, ma, in generale, mancava un libro che raccogliesse tutto quel materiale.
E questo deve averlo notato anche Simon Reynolds, una delle massime penne mondiali in materia, deve averne provato pena, e così si è arrotolato le maniche e ha fatto il lavoro sporco.
Si è armato di pazienza, è andato a scavare tra scaffali polverosi di vecchie riviste, rispolverando interviste, recensioni, articoli e riempiendo i vuoti con nuove interviste e rinnovati ascolti.
È da questo lavoro di ricerca e assemblaggio che nasce Post Punk 1978-1984 (Isbn Edizioni, traduzione di Michele Piumini, 720 pagine, 35 euro). E sì, anche perché all’inizio la musica non aveva ancora invaso la tv con i suoi videoclip e ci si deve aggrappare a Top of the pop e alle riviste cartacee, fanzine misconosciute comprese.
Ma il lavoro di Reynolds va al di là della musica. Questo libro, infatti, è un affresco sociologico di quegli anni, o almeno tenta di porre in questo modo la questione, saltando dalla Tatcher a Reagan, dai mod ai punk, fino all’economia delle piccole etichette indipendenti e delle major.
Ma al centro di tutto c’è sempre la musica.
C’è Johnny Rotten che torna John Lydon e con i PIL regala al mercato una pietra miliare come Metal Box, c’è il passaggio dall’hard rock, dal prog al punk e soprattutto, appunto, si focalizza sul post punk, lasciandosi sedurre dalle sue divagazioni, dai suoi figli e soprattutto figliastri, ricordando ascesa e declino di alcuni di quei personaggi, con una precisione quasi enciclopedica.
La suddivisione in capitoli, ovviamente, come ci spiega Reynolds, non prende la via cronologica, sarebbe stato, più che impossibile, assurdo. E così viaggiamo tra le città, tra le loro scene che man mano si sviluppavano, viaggiando tra Inghilterra, centro di tutto il libro, Scozia, America e la Germania elettronica, quella che nelle parole dello scrittore Marco Mancassola “rinuncia agli strumenti live (…) (e) ecco aprirsi nel vasto e intatto campo del pop, lo squarcio del < >, dell’inanimato, dell’artificiale. L’elettronica come natura morta musicale”, parole che ben rendono la sua essenza.
La nascita del post punk ha le radici, però, nel rifiuto dei mega assoli di chitarra e dalle derive prog, nonché nel bisogno di riprendersi dalla prima ondata di punk. E allora il post punk predica ancora più semplicità, e soprattutto “fai da te”. Dal ciò che di più simile al punk si possa pensare, dunque, all’industrial rock dei Devo al Pop Group, dalle Slints alla scena scozzese con The Associates e Orange Juice, e poi Eno e i Talking Heads e i Lunge Lizard, la morte di Ian Curtis e l’importanza di Mark E. Smith, tra aneddotica e storiografia, alla ricerca di una spiegazione del perché anni così importanti siano stati sepolti sotto una fitta coltre di silenzio.
Forse perché parte di quella musica e anche alcuni tra i primi gruppi post punk si sono, successivamente, venduti al nemico incarnato dai beat discotecari, dove la guru era Donna Summer, o forse l’oblio è dovuto all’identificazione di quel periodo con gruppi che, nati in quelle stesse città che avevano accolto questa rivoluzione (sempre sul punto di scoppiare e sempre affogata nel proprio narcisismo), sono arrivati al successo planetario tradendo quegli ideali per abbracciare i soldi e la fama del new pop: Duran Duran, Wham, Spandau Ballet. Impossibile da credersi a chi nelle orecchie aveva ancora la voce biascicata di Rotten che rivendicava la sua libertà in Public Image dove diceva, appunto, “I’m not the same as when I began/I will not be treated as property/…/Pubblic image belongs to me” o chiariva quale era la sua visione con This is not a love song o per chi aveva nelle orecchie “Damaged Good”, giusto per citare solo due di quei protagonisti.
Ma come è finita?
È la postfazione che ci apre a quello che sarà il seguito, la ricerca “anacronistica” del pop perfetto e la ripresa degli assoloni, con sguardi ai tardi sessanta, fino ad arrivare ad accennare ai gruppi odierni che reputano quegli anni come “una questione in sospeso”, !!!, Rapture, LCD Soundsystem, Interpol.
Insomma, in questa sorta di enciclopedia romanzata, si scopre un mondo affascinante, fatto di gelosie, tradimenti, invidie, fama e soldi, e tanta, tanta buona musica. Riassumerlo in una recensione è praticamente impossibile, perché abbiamo bisogno di occhi, certo, ma soprattutto di orecchie, senza contare la vastità di informazioni e nomi presenti (guardate la copertina se non ci credete!). In ogni caso, se volete saperne di più su quegli anni, questo libro è una garanzia.
Ah, e ricordate sempre che qui si parla di vinti, che “questo libro non è una storia scritta dalla parte dei vincitori”.

Autore: Francesco Raiola
www.isbnedizioni.it/index.php?book=36&p=edizioni_libro&type=0

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Recensione: Dente – Anice In Bocca (Jestrai)

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