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Il racconto della mia vita, Dave Van Ronk, Elijah Wald, Manhattan Folk Story. Strepitoso, esaltante, divertente.

di Redazione
8 Febbraio 2014
in Cinema, Letteratura, Primo Piano
Tempo di lettura: 7 minuti
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Il racconto della mia vita, Dave Van Ronk, Elijah Wald, Manhattan Folk Story (Rizzoli).Dave Van Ronk, Elijah Wald, Manhattan Folk Story

Avete mai sentito parlare Dave Van Ronk? Non molto, sicuramente meno di tanti altri personaggi degli anni Sessanta. Eppure a Dave Van Ronk è intestata una strada del Greenwich Village a Manhattan. Fu il mentore di Dylan e di una giovanissima Joni Mitchell a cui insegnò a cantare e a suonare la chitarra. Era un po’ il guru di tutti coloro, musicisti folk o poeti beatnik, che a bazzicavano New York nel suo periodo d’oro ed una delle figure centrali della cultura popolare americana. <<Il re e signore indiscusso del Greenwich Village>> secondo Dylan, che di Van Ronk fu a lungo ospite nei giorni del suo trasferimento nella Grande Mela. Non è un caso le vicende al centro del nuovo film di Joel e Ethan Coen (A proposito di Davis) siano liberamente tratte dalle sue memorie, pubblicate la prima volta nel 2005 in America con il titolo di The Mayor ofMacDougal Street e ora in Italia con il titolo di Manhattan Folk Story. Talentuoso chitarrista, dalla figura imponente e dalla voce nera, con una trentina di dischi registrati tra il 1958 e il 2002, Dave Van Ronk ha semplicemente, agli occhi degli appassionati più esigenti, oltre che dei migliori artisti di una generazione, incarnato il folk americano. Da lui Dylan prese in prestito un pugno traditional che andarono ad impreziosire i suoi primi album. Gran parte del songbook degli Hot Tuna fu costruito sul suo repertorio, mentre gli Allman Brothers, grazie a lui, scoprirono Statesboro Blues di Blind Willie McTell.

Nato a Brooklyn nel 1936 in una famiglia proletaria di origine irlandese, si trasferì nel 1951 nel Greenwich Village proprio in quella MacDougal Street cuore bohémienne del quartiere, e rifugio di intellettuali e artisti. Fan di Dizzy Gillespie e Charlie Parker iniziò  a suonare in piccoli gruppi jazz, fino a quando l’interesse per quella musica non finì per affievolirsi e sostituita dal folk e del blues. Fu, per questo, uno dei primi, cantanti bianchi ad incontrare il linguaggio ispido e sanguigno della musica dei neri con Woody Guthrie e Peter Segeer che andavano a braccetto con Cisco Houston, Jelly Roll Morton e soprattutto con il Reverendo Gary Davis.
Già nel 1956 Van Ronk suonava un ottimo fingerpicking chitarristico con il pollice destro che teneva il tempo come avrebbe fatto la mano sinistra sul pianoforte e l’indice, assieme alle altre dita, ad impostare la melodia. Cominciò anche ad essere una presenza fissa di Washington Square dove i folkies tenevano esibizioni spontanee (hootenannies) per divertirsi e divertire il pubblico dei passanti: <<In genere nel parco c’erano sei o sette capannelli di musicisti; i più visibili erano i sionisti, quelli del bluegrass se ne stavano in un’altra zona capeggiati da Roger Sprung, infine c’erano diversi gruppi di persone che cantavano il folk e il blues>>.
Assorbiti come una spugna tutti gli stili di Washington Square, Dave arrivò nel 1959 ad incidere per la Lyrichord il suo album di esordio (Sings Ballads, Blues & A Spiritual), seguito, qualche anno dopo da una triade composta da In The Tradition (1963), Inside Dave Van Ronk (1964) e Dave Van Ronk Folksinger (1967), considerata, ad unanime giudizio, come il suo apogeo. Si va dai blues viscerali pescato dal catino della musica afro-americana (Hesitation Blues e Kansas City Blues) alle ballate che ripiegano liricamente verso le radici della cultura popolare americana (Sprig Of Thyme, House Carpenter e The Cruel Ship’s Captain).

Van Ronk possedeva grinta e temperamento fuori dal comune, ma, al tempo stesso, era un purista irremovibile cosa che finì per frenare la sua carriera. Del resto aveva due grandi difetti: innanzitutto, mentre la scena folk cominciava a spostarsi verso la West Coast, lui rimaneva legato, indissolubilmente, legato a New York e alla sua piccola comunità di quartiere; in secondo luogo, non era, minimamente, interessato al denaro. Non a caso rifiuto di far parte di uno dei gruppi più popolari del tempo, il suo posto fu preso da Noel Paul Stookey: il gruppo era quello di Peter Paul & Mary che, per l’appunto, si sarebbe dovuto chiamare Peter, Dave e Mary. In compenso scrisse per loro il brano River Come Down che raggiunse le vette delle classifiche con il titolo di Bamboo e gli fruttò l’assegno più sostanzioso mai incassato. Certamente i momenti di difficoltà economica non mancarono, ma li affrontò sempre con un beffardo senso dell’umorismo. Negli anni ‘70, ad esempio si trovò ad incrociare Jackson Browne: <<Hey Dave ho appena inciso uno dei tuoi pezzi>>. E lui: <<Fantastico, quale hai scelto?>>. Browne <<Cocaine Blues>>. Al che la risposta fu: <<Jackson, quella è una canzone di Gary Davis e questa è la persona che devi contattare per versare i diritti d’autore ai suoi eredi. Adesso levati di torno, a meno che tu non voglia vedere un uomo adulto in lacrime>>.

Dave Van Ronk with bob dylan2Van Ronk fu anche un generoso attivista politico e non poteva essere altrimenti, dal momento che lo spirito del tempo risiedeva anche nel senso profondo di coinvolgimento personale. Sostenne il movimento della sinistra radicale e fu membro della Libertarian League e del Trotskyist American Committe. Nel 1974 partecipò, insieme a Pete Seeger, Arlo Guthrie e Bob Dylan, ad un concerto, noto come An Evening with Salvador Allende, organizzato da Phil Ochs in favore dei rifugiati politici cileni: <<Con la nascita del movimento per i diritti civili qualsiasi tipo di identificazione con la cultura nera assunse significati del tutto nuovi, e un sacco di personaggi che un decennio prima sarebbero stati beatnik apolitici ora non si sentivano più a proprio agio a restarsene ai margini>>. Si definiva un marxista, ma, nonostante questo, trovava la canzone politica particolarmente noiosa: <<Molti di noi facevano politica, ma tutti concordavamo sul fatto che usare il folk a fini politici fosse di cattivo gusto, un insulto alla musica>>.

L’affievolirsi della cultura folk e il progressivo affermarsi di una nuova generazione di cantautori, incarnata da personaggi come James Taylor, lasciarono cadere una patina di polvere sulla favola del Greenwich Village e su figure come la sua. Scrive, causticamente, Van Ronk: <<Verso la metà degli anni Sessanta la scena del Village era più forte che mai, ma allo stesso tempo si era già perso qualcosa. Sempre più persone se ne andavano via, compravano casa a Woodstock o chissà dove, e c’era sempre meno cameratismo nell’aria. Che piega stessero prendendo le cose, lo capimmo quando Andy Wharol e la sua “bella gente” si presentarono al Gaslight. Quel biondino, era come un avvoltoio: appena lui spuntava sapevi che la festa era finita >>.

Seppur più defilato non smise mai di suonare e di scrivere nuove canzoni. Fino alla fine, anche sul letto d’ospedale dove morì nel 2002. Tra i progetti che stava curando in quei giorni vi era anche questo libro di memorie scritto a quattro mani con Elijah Wald, un amico oltre che appassionato studioso roots-music. Manhattan Folk Story è un racconto strepitoso ed esaltante che diverte e commuove. La narrazione di anni formidabili in cui tutto appariva possibile grazie all’arte e alla musica. La storia di un pezzo d’America che oggi non esiste più.

http://www.elijahwald.com/vanronk.html
http://www.insidellewyndavis.com/

autore:  Alfredo Amodeo

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