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Bruce Springsteen – Stadio Meazza, Milano 07.06.2012

di Redazione
16 Dicembre 2013
in Live Report
Tempo di lettura: 4 minuti
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Comincia con We take care of our own, come c’era da aspettarsi, e prosegue subito dopo col secondo singolo (lanciato proprio pochi giorni fa), Wreckin’Ball. Poi arriva, forse troppo presto per quello che è il peso di questa canzone, Badlands. E tu, che sei al settimo concerto di Bruce, il terzo a San Siro personalmente seguito dei quattro che ha marcato dal 1985 ad oggi, pensi che questa volta non ce la farà, stavolta proprio no.
L’acustica non è eccezionale, il soundcheck forse ha dato qualche difetto, la sua voce non è vibrante come al solito, e soprattutto la E-street Band sembra timida, forse accusa il colpo della perdita di due elementi, del calibro di Danny Frederici e Clarence BIGMAN Clemmons. E poi, d’altra parte, i membri hanno tutti o quasi più di 60 anni, compreso Bruce. Dunque, stavolta non ce la fa a farci ballare e saltare tutti per tre ore, stavolta proprio no, e tutto sommato ci può stare, è la legge del tempo, la legge della biologia.
E invece, Springsteen vince ancora una volta, anche contro il tempo, anche contro la biologia. Mette a segno il suo concerto milanese più lungo, quasi quattro ore con 32 canzoni, e sconvolge tutti con un piccolo record: la band non torna mai nelle quinte, dunque, tecnicamente, non c’è un bis, ma un concerto intero, dall’inizio alla fine.
Un concerto in cui ci sono almeno tre sessioni di 4-5 pezzi eseguiti senza soluzione di continuità, col solito schema della chiusura pezzo in crescendo su cui Bruce echeggia i suoi “one two three four” e poi riparte trascinando gli altri con sé.
Un concerto in cui, per la prima volta dal 1985, ovvero da quasi 30 anni, Bruce regala al suo pubblico tra i più amati Born in the USA, e alcune chicche come E-Street Shuffle, e The Promise, eseguita da solo al piano.
Un concerto in cui, anche per chi lo vede per la settima volta, si assiste a scene inedite, come il karaoke che il Boss impersona improvvisa con due bambini appositamente chiamati dal pubblico, o la ragazza che regge lo striscione “Jake can I dance with you?” (si riferisce a Jake Clemmons, nipote del defunto Clarence e suo sostituto nella band) che viene accontentata da Bruce nella sua richiesta, per cui tra baci e abbracci il pubblico ammira una perfetta sconosciuta danzare al centro del palco col sassofonista impegnato in un assolo.
E poi ovviamente, tanta tanta musica, dai pezzi vagamente irish-country del nuovo album Death to My Hometown, Rocky Ground, We are alive e Shacle and Drawn, dalle ballate nuove come Jack of All Trades a quelle vecchie e intramontabili come The River, cominciata con un duo Little Steven Bruce e finita con un acuto disperato in falsetto che il pubblico ancora non aveva mai conosciuto.
E poi, ovviamente, i pezzi storici: Out in the Streets, Hungry Hearts, The Promised Land, Darkness on the Edge of Town, Born to Run, fino ai capolavori dell’album Born in the USA del 1984, mai così tanti in una sola notte, dalla title track famosissima a No Surrender, Bobbie Jean, Dancing in the Dark, Working on the highway, per finire con Glory Days.
E poi ovviamente, i pezzi “ricercati”: da Spirit in the Night a My city of Ruins, da Candy’s room a una tiratissima Radio Nowhere in cui Max Weinberg regala uno spettacolo nello spettacolo, da Waitin on a Sunny Day (il momento del karaoke con i bimbi) a una splendida Land of Hope and Dreams in cui Bruce cita People get Ready, fino a una rara Cadillac Ranch e a una assolutamente inedita Johnny 99, trasformata dalla versione acustica di Nebraska a una straordinaria kermesse rock della band che fa ballare anche i piùrecalcitranti del terzo anello.
Il concerto prevedeva la fine con Tenth Avenue Freeze out, e la proiezione sul maxischermo delle toccanti immagini dei milioni di momenti fantastici fra Clarence Clemmons e il resto della band sul palco e fuori: qui Bruce si ferma e punta il microfono verso il pubblico, che con un lungo applauso-coro chiama direttamente dal Paradiso dei musicanti il BigMan di cui tutti sentono la mancanza (affettivamente e stilisticamente, anche se il nipote Jake merita dieci e lode per l’impegno).
Ecco, questo forse Bruce Springsteen ancora non può fare: resuscitare con la sua musica dal mondo dei morti. Ma tutto il resto gli è concesso, in questo concerto dei record. Perciò, invece di andarsene, il Boss canta ancora altri due pezzi, Glory Days e la cover di Twist and Shout, tutti in esclusiva assoluta per il pubblico di Milano, che lui stesso ammette essere uno dei più affezionati.
63 anni, e alla fine il pubblico è più stanco di lui, anche se pazzo di felicità come lui. Già perché nell’immedesimazione totale che avviene in queste grandi liturgie di massa che ormai sono i concerti di Springsteen la distanza tra pubblico e musicisti si assottiglia fino a scomparire.
Una grande orchestra di 100.000 persone, tutte dirette dal più grande incantatore di serpenti e showman della musica contemporanea. Che non pago, annuncia a Firenze di voler suonare dalle 20 alle 00.15. Chi lo ferma è bravo.

Autore: Francesco Postiglione
brucespringsteen.net

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