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Devendra Banhart & The Grogs – Villa Ada, Roma 19.6.10

di Redazione
16 Dicembre 2013
in Live Report
Tempo di lettura: 3 minuti
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Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando il buon Devendra Banhart era così squattrinato da registrare estemporaneamente le proprie canzoni sulle segreterie telefoniche dei propri amici, adesso è una rockstar affermata: il Devendra con i capelli corti e sbarbato viene intervistato dai magazine più alla moda ed è fidanzato addirittura con l’adorabile Natalie Portman (e se c’è una cosa che proprio non possiamo perdonargli è questa: come ha potuto rubarcela?).
Eppure in questa uggiosa serata romana, che è lì lì per minacciare temporali, Devendra esce sul palco puntualmente e senza clamore, timidamente, insieme a tutto il gruppo (The Grogs), al buio e quasi defilato: quasi non si riconosce con il nuovo look, la camicia a scacchi addosso, curvo su se stesso, il tazzone di tè (o quel che è) in mano. Dov’è andato a finire l’hippie freak figlio delle stelle e dell’India più multicolore?
Stasera Devendra sembra quasi triste, mesto, però ricorda che è lì per noi, per farci divertire, e quasi si costringe a dei piccoli balletti, per tirarsi/ci su di morale.
Attacca a cantare e le nuove canzoni non sono certo quelle del Devendra che fu, la band accompagna la sua voce con tocchi di quel rock seventies che a tratti sembra quasi anonimo, un inizio di concerto non così eccitante insomma, e questo lo si legge anche negli occhi delle molte ragazze sotto il palco, che quasi stentano a riconoscere il proprio beniamino (anche se il video di Foolin’, le avrebbe già dovuto mettere in guardia: Devendra soffre per amore).
Tuttavia il tutto si mantiene sempre di qualche spanna al di sopra della media, non foss’altro per il carisma appunto dell’autore: a volte, durante certe canzoni parlate, sembra quasi di sentire un Lou Reed dalle influenze latine.
Ma poi, tempo una ventina di minuti, ed ecco comparire il Devendra che piace a noi: la band si ritira dietro le quinte e sul palco c’è solo lui, nudo con chitarra acustica, i pezzi sono quelli dei primi album (The Body Breaks, Little Yellow Spider, A Sight To Behold), cala il silenzio e sono subito brividi. Devendra è a suo agio, gioca a fare il bluesman, canta e modula la voce, fa le smorfie, fa il pagliaccio.
Sempre da solo, va al piano e canta ancora senza altro accompagnamento che se stesso, un paio di canzoni (I Remember, The First Song For B), mentre si gira a guardare dietro (chissà, forse tra le ombre c’è la sua Natalie), è così sincero che quasi gli scende la lacrima, anzi forse si commuove davvero. Ricordate che i pagliacci sono le persone più tristi del mondo.
Dopo questo non così breve intermezzo in solitaria, la band ritorna sul palco e il concerto si fa più psichedelico, in un paio di occasioni (Seahorse) così duro da ricordare addirittura i primi Black Sabbath (!!!), Devendra è molto più sciolto adesso, balla e ride, sembra aver esorcizzato/dimenticato il dolore che si porta(va) dentro. Accenna aneddoti, tenta anche con l’italiano (tu mi piaci, mi piaci molto), sorride, e si avvicina al pubblico. Sotto i mocassini Devendra indossa un calzino scuro e uno arcobaleno, e forse lui è proprio così, un arcobaleno che a volte si incupisce: d’altronde basta ascoltare la sua musica per capirlo.
E prima della fine non mancano certo altre sorprese, dopo aver eseguito una delle canzoni più funk di tutto il suo repertorio, «una canzone che parla di San Francisco e dei Roxy Music» (16th & Valencia Roxy Music), Devendra ricorda di quando adolescente comprò la sua prima macchina ed eccolo scatenarsi su un pezzo trash proveniente direttamente dagli anni ‘80 (Tell It To My Heart, di Taylor Dayne), con tutti i colori e gli eccessi dell’epoca. Gli ottanta non moriranno proprio mai, se anche un fricchettone come Devendra se li ricorda.
Il concerto finisce poi così, continuando con i pezzi più movimentati e danzerecci (Foolin’, Lover, Carmensita, I Feel Just Like A Child) del repertorio banhartiano, con un Devendra sciamanico a petto nudo, tra Jim Morrison e Iggy Pop, una testa di toro tatuata sul torace, ispanico e indiano allo stesso tempo, che canta e ride, forse perché almeno per queste paio di orette è riuscito a dimenticare, insieme a noi, quella mestizia che sembrava attanagliarlo a inizio concerto.
Ma la pioggia che ha minacciato tutta la sera di cadere si concretizza ormai in diluvio, non c’è nemmeno il tempo di un ultimo saluto, peccato, alla prossima caro Devendra, torna, il piacere sarà reciproco, noi torneremo ad applaudirti.

Autore: foto e testo Lucio Carbonelli

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