Nascono negli anni Ottanta, ma è nel decennio successivo che i Tinariwen iniziano a scuotere la coscienza mondiale. Il loro stile ha segnato una rottura radicale: via i liuti e i flauti tradizionali per far spazio a chitarre elettriche e batterie, in un mix di strumenti tribali ed elettronici che ha dato vita al termine “Tishoumaren” — la musica dei disoccupati, dei vinti, dei ribelli. Una band nata nei campi profughi in Libia che ha saputo trasformare il dolore in un blues desertico unico tra Mali e Algeria.
Dopo pietre miliari come The Radio Tisdas Sessions (2001), Tassili e Amadjar, che hanno portato il gruppo sui palchi di Glastonbury e alla vittoria di un Grammy, arriva questo decimo capitolo: Hoggar. Un album che è un urlo di dolore e libertà per il popolo Tuareg, una difesa accalorata dell’emancipazione femminile e dei diritti sociali, mai così vitali per il popolo nomade come in questo momento storico.
Hoggar segna il ritorno di Diarra, membro fondatore assente da vent’anni, e si apre con “Amidinim Ehaf Solan”, un blues che ci riporta immediatamente alle radici aride della band. Si prosegue con la dolente “Imidiwan Takyadam”, dove i cori femminili invocano libertà affiancati dalla partecipazione (prevedibile, dato il suo amore per la band) di José González.
La vetta emotiva arriva però al terzo brano: “Erghad Afewo”. È un richiamo della foresta, una chiamata alle armi in perfetto stile rock-Tinariwen, che cede poi il passo ai sei minuti di lamento blues di “Tad Adounya”. C’è spazio anche per la tradizione con “Sagherat Assani”, brano sudanese impreziosito dalla voce incantevole di Sulafa Elyas, che sposta momentaneamente il tono malinconico del disco verso una luce diversa.
Le perle continuano con “N’ak Tenere Iyat”, un blues notturno che sembra uscito da un disco del grande Ali Farka Touré, seguito dalle ritmiche funk di “Amidinin Wadar Nohar”, capaci di spingere al ballo anche nella polvere. Verso il finale, “Khay Erilan” offre un grido di speranza minimale dove elettricità e tribalismo si sposano divinamente. La chiusura è affidata a “Dounia Tau Ray”: chitarre stoppate che evocano le atmosfere notturne del deserto maliano, tra accenni psichedelici e il freddo che cala sulle dune.
In definitiva, questo Hoggar — pur non stravolgendo una discografia già monumentale — conferma i Tinariwen come una delle realtà politicamente e socialmente più impegnate del pianeta. Se amate il loro mondo, qui troverete tutto: blues, rabbia, funk e una resistenza culturale che non accenna a spegnersi. Bravi.
La band in tournée europea farà tappa in Italia per due appuntamenti: il 20 aprile a Milano presso l’Alcatraz e il 22 aprile l’Hall di Padova.
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