Chi non conosce gli Of Monsters and Men ha sicuramente passato gli ultimi 15 anni con la testa sotto la sabbia. Sin dall’esordio con il loro album My Head Is an Animal, che li ha consacrati sulla scena internazionale, sono stati capaci di conquistare i cuori di milioni di persone in tutto il mondo con una musica avvolgente e accattivante, capace, soprattutto in quel primo lavoro, di conciliare le atmosfere tipiche della loro terra, l’Islanda, con un sound più internazionale.
Oggi quei ragazzi, allora poco più che ventenni, hanno compiuto un lungo percorso: sono diventati padri e madri di famiglia ma, nonostante tutto, non dimenticano quella che è la loro seconda famiglia, la band con cui hanno vissuto – e vivono tuttora – una parte fondamentale delle loro vite.
I loro lavori in studio raccontano un’evoluzione del sound: una ricerca che, nel corso degli anni, partendo dai suoni più “casalinghi” del debutto del 2012, ha spaziato verso il pop più aggressivo e ricercato di Beneath the Skin (2015), fino alla sperimentazione synth/elettronica di Fever Dream (2019). Il loro ultimo lavoro discografico, All Is Love and Pain in the Mouse Parade, uscito nell’ottobre 2025, sulla scia dell’EP Tíu del 2022, rappresenta la sintesi musicale di tutto ciò che la band è stata in passato, traendo il meglio dalle esperienze precedenti e dalla maturità acquisita nel tempo.
Il Mouse Parade Tour, iniziato negli Stati Uniti poco dopo l’uscita dell’album e che ha già toccato l’Europa con una prima leg invernale, per poi proseguire in Australia e in Asia, sta riscuotendo grande successo, ottenendo apprezzamenti sia dalla critica sia dal pubblico, cresciuto negli anni insieme alla band.
Ora, dopo quasi sette anni di assenza dal loro ultimo concerto in Italia – tenutosi nel 2019 a Milano – gli OMAM torneranno finalmente nel nostro Paese. Per l’occasione, la band ha scelto di far partire il proprio ritorno da una location d’eccezione: l’iconico Anfiteatro del Parco Archeologico di Pompei, dove si esibirà il prossimo 24 giugno, inaugurando tra l’altro l’edizione 2026 del festival Beats of Pompeii.
In vista del grande evento, abbiamo avuto la possibilità di scambiare due chiacchiere con la cantante e storica frontwoman della band, Nanna Bryndís Hilmarsdóttir, che ci ha gentilmente concesso un po’ del suo tempo per parlare del nuovo album, del tour e, naturalmente, del prossimo appuntamento a Pompei.
Questo 2026 si sta rivelando per voi un anno ricco di soddisfazioni tra tour, nuovo album e la recente vittoria di “album dell’anno” e “canzone dell’anno” agli Icelandic Music Awards. Adesso siete appena tornati dalla leg del tour in Australia ed Asia, dove mancavate da 10 anni: com’è stata l’accoglienza del pubblico dopo tutto questo tempo? La vivete come un’esperienza diversa rispetto all’esibirvi di fronte ad un pubblico europeo o statunitense?
Penso che ci sia sempre qualcosa di diverso in qualsiasi posto che visitiamo. Ad esempio, quando suoniamo in Islanda, sentiamo che le persone tendono ad essere un po’ riservate: sappiamo che si stanno divertendo, ma dall’altro lato tendono a non essere così espressive; invece, quando l’altro giorno eravamo in Corea del Sud, il pubblico era molto espressivo, e ci mostrava chiaramente che si stava divertendo. Poi vai in un posto come il Giappone e ti accorgi che lì le persone sono più simili agli Islandesi, quando vanno ai concerti. Quindi, c’è sempre questa variabile per la quale vai in tutti questi posti, con la consapevolezza di incontrare persone che si esprimono così diversamente: puoi essere di fronte ad un pubblico molto espressivo e allora pensi “Oh, ci amano!”, poi vai da qualche altra parte, non lo fanno e ti chiedi “Ci odiano?”. Ma devi sempre ricordare da dove vieni: sono Islandese, e quando amo qualcosa incrocio le braccia e magari annuisco un po’ con la testa…ma sai, è così che mostro di aver apprezzato qualcosa.
Ora, nemmeno il tempo di rilassarsi che tra pochi giorni il tour ripartirà per la sua fase estiva europea. Cominciando con la prima data di Bergen, toccherete luoghi naturalisticamente e storicamente mozzafiato. Una delle location più significative sarà sicuramente l’Anfiteatro di Pompei: un luogo pieno di storia, che duemila anni fa ospitava le battaglie dei gladiatori ma che, a partire dallo storico film dei Pink Floyd del 1971, è diventato un punto di riferimento per la musica mondiale. Oggi è un posto suggestivo in cui musica e storia si incontrano, creando un’atmosfera irripetibile. Quali sono i vostri sentimenti al pensiero di suonare in una location così unica?
È incredibile. Non sono mai stata a Pompei, quindi già quella sarà una grande esperienza. E poi suonare, come dicevi tu, in una venue storica, sarà sicuramente molto bello e anche un po’ surreale. Davvero non vedo l’ora di essere lì. Sarà sicuramente molto bello.
Specialmente di notte, sarà una location meravigliosa.
Devo essere onesta, non ho ancora visto la venue, ma ora sono curiosa.
L’anfiteatro, certo. Lo mostrai già a Kiddi [bassista della band, ndr] quando ci siamo incontrati qualche mese fa alla data di Berlino, e fu davvero molto sorpreso.
Succede spesso che non riesco ad inquadrare i posti in cui suoniamo finché non ci troviamo effettivamente lì per il sound check e abbiamo l’effetto “wow”. [Guarda le foto] Oh, wow, aspetta, suoneremo lì al centro? È proprio fantastico, incredibile! Sono ancora più emozionata adesso.
È un luogo magico, distrutto dall’eruzione del 79 D.C. e poi riscoperto nel diciannovesimo secolo, quando hanno cominciato a scavare, ed è stato ritrovato intatto. Ci sono natura, storia e disastri naturali che si intrecciano tutti insieme in un solo luogo.
Parliamo adesso del nuovo album: All is Love and Pain in the Mouse Parade è un lavoro profondo, un concept che attraversa il tema delle difficoltà e delle insicurezze della vita: uno tra tutti il tema degli addii affrontato in Fruit Bat, il brano di punta di questo disco. Quanto di voi e delle vostre esperienze si riflettono all’interno delle canzoni di questo nuovo album? Si tratta di spunti di riflessione autonomi di ognuno di voi, oppure la fase di scrittura è stata più collettiva?
Principalmente io e Raggi [Ragnar Þóralsson, cantante della band] abbiamo scritto i testi, quindi il più delle volte si tratta di nostre riflessioni su questi temi. In questi anni siamo passati attraverso molti cambiamenti, ed è questo ciò che si riflette nel disco. E anche forse tutte queste idee…sai, molti dei ragazzi hanno messo su famiglia o le loro famiglie crescevano, e quindi da questo viene l’idea di “casa”, della tua strada: questo è stato il vero punto di partenza. E questo anche se, lo sai, personalmente non ho ancora messo su famiglia, ma perché proprio questi ragazzi sono la mia famiglia. Questo è il tema che ci connette, e quindi trovo che le loro esperienze facciano da effetto a cascata su come e cosa scriviamo. Quest’album è prevalentemente rappresentativo di noi come band e del percorso che abbiamo fatto negli ultimi anni, le nostre esperienze etc.

Dopo quattro album, tanto diversi tra loro quanto simili, ormai possiamo parlare di un genere OMAM. In particolare, il sound di All is Love and Pain in the Mouse Parade è spesso definito come “maturo”. Una maturità sicuramente arrivata da 15 anni di esperienza in studio e sul palco, ma che secondo me nasconde anche qualcosa di più: si sente dire spesso “il primo dopo Fever Dream [del 2019, ndr]” ma la gente dimentica TÍU.
Certo! Appunto, è abbastanza dimenticato: quell’EP è…anche quando parliamo del fatto che siamo tornati con un album, un sacco di conversazioni iniziano con “sono tornati dopo sei anni”, ma la realtà è che in mezzo c’è TÍU, la sua musica e il percorso che c’è stato tra Fever Dream e All is Love and Pain in the Mouse Parade.
Un lavoro che trovo straordinario nella sua intimità, ma che lascia una grande eredità. Infatti ritengo che musicalmente ci sia molto di TÍU in All is Love and Pain in the Mouse Parade, e che quell’EP sia stato un passaggio fondamentale nel determinare chi sono gli Of Monsters and Men oggi. Quindi volevo chiedervi, quanto pensate che quel lavoro vi abbia influenzato nella creazione del nuovo album? E, ancora, quanto invece hanno aiutato le vostre esperienze soliste degli ultimi anni?
Penso che abbiano aiutato molto, sai: ritengo che ogni volta in cui ti avventuri fuori dal tuo spazio e sei curioso di cose diverse, questo ti porta a nuove esperienze, ti fa sentire diverse emozioni, diversi sentimenti. Ritengo che sia molto importante l’essere curiosi quando si è creativi: è quello l’ingrediente numero uno, avere gli occhi spalancati e guardare alle cose che ti emozionano. Questi album di cui stai parlando hanno rappresentato il modo in cui abbiamo inseguito qualcosa che ci sembrava eccitante in quel momento, lo abbiamo sempre fatto. Anche con Fever Dream è stato così: eravamo eccitati di vedere dove ci avrebbe portato un approccio più elettronico, uno stile differente dal solito. È una cosa che insegui, ti dici “perché no?”, ti immagini cosa possa essere…e poi arriva qualcos’altro da cui sei ispirato. Tutti questi elementi hanno un grande, grande impatto e, non saprei, penso che sia molto importante inseguire il sentimento che provi in quell’esatto momento.
Magari anche i 10 anni di My Head is an Animal, che avete celebrato nel 2021 possono aver aiutato a scrivere il futuro.
Certo, è come se fosse un pentolone in cui tutto va dentro.
Il concerto di Pompei segnerà il vostro ritorno in Italia dopo quasi sette anni dal vostro ultimo live nel nostro Paese. Ricordo che quella volta ci incontrammo e ci demmo appuntamento all’estate successiva, poi sappiamo tutti com’è andata… Finalmente ci siamo, e il vostro pubblico in Italia non vede l’ora di rivedervi. Per questo motivo voglio chiedervi come vedete il vostro rapporto con i fan italiani.
Lo sai, ci conosci, amiamo venire in Italia. È un peccato che, visto che lo hai ricordato, abbiamo dovuto cancellare molti impegni negli ultimi anni. E anche andare in tutti questi posti in cui non siamo mai stati, come Pompei, è grandioso. Visto che stavamo parlando di come diverse persone mostrino le loro emozioni, penso che gli Italiani siano molto espressivi: ed è molto bello, molto divertente.
Aavrete un caloroso benvenuto.
Certo, davvero non vedo l’ora, sarà bellissimo.
Visto che venite per la prima volta nel Sud Italia, c’è una domanda da fare. All’apparenza Napoli e l’Islanda possono sembrare così diverse tra loro, ma abbiamo una cosa che ci accomuna, ed è il vivere vicino ad un vulcano. Quello stesso vulcano che distrusse l’antica Pompei e che oggi ancora fa paura a tutti noi ma che, allo stesso tempo, consideriamo parte della nostra identità. Nei secoli, il Vesuvio è stato il protagonista di arte, musica e poesia, ed è ancora oggi visto come un custode che veglia sulle nostre terre. So che anche in Islanda avete un rapporto simile con i vostri vulcani e la vostra natura che tutto il mondo apprezza. Consapevoli di questo, come sarà per voi esibirvi ai piedi del Vesuvio?
Incredibile, semplicemente incredibile. Anche perché quando ti esibisci nella natura, sai, senti qualcosa di diverso. Come hai giustamente notato, siamo un’isola vulcanica, quindi siamo molto connessi su quello, sul non poter avere quell’aspetto sotto controllo, in un modo o nell’altro. Ci può essere un’eruzione all’anno per alcuni anni (ora accade abbastanza di frequente, più o meno dalla pandemia) ed è così interessante: qualsiasi cosa accada, è sbalorditivo che sia qualcosa che accade nella natura. Ma fortunatamente per noi, il nostro vulcano non è così pericoloso: spesso si parla di “eruzione turistica”, con tutti i turisti che vanno a vederla…è incredibile.
Sì? Qui è un po’ più pericoloso, con più di un milione di persone che vivono nelle vicinanze.
Ma è attivo? Può eruttare in qualsiasi momento?
Diciamo di sì. Il termine appropriato è “quiescente”: l’ultima eruzione è stata nel 1944, quindi l’abbiamo vissuta solo attraverso le storie dei nostri nonni, ma sì, sulla carta è ancora attivo e un’eruzione può sempre accadere. Ci sono molte persone, quindi sarebbe davvero difficile da gestire.
Quindi le persone si sentono nervose su questo, giusto?
Certo. O meglio, cerchiamo di non pensarci tutti i giorni, altrimenti non si vivrebbe più. È la linea sottile tra l’essere coraggiosi e l’essere spaventati, un mix di tante emozioni.
Sì, capisco: vivete la vostra vita, ma comunque dovete convivere col fatto che c’è un fottuto vulcano.
La vostra scelta dei brani da suonare live e le vostre scalette sono sempre state attente a valorizzare l’album appena uscito, ma sono sempre capaci di accontentare anche i fan storici con i brani più amati dei precedenti lavori come My Head is an Animal del 2013 o per il tour di Fever Dream (2019).
Wow, che ricordi nel 2013, quando suonavamo solo il primo album, che era tutto il materiale che avevamo.
Ovviamente, la cosa diventa sempre più difficile man mano che si va avanti con gli album, e ciò porta a fare delle scelte. Cosa si potranno aspettare gli spettatori di Pompei? Ci sarà qualche sorpresa?
Potrebbe essere. Cioè, tu sai qual è più o meno la scaletta, ma ora che abbiamo così tanti album l’abbiamo leggermente cambiata. È stato interessante: stiamo portando quest’album in tour, nel quale c’è un certo tipo di feeling; e da lì cerchi di prendere, tra le altre canzoni, quelle che pensi possano meglio entrino in quel mondo, che è esattamente il posto dove vuoi portare con te le persone che assistono al concerto. Ma comunque sì, a volte abbiamo tirato fuori un po’ di cose…ad esempio, tu cosa vorresti ascoltare? Qual è la canzone che ti piacerebbe sentire al concerto tra quelle che attualmente non suoniamo?
Sicuramente, Destroyer [dall’EP TÍU, ndr].
Oh certo, Destroyer! Sì, quella ci azzeccherebbe sicuramente, Destroyer ci entrerebbe bene…Non l’abbiamo mai suonata molto, sai…
Infatti. Penso ci sia solo un video di un live streaming durante la pandemia.
Sì, ricordo. Dai, sarebbe una sicuramente da suonare. Ok, prendo nota!
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