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Intervista: The Flaming Sideburns

di Redazione
16 Dicembre 2013
in Interviste
Tempo di lettura: 8 minuti
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A quattro anni di distanza dal loro ultimo album in studio ritornano i Flaming Sideburns, una delle punte di diamante del rock scandinavo. Era un disco tanto atteso quanto temuto questo “Keys To The Highway”, dal momento che non sapevamo che direzione sonora avrebbe preso il gruppo di Helsinki: la furia rock’n’roll dello splendido debut-album “Hallelujah Rock’n’Rollah” (Bad Afro, 2001) o il versante meno incisivo del successivo, e francamente deludente, “Sky Pilots” (Ranch/Universal, 2003) ?
Però la recente pubblicazione della raccolta “Back To The Grave” (Bad Afro, 2006), interessante antologia di brani inediti e b-sides, ci aveva illuminato, lanciando un segnale ben preciso: il quintetto di Helsinki era di nuovo in gran forma e stava solo aspettando il momento giusto per tornare alle luci della ribalta. E questa volta le Basette Fiammeggianti non hanno sbagliato il colpo: “Keys To The Highway” è un gran bel disco, il lavoro di un gruppo che è giunto alla maturità espressiva dopo dieci anni “on the road”. Lo dimostra il perfetto equilibrio tra brani grintosi e aggressivi ed altri più tranquilli, arricchiti da spezie soul e aromi psichedelici.
Abbiamo incontrato Eduardo “Speedo” Martinez e Jay Burnside, rispettivamente cantante e batterista della straordinaria formazione finlandese, poco prima che partissero per un lungo tour europeo.

Il vostro disco precedente “Sky Pilots” risale al 2003. Cosa avete combinato negli ultimi quattro anni? Come mai ci avete messo tanto a pubblicare un nuovo album?
Eduardo: “Dopo aver girato costantemente in tour non avevamo più una lira e non c’era nessun produttore che ci spingesse a iniziare le registrazioni di un nuovo album. Inoltre lo stile delle canzoni che avevano in mente non era così semplice da realizzare. Credo che a un certo punto abbiamo iniziato a perdere interesse alla cosa. Ma poi ci siamo messi a provare delle cover, quelle che poi sono finite su “Back To The Grave”, e siamo ripartiti.”
Jay: “Si è trattato di un breve periodo di pausa. Sai, tutti noi siamo in pista dagli anni ’80 ed evidentemente ci sono dei periodi in cui si ha bisogno di concentrasi su qualcos’altro, ad esempio le persone che ti stanno accanto. Considera che, come Sideburns, abbiamo vissuto dieci anni intensi. Non saremmo qui oggi se non ci fossimo presi una pausa. Ma non si è trattato comunque di stare con la mani in mano. Tra un disco e l’altro abbiamo tenuto circa duecento concerti e provato in sala più di quanto avessimo mai fatto prima”.
Sul finire dello scorso anno, Bad Afro ha pubblicato “Back To The Grave”, una raccolta che includeva diverse covers di Wailers, Sonics, Renegades, Del-Vetts, Grand Funk Railroad e Lou Reed. Perchè avete deciso di far uscire un disco di b-sides e inediti prima del nuovo album?
Jay: “L’idea è venuta fuori quando abbiamo realizzato di avere un mucchio di canzoni inedite o che erano da tempo fuori stampa. Abbiamo ancora brani inediti che potrebbero riempire due raccolte. Infatti è probabile che, col tempo, usciranno delle altre compilation di materiale inedito”.
Per molti vostri fans e per buona parte della critica, “Sky Pilots”, il vostro disco precedente, è stato una mezza delusione. In effetti era un album un po’ fuori fuoco, privo dell’energia e della forza espressiva di “Hallelujah Rock’n’Rollah”. Come lo giudicate adesso? Ne siete soddisfatti o le vedete come un passo falso un disco di transizione nella vostra carriera?
Eduardo: “Non riesco ad ascoltare più quel disco, quindi lo chiamerei un album di transizione. Comunque lo vedo ancora come il tentativo spontaneo di quella line-up di raggiungere i risultati musicali che avevamo in mente. Alla fine è venuto fuori un disco troppo pulito per una band come la nostra, specialmente se si considera che molte delle canzoni registrate per quel disco non sono state neppure completate”.
Jay: “Come ho detto spesso, si è trattato di un grande disco fatto dalla band sbagliata. La differenza con i nostri precedenti lavori è stata troppo drastica perché la gente l’accettasse. Ma, che tu ci creda o meno, c’è gente che preferisce “Sky Pilots” ad “Hallelujah”. Comunque se iniziassimo ad ascoltare ciò che la gente vorrebbe da noi, saremmo fregati. Vogliamo provare a fare dischi diversi. Ad ogni costo”.
Quali sono, allora, le differenze principali tra “Sky Pilots” e il nuovo “Keys To The Highway” dal vostro punto di vista?
Jay: “Hmm, ciò che li unisce è che si tratta di album abbastanza vari, dal momento che le canzoni prendono ispirazione da molte fonti. Come dischi sono totalmente diversi. “Sky Pilots” è stato prodotto e in parte scritto in studio e ci è voluto un secolo per completarlo. Stavamo cercando nuove direzioni sonore, volevamo sperimentare. Le canzoni di “Keys” sono invece nate in sala prove e abbiamo avuto modo di rodarle dal vivo. Le registrazioni sono state veloci e quasi per intero in presa diretta. Ci abbiamo messo meno di due settimane per finirle. E’ la band ripresa quando è nella stessa stanza ed inizia a suonare!”.
Eduardo: “Concordo pienamente sul fatto che questi dischi siano come il giorno e la notte. “Sky Pilots” è come le prime birre ad inizio serata. Invece “Keys To The Highway” è come una terribile sbronza la mattina dopo!”
In “Keys To The Highway” avete unito energia e profondità di suono, proprio come fanno le band giunte alla maturità espressiva. Quale era il vostro obiettivo al momento di entrare in studio?
Jay: “Ci abbiamo pensato per un po’ quando abbiamo iniziato a lavorare sui brani nuovi, ma siamo arrivati a un punto morto. Per un certo periodo non abbiamo prodotto nessuna idea rilevante, quindi abbiamo deciso di suonare qualsiasi cosa fosse venuta fuori durante le prove. Tipo: registriamo e poi vediamo quello che abbiamo in mano. E questo è il modo in cui le canzoni sono nate, più per istinto che seguendo un obiettivo preciso”.
Di cosa parlano le canzoni? Chi o cosa le ha ispirate sia a livello musicale che di testi? In particolare: “Lost Generation”, “Left Alone”, “R’n’R Bang!”, “She Makes My Blood Burn” e la title-track?
Eduardo: “La title-track e “R’n’R Bang!” parlano entrambe di esperienze reali vissute in giro per la Spagna. “Left Alone In The Danger Zone” parla di Helsinki: c’è una storia divertente in cui non so quanto c’è di vero e quanto di inventato… “She Makes My Blood Burn” è venuta fuori come un twist alla James Brown, per cui dovrebbe essere sul fatto di possedere una “sex machine”! “Lost Generation” è invece un tributo a “Generación Perdida”, l’album del 2003 della band argentina Corazones Muertos.
In un paio di brani, “She Makes My Blood Burn” e “Conspiracy”, c’è Lisa Kekaula dei BellRays alla voce. Come è nata questa collaborazione?
Jay: “Abbiamo suonato la prima volta con loro circa cinque anni fa e sin da subito è nata una stima reciproca. Per molti versi siamo nella stessa posizione: siamo in circolazione da un mucchio di anni e non ci importa molto di quello che succede nella scena. E’ sempre fantastico suonare assieme ai BellRays e abbiamo in mente di fare qualcosa assieme anche quest’anno. Per cui andare in studio assieme a Lisa è stata solo l’estensione naturale di quest’amicizia. E poi, come si può resistere all’opportunità di avere sul tuo disco la migliore cantante dei tuoi tempi?”
Quali sono allora i brani che preferite di questo disco?
Jay: “Il mio preferito in assoluto è il brano d’apertura, “Worldwide Evil Reverse”. Suona proprio come un pezzo dei Flaming Sideburns, ma allo stesso tempo possiede qualcosa che non avevamo mai sperimentato in precedenza. E’ rock’n’roll misto a un groove di black music e a chitarre twang! Non saprei dire, forse è solo il feeling che provo suonando quella canzone. Probabilmente alle orecchie degli altri suonerà in modo totalmente diverso!”
Eduardo: “Conspiracy (Beyond Of The Law)” è l’ultima cosa che alcune persone si sarebbero aspettate che noi facessimo: un lento ipnotico brano basato su un riff blues alla Mountain/Free con testi strafottenti e la migliore corista femminile che si possa avere oggi! E poi un altro straordinario musicista come Craig Waters dei BellRays ha suonato le percussioni su quel brano…”
So che avete anche registrato una versione di “Man With Golden Helmet” dei Radio Birdman per il terzo volume di “Flattery”, il progetto dedicato alla band australiana. Perché avete scelto qual brano e soprattutto come mai avete cambiato il testo in spagnolo?
Jay: “Forse perché si tratta della scelta meno ovvia. Lasciamo che siano gli altri a suonare “Burn My Eye”, “Do the Pop” e altri classici dei Birdman! Ho sempre amato “Man With Golden Helmet”, la ritengo uno dei loro momenti migliori”.
Eduardo: “Il brano è stato registrato la scorsa estate al Ria Records Analogue Studios nelle Asturie, ma ho aggiunto le parti vocali nel ghiaccio di Helsinki in inverno. Volevo dare a quel brano un feeling caldo, con un po’ d’amore e far emergere le mie radici latine. La traduzione del testo ha funzionato bene, nonostante l’abbia cambiata un po’ per errore…e alla fine parla anche un po’ di me!”
Eduardo, nel 2004 hai pubblicato un album da solista, “Hyena Planet Bites on You”, accreditato ad Eduardo Martinez & The Thunderclouds. Si tratta di un tributo a due cult-bands finlandesi: Smack and Fishfaces. Vuoi raccontarmi come è nato questo progetto?
Eduardo: “Quel disco nasce da una visione comune con Joe Klenner e Damián Torrisi (della band argentina Corazones Muertos, ndr). Sono andato in Argentina e l’abbiamo registrato nel volgere di due settimane. Dopodiché siamo rimasti in contatto via e-mail cercando di portare avanti la cosa, fino a quando il disco è stato completato e pubblicato un anno e mezzo dopo dall’etichetta argentina Bourbon Records, che è di proprietà di loro due e di un mio vecchio compagno di scuola, Sebastián Ratz”.
Tornando ai Sideburns, siete in tour per presentare il nuovo album. Quali sono i paesi che preferite visitare e quelli in cui non siete mai stati e in cui vi piacerebbe andare?
Jay: “Stiamo facendo il nostro solito giro nell’Europa continentale. Suoneremo in Italia per la prima volta. Cercheremo di farcela dopo una lunga attesa! In generale mi piacerebbe suonare dovunque c’è interesse nei nostri confronti. L’America latina è nei nostri progetti da sempre. Speriamo di riuscirci ad andare prima o poi.”
Eduardo: “Non abbiamo mai suonato in Australia. E sarebbe interessante suonare anche in Africa, India o in estremo Oriente. Più realisticamente mi piacerebbe suonare nelle Repubbliche Baltiche, in Polonia, in Grecia e a Mallorca. E mi piacerebbe da matti suonare ad Oporto, Vigo, La Coruña, Gijón, Oviedo, Aviles, Alcazar de San Juan, Sevilla, Málaga, Granada, Castellón de la Planta, Lazcao, Benidorm, Lanzarote, in Russia, Croazia e Slovenia…ma siamo fortunati abbastanza da suonare a Roma, Madrid e Barcellona a questo giro!”
Un’ultima domanda: i Flaming Sideburns sono in pista ormai da 12 anni. Guardando indietro, come vedete la vostra carriera e quali sono i vostri progetti e obiettivi artistici per il futuro?
Jay: “Quando penso da dove abbiamo iniziato mi rendo conto di come sia stato tutto così intenso. Credo che nessuno di noi si aspettasse che dopo tutto questo tempo potessimo essere ancora qui e che avremmo fatto tutto ciò che abbiamo fatto! Dopo tutto, siamo una band che proviene dalla lontana Finlandia e suoniamo una musica su cui nessuno avrebbe scommesso un centesimo all’epoca. Certo, avremmo potuto avere più successo, ma siamo ancora qui, a registrare dischi e suonare dal vivo, e questo per me è ciò che conta! Nel frattempo ci sono stati gruppi che hanno avuto i loro quindici minuti di celebrità e poi sono scomparsi”.
Eduardo: “Non ho molti obiettivi artistici per il futuro. Non avremmo mai potuto avere più successo di quello che abbiamo ottenuto, è impossibile!”.Autore: Roberto Calabró
www.myspace.com/theflamingsideburns – www.theflamingsideburns.com

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