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SXSW Festival, reportage a mente fredda – pt.3

di Redazione
5 Maggio 2013
in Live Report
Tempo di lettura: 12 minuti
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In ritardo, ma arrivo. Oggi finalmente il clima a Roma è più o meno simile a quello di Austin circa un mese e mezzo fa. Quindi potete calarvi perfettamente nel caldo della cittadina (ripulita ben bene da tutto il traffico, mentre sulla Interstate 35 a due passi dal centro c’è il delirio… immaginatevi come se il Grande Raccordo, la Tangenziale di Milano o quella di Napoli passassero esattamente per il centro della città).
La mattina inizia all’insegna dell’imprecazione: il sabato è l’ultimo giorno di springbreak e c’è ancora più gente del normale in giro, perchè dovete sapere che qui non ci sono solo le persone che si vogliono godere l’SXSW, ma anche gli americani che si fanno la loro bella vacanzina, di pausa dagli studi. Ma su questo torneremo più tardi.

Fondamentale, se vuoi costruire un albergo vicino all’autostrada, è munirlo di doppi vetri rinforzati. E anche pesanti tendaggi: soprattutto se non vuoi che i tuoi clienti siano svegliati dal continuo sfrecciare di macchine e camion (ad ogni ora del giorno e della notte) e dai fari delle macchine. Insomma, il Red Roof Inn non è esattamente uno di quegli alberghi top class, ma ce l’hanno spacciato per un tre stelle. L’unica cosa buona è la camera che è effettivamente e grande e il letto è grosso più o meno quanto un campo di calcetto.
Bene, la pianto di lamentarmi, prendiamo la macchina e facciamo quest’ultima visita cittadina: meta, inutile dirlo, i ricchi bbq ad ingresso gratuito, che sono la tradizione del sabato mattina ad Austin.

Ormai l’avrete capito, si parcheggia nell’East Side e si attraversa la strada che passa sotto l’Interstate 35 e la si risale verso l’alto. La meta che cerchiamo è il party di una star della televisione americana, con una line-up di tutto rispetto, che si svolge tra l’altro a Stubb’s… ovviamente tutto pieno. Speravamo finalmente di cogliere dal vivo Eagles of Death Metal e rivedere Macklemore & Ryan Lewis, ma la fila è decisamente improponibile.

Seguendo le indicazioni raccolte dai nostri studi comparati, continuiamo a risalire la Red River Street e passiamo davanti al Beerland, dove intravediamo delle facce familiari: per il secondo anno di fila, eccoci qui in compagnia di Jonathan Clancy, questa volta nelle di His Clancyness, accompagnato dal buon Jacopo. Sì, lo so, dovremmo fermarci a parlare con loro, a vedere lo show che comincia tra poco, supportare gli Italiani all’estero. Insomma adoro Jonathan e adoro Jacopo. Ma lo stomaco mugugnava davvero forte e il mio accompagnatore scalpitava. Li salutiamo, promettendo che saremmo tornati più tardi, e proseguiamo verso nord.

La nostra speranza si chiama a questo punto Club de Ville, che tra l’altro promette una discreta programmazione: purtroppo cibo e bevande gratuiti sono costituiti da patatine gentilmente offerte dallo sponsor (gustose quanto chimiche) e acqua (l’acqua ricordo che costa più della coca-cola da queste parti, ed è ben più preziosa!). Qui troviamo a suonare gli Haerts (nella foto), promettente di New York, i cui membri provengono da Germania, Inghilterra e Stati Uniti e prodotti dall’astro emergente dell’elettronica raffinata, St. Lucia. Un live che tende verso il finale, sotto il sole cocente di mezzo giorno, ma sicuramente interessante: sebbene la band abbia appena iniziato, un veloce controllo su internet fa notare che ha già discreti santi in paradiso pronti a scommettere su di loro. Indie pop con tonalità wave, sarebbe il modo migliore di definirli.

Ma detto ciò, non abbiamo ancora pranzato e la nostra camminata ci riporta verso la 6th Street, giù in centro, meta il The Parish (uno dei locali dove ancora non siamo riusciti a mettere piedi, in due anni di SXSW). Passiamo davanti all’Annex, dove la sera prima avevamo sentito esplodere l’impianto durante il festival emo, e qui suona sparuta, la giovane (credo), Doe Paoro. La ragazza di New York fa un genere che definisce sul suo facebook “Ghost soul”. Ma qualsiasi cosa sia, sotto il sole battente del mezzodì, fallisce totalmente di intrattenerci e proseguiamo oltre, verso il The Parish.

Qui, restiamo delusi: il famoso bbq e pranzo indipendente, pieno di band ignote anche in USA, e stato già spazzolato via (qui mangiano presto, dannati ammerigani), e ci “consoliamo” seguendo lo show degli emergenti newyorkesi, chiamati Black Taxi (in questi giorni, ti chiedi quanta gente sia possibilmente rimasta a Brooklyn, dato che pare che la città si sia trasferita qui). “Grit-pop” o “dance punk”, vengono definiti. Ma è un sound che senza il calcio nel fondoschiena da parte di una major, non va da nessuna parte: almeno in queste latitudini.
A questo punto, l’obiettivo della mattina, non è stato ancora realizzato. Riattraversiamo la 6th Street e raggiungiamo Maggie Mae’s. “Ah, l’Australian BBQ“. “Non ci faremmo mai entrare senza braccialetto”. “Ma dai, non c’è nessuno, proviamo uguale!”
Un minuto dopo siamo dentro il locale, in terrazzo, a fare la fila davanti al BBQ pieno di carne e opzioni vegetariane, con poca gente (se pensate che si mangia e si beve gratis) e con tanto cibo (e tacos, sì, ci sono anche quelle!). Intorno a noi suonano tali The Audreys e D.A. Calf. Tutti artisti australiani. Ma devo ammetterlo li ignoriamo bellamente, e ci concentriamo sul cibo. La nostra mira sono i San Cisco, e che ve lo dico a fare, anche questa volta li zomperemo.

E’ arrivato finalmente il momento di Brookly Vegan: belli sfamati, la giornata può avere davvero inizio. Fuori dall’edificio incontriamo un gruppetto di ragazzetti vestiti in modo bislacco. Sono i Peace, in posa per le foto con i fan: la band di Birmingham sembra lanciatissima a conquistare il pubblico americano, almeno quello indie, dal numero di fotografi che li circondano. E se li vedeste come sono vestiti capireste perchè: E’ bello rincontrare la band, senza sapere che poi sarebbero divenuti il nostro tormentone di giornata.

Facciamo una breve fila per entrare e assistiamo all’esibizione dei Feathers (nella foto), emergente band new wave prevalentemente al femminile, che riesce a concentrare un bel po’ di pubblico attorno a sè, hanno quel qualcosa che promette la futura hit: o perlomeno della band che farà impazzire Vogue Italia per i prossimi mesi. Per ora sono tutto in divenire, ma poi, chissà?

Come fulminato sulla via di Damasco, mi ricordo il vero motivo del perchè siamo arrivati al Brooklyn Vegan (sì, sì, le tacos con il formaggio vegano e i jalapeno, ci sono anche loro… mentre ci risparmiamo l’orrida acqua che sa di cocco). Gli A Place to Bury Strangers stanno per andare sul palco, quello dedicato a Piano’s, il locale nella Bowery di New York di cui il loro manager è direttore. E’ la prima volta che li vedo alla luce del sole, ed è comunque un gran bello spettacolo, ed è un piacere rivedere la banda in terra americana: saluti e abbracci e promesse di rivedersi presto in Italia. E poi ci invitano a vedere lo spettacolo che stanno organizzando con i The Zombies a cui promettiamo, più o meno, di andarli a trovare. Non sarà così, ma a quello penseremo dopo.

Il mio compare vuole fermarsi a vedere lo show successivo: i prossimi a salire sul palco saranno i Palma Violets, e in effetti sono curioso anch’io di vedere i salvatori dell’indie rock inglese. Giovanissimi, quadratissimi, bellissimi: hanno fatto ripetizione dai The Libertines, ma senza il decadentismo che incarnavano Pete e Carl. Dal sound indie abbastanza english degli inizi, si sono evoluti in emuli dei Clash (o forse dei Libertines). A me piacciono, e ne sono positivamente colpito. Sarà che sono rimasto all’inizio degli anni 2000, come sound, e vivo ancora di Strokes e Libertines, ma mi sono piaciuti. Al mio compare un po’ meno, e decidiamo di cercare di andare a vedere i Fidlar nella pare della città oltre Congress Avenue.

Attraversiamo il palco Doritos (dove sono al soundcheck i Six60, una band che in Australia pare sia bella grossetta e molto popolare, ma che ci appaiono quattro imbolsiti con le chitarre in mano, che sembrano delle copie del cantante degli Smash Mouth … chi se li ricorda? Ah sì, inutile dire che il mio più grande cruccio di tutto il festival è stato non riuscire ad andare a vedere la reunion degli Alien Ant Farm, ve la ricordate la loro cover di Beat It? O At The Movies?).
Ok, basta perdersi nei ricordi, arriviamo all’Hype Hotel e lì ci fermiamo: veniamo rimbalzati, cerchiamo le email. Sono sicuro di aver fatto l’email: diamine sarà sul computer. Ipad, blackberry, niente… niente email e niente FIDLAR. E non c’è modo di dire alla band, “Hei, siamo qui!”.

Letteralmente pive nel sacco, torniamo verso Brooklyn Vegan, entriamo, ci buttiamo su tacos e jalapeno e vediamo la fine del concerto di King Tuff (prima volta che bissiamo il concerto di un musicista, evidentemente ci era piaciuto) e aspettiamo l’headliner del Piano’s stage: gli Unknown Mortal Orchestra. Consigliatimi anni fa dal mio amico e grande tour manager Kiko, ecco che gli australiani, che potremmo chiamare anche tre sfattoni australiani, salgono sul palco e iniziano il loro show. Il pubblico conosce a memoria le canzoni e io mi chiedo: “perchè?” Cioè, sì, son cool, ma… Insomma, mi era piaciuto molto di più King Tuff, e per oggi il top era sicuramente, per ora, Palma Violets (ovviamente gli A Place to Bury Strangers sono fuori classifica, piezz’e’core).

Lasciamo Brooklyn Vegan (e anche a questo giro, mi sono perso Stefania), e torniamo nord, lungo la Red River Street (sì, oggi siamo un po’ monotematici), e finalmente riusciamo a mettere piede da Stubb’s: ovviamente il bbq è sta-terminato, e chi è che sta suonando? Kenny Loggins! Sì, sì, quello che in Italia è famoso per aver scritto la main track di Footloose, il film con Kevin Bacon, è che qui in America è un icona del country e di cui Footloose è solo una nota a margine in una carriera cinquantennale.
Un concerto country, di un’icona degli anni 80, in America: “Oh, beh, questo non ce lo possiamo proprio perdere”.

Chiedendoci ancora sul perchè e percome siamo capitati a vedere Kenny Loggins, torniamo verso nord e ripassiamo a Beerland, dove troviamo ancora gli His Clancyness al completo: su consiglio di un amico milanese, voglio andare a vedere i Ghost Beach al Club de Ville (dove avevamo cominciato la giornata), e quindi armati di nuove patatine, eccoci di nuovo qui a vedere questa party band, che devo dire mi prende veramente, invasione di palco da parte del pubblico compresa. Bene, molto bene, mi sono piaciuti, e l’amico milanese aveva proprio ragione a consigliarli.

Lascio il mio compare che è stanco di macinare chilometri e torno a Beerland, a trovare His Clancyness e con loro mi guardo il concerto dei Merchandise (finalmente!). Eh, sì, cioè, ok. Forse era il locale, il palco, il caldo atroce: ma mi hanno lasciato totalmente indifferente. Niente Smiths o Editors, qui. Ma forse è un’impressione sbagliata, e valutare le band quando sono arrivate all’ultimo giorno di SXSW può essere molto fuorviante. Mi accomiato da Jonathan e Jacopo e torno dal mio compare, che nel frattempo sorseggia una birra (gratis) all’ombra del Club de Ville.

Qui, finalmente riusciamo a vedere MØ (nella foto), ed è una nota positiva. Altro che barboso elettro-pop, la danese è molto aggressiva sul palco e cattura facile il pubblico americano: ci giriamo e ci troviamo di fronte i Peace, che come noi sono venuti a vedere lo show dei The Neighborhood. La band americana è una delle grandi promesse delle major per la prossima stagione: un nome su cui puntare, e la presenza scenica è tutta dalla loro. Ragazzine in delirio per questo indie venito di r&b. E secondo me, hanno buone possibilità di riuscire, sebbene la stampa li stia invece un po’ massacrando. Ma sarò io che ho gusti osceni, che bisogna farci?

A questo punto, cerchiamo il Red Bull Sound Select stage. E’ l’ora di pausa per la cena, la città si calma, si prepara all’invasione serale delle orde barbariche per il sabato di Springbreak. Se finora è stato un viaggiare continuo, ora inizia il delirio.
Ok, preparatevi, state calmi, perchè questa è la serata degli eventi più speciali, fra tutti gli eventi speciali. Per dirvi, Prince suona in un locale da 250 persone, strettamente ad inviti, Alicia Keys è al party del noto blogger Perez Hilton e infine gli Smashing Pumpkins, gratuiti (GRATIS / ZERO DOLLARI) in strada. Sì, esatto. Concerto gratuito degli Smashking Pumpkins in strada. Sì, sì, c’era la fila da fare, ma praticamente ti mettevi sulle scale del vicino ristorante brasiliano e vedevi tutti. I nostri amici Americani ci raggiungono e insieme sorseggiamo cocktail al bancone del ristorante, mentre fuori la folla aumenta, tanto che la strada deve essere parzialmente bloccata dalla polizia.
E’ in tutto ciò che vedi come il corporate business americano è riuscito ad organizzare delle città perfettamente funzionali. Chiudere un’arteria principale di sabato sera in Italia? Delirio. Gli americani si attrezzano in quattro e quattr’otto ed è tutto tranquillissimo. Ci godiamo il check, e poi decidiamo di andarci a fare un giro. Prima di mezzanotte il concerto vero e proprio non avrà inizio.

Quindi il nostro giro ci porta dalle parti della British Embassy, dove assistiamo al concerto dei protetti di Dave Grohl, i Rdgldgrn, che mettono un bel po’ di funk e rock nella loro esibizione, e tirano fuori rimembranze e movenze da Living Colour, aggiornati però al 2010. Bravi! E colorati!
Nel mentre ci passano accanto gli Swim Deep, e salutiamo la band, dopo esserci perso tutte le loro esibizioni: però si ricordano dell’ultimo show milanese e parliamo delle prossime date di Maggio. Promettiamoci di rivederci dopo. E così sarà.

Torniamo al palco della Red Bull per vedere l’esibizione dei Ringo Deathstarr: una band che pare molto amata dagli Smashing Pumpkins, tanto che l’hanno voluta in tour in Europa con loro e ora anche in America. Ci piacciono, ma lo stomaco si lamenta. E’ quasi ora di cena, e bisogna pure riempire lo stomaco. E così ci aggiriamo per la città a vedere cosa offre: ma quasi tutto è sbarrato.

Fuori da B.D. Riley’s, vediamo l’esibizione di Lee Bains III & The Glory Fires, catartica nella caduta della finestra del chitarrista sul pubblico fuori del locale, e il suo pronto risalire. Il tutto mentre cercavo di leggere il cartellone della serata, e perdendomi ovviamente l’accaduto…

Il Friends Bar, l’ambasciata canadese, è invece il nostro punto di ristoro: sì, dove si fa a risciaquare l’acqua in Arno, sì, vabbè, quelli dell’imperatore. Non importa, facciamo finta che abbiate capito: qui suona Ben Caplan: un arzillo vecchietto, chitarra e voce. Solo indagando sul suo facebook capiamo che l’arzillo barbone canadese si esibisce di solito con una piena orchestra e coriste, e il suo spettacolo è una sorta di hit canadese. Ovviamente in America e nel resto del mondo, è uno sconosciuto ai più.

Dopo il rituale passaggio da Wild About Music (se non sapete cos’è, cercate Wild About Music Austin), inizia il nostro vagabondaggio alcolico per il centro città, dove nel frattempo la folla si è moltiplicata all’inverosimile. Aggiungeteci che è anche San Patrick’s, e forse avete una vaga idea del delirio che circola.

Una menzione speciale, in tutto ciò, va fatta allo Shakespear’s Pub. Noto pub al centro della 6th Street: Ragazzi, parliamone. Open Bar! Ingresso Gratuito! Sulla strada principale. Durata della fila, 2 minuti. Viene da piangere. Birra e cocktail gratuiti all’interno e misconosciute band americane che suonano: vediamo l’esibizione di tali Bridges & Powerlines, ma anche andandoli a cercare su internet non scopriamo molto di più. A parte il sound new wave, ma può essere anche l’alcool che gira. Ma indefessi non vogliamo passare la serata in un singolo locale, passiamo al Buffalo Billiards, e poi dritti al Latitude, dove, da fuori la porta assistiamo finalmente al concerto dei Peace.
La band di Birmingham ha conquistato l’America, c’è poco da dire. Il locale è colmo, la gente segue lo show, e loro sono dei personaggi. Hanno tutte le caratteristiche: poi ovviamente vediamo anche il retro della vicenda, mentre i Peace e gli Swim Deep scaricano il loro equipaggiamento nel vicolo lercio dietro il locale, e perlomeno ci si saluta e brinda tutti assieme, davanti agli sguardi trucidi della sicurezza.

Al che salutiamo il manager degli Swim Deep, e ci rechiamo a prendere il bicchiere della staffa al Champions Sportsbar, vicino all’arena in mezzo alla strada della Red Bull: davanti al Fogo de Chao ritroviamo gli amici americani (che nel frattempo erano corsi nel West Side oltre Congress Avenue) e assistiamo a due ore di concerto GRATUITO degli Smashing Pumpkins (nella foto).

Che vi devo dire: Billy è in forma, i pezzi ci sono tutti, e la roba più recente, vabbè, ti tocca anche quella.
Ma dove diamine ti ricapita un concerto gratuito con 2.000 persone, in mezzo alla strada, con impianto ottimo, degli Smashing Pumpkins. L’evento era stato tenuto così segreto, che la grande massa della gente a sole tre strade di distanza ignorava lo show. Incredibile. Veramente incredibile.

E’ tarda notte, abbiamo finito, andare a qualche after party non ci va. I piedi dolgono, la cecagna ci assale, e domani abbiamo una festa di compleanno importante.

Ma parliamo soprattutto di quanto è figo tutto ciò, di come è stato ancora più elettrizzante dell’anno passato, e del fatto che abbiamo visto ancora una volta una marea di bande gratis, e soprattutto bevuto e mangiato gratis (siamo ciucchi, lo ammetto).

Reignwolf, Macklemore & Ryan Lewis e Smashing Pumpkins vincono le tre giornate. Ma in mezzo a questi nomi sicuramente ci saranno tanti che diventeranno i vostri favoriti nei prossimi mesi.
E molti di più, sono sicuramente quelli che ci siamo persi.

autore: Michele Bonelli di Salci

Prec.

Johnny Marr e Andy Rourke nuovamente insieme. Due/quarti di Smiths suonano “How Soon Is Now?”.

Succ.

Sun Araw @ Riot Studio (Napoli)

Redazione

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