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Intervista: The Holloways

di Redazione
16 Dicembre 2013
in Interviste
Tempo di lettura: 4 minuti
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The Holloways sono una delle migliori band che la scena londinese ha saputo partorire in tempi recenti. “So This Is Great Britain?” è il loro album d’esordio, uscito per la TVT Records: canzoni orecchiabili e dal sapore difficilmente inquadrabile, sempre in bilico tra diversi stili e dotati di una innegabile vena pop. Con testi che cercano di guardare alla vita della gente e a quello che in Uk sempre non voler passare di moda: la frivolezza del sistema dei media e la relativa superficialità delle persone.
Abbiamo incontrato Alfie Jackson, frontman della band, per parlare della loro storia e di cosa non va in UK, ed è trapelata anche qualche indiscrezione sui lavori in corso del nuovo album.

Quanto è stato importante avere un pub nel diffondere la vostra musica e irrompere nella scena londinese?
Beh! tutto è girato attorno al Nambucca Pub, a partire dal fatto che ci chiamiamo come il nome della strada che ospita il locale. Al Nambucca ci siamo fatti un sacco di amici e abbiamo conosciuto tutti quelli coinvolti nel progetto. Spesso suoniamo lì, diciamo ogni volta che vogliamo, e dopo il concerto c’è sempre un after-party al piano di sopra. Si, tutto è accaduto in quel luogo, è come una seconda casa. Spesso io e Sam (cantante dei Gilkicker, altra interessantissima band di Londra n.d.r.) ci ritroviamo a giocare a pro evolution soccer! Il Nambucca è diventato ormai un punto di incontro per molta gente.
“Una nave che affonda piena di merda”, questa è la Gran Bretagna dal vostro punto di vista. Cosa non ti piace del tuo paese?
Accade a volte che hai avuto una cattiva giornata, apri il giornale e ci trovi dentro un sacco di merda. Celebrità fittizie, argomenti frivoli e di basso livello, ci sono un cumulo di grossi problemi e cose che non vanno nel mondo e la gente spende troppo tempo leggendo magazine, guardando tv spazzatura e cercando di assomigliare il più possibile a Victoria Beckham o Kate Moss. E’ un problema di cultura, quella dell’essere ossessionati dall’apparire a tutti i costi in un modo che sia il più cool possibile. Con il titolo del nostro disco stiamo provando a dire “basta preoccuparsi di queste stupidaggini, siate felici con quello che avete”. I media espongono vertiginosamente persone super ricche fornendo modelli sbagliati in cui identificarsi. Così la gente vuole essere come loro ma non può. E allora diventa rabbiosa, cova rancore e non apprezza più il fatto di avere una casa, del cibo, un’educazione. Perde di viste le cose importanti.
Pop di facile presa, new wave, rock and roll e persino influenze esotiche: come vi considerate nell’ambito della scena musicale britannica?
Beh! ci sono un sacco di band, tutte molto sostenute dalla radio, ma spesso tutte con le stesse chitarre e lo stesso sound. Grandi band e grandi canzoni, ma tutte molto simili tra di loro. Il nostro secondo album per esempio sarà molto più complesso rispetto al primo, fatto essenzialmente di guitar pop songs con alcune cose molto buone e altre solamente buone. Ma io voglio essere straordinario, voglio che la gente dica “wow, questo è davvero qualcosa di speciale”. Sono un perfezionista e voglio il meglio per la mia musica, anche a costo di sembrare rude o poco malleabile. Giorni fa io e Rob eravamo in spiaggia e stavamo suonando alcuni demo acustici fatti in casa, tutto suonava già in un modo molto più unico e interessante.
Siete venuti in Italia diverse volte, avete già un pubblico solido qui?
Siamo stati quattro volte in Italia, Eric (Bagnarelli, della Comcerto n.d.r.) è un nostro amico, ha fatto dei dj set a Londra, anche al Nambucca assieme a Deli e Macca. Ci siamo conosciuti perché anche Jay, il nostro manager, fa dei dj set. Ci siamo trovati davvero bene con loro, sono stati una settimana in casa mia, sono dei cari ragazzi. In Italia abbiamo suonato a Roma, Milano, Bologna, Napoli…si siamo molto contenti, stiamo girando molto. Anche se gli italiani non sembrano essere così infervorati nei confronti della musica indie.
Come mai siete finiti con la TVT, una label americana che si occupa di pop, metal e hip hop?
TVT è anche l’etichetta di gruppi come Towers Of London e Cinematics, tutte guitar band. Loro hanno anche degli uffici in UK e amano la musica inglese dei Beatles e dei Clash quindi sono stati molto contenti di metterci sotto contratto. È una buona label anche se la comunicazione a volte può essere difficoltosa per il fuso orario, la gente non lavora tutta alla stessa ora! Diciamo che avere una label inglese renderebbe tutto ancora più eccitante.
Per un attimo i Clash non sono mai esistiti: quale band sarebbe stata la vostra prima fonte di ispirazione?
Personalmente non conosco bene nessun album dei Clash, che invece piacciono molto a Rob. Li sto approfondendo maggiormente adesso ma figurati che ho scoperto gli Smiths solo cinque anni fa. Sono piuttosto legato a Pet Sounds dei Beach Boys, che sono tra i miei preferiti assieme a Beatles e Queen, band che hanno reso la musica interessante proprio perché non potevano fare le cose sempre alla stessa maniera e sperimentavano giocando con differenti registri di stile. Proprio come noi.Autore: Stefano De Stefano
www.the-holloways.com

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