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Babyshambles – Auditorium Flog, Firenze 19.10.2006

di Redazione
16 Dicembre 2013
in Live Report
Tempo di lettura: 6 minuti
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La vita studentesca fiorentina non è che offra molto, il concerto dei Babyshambles rappresenta un evento eccezionale nel panorama razional-rinascimentale del paesaggio urbano e nel mio caso coincide con una cena di compleanno dal tasso alcolico piuttosto elevato. Arriviamo al concerto cariche di un’adrenalina che s’infiamma come benzina al contatto dell’onda sonora che straripa fino all’entrata dell’Auditorium. Sono magneticamente attratta dal mare di folla davanti a me…non resisto, m’immergo, scendo fin nel profondo del fondale…sono sola, a sgomitare tra decine e decine di corpi bagnati e implacabili. Non si può fermare tutto questo, fino alla fine. Scivolo come una gatta fino alle prime file. La folla è un corpo unico, di corpi pressati l’uno contro l’altro, è un delirio con punte acute di fanatismo. Non conta più chi sei, né se sei alta poco più di un metro e sessanta. Ciò che conta è la voglia di essere lì, in quel momento, la tenacia di difendere il proprio spazio vitale. Pete Doherty appare e scompare tra decine di teste davanti a me. E’ vicino, ma intoccabile. E’ lui la star, tutto il resto è scena. Ogni elemento della massa non vorrebbe altro che toccarlo, si sentono le smanie accavallarsi, ginocchia che bucano, gomiti che si alzano e braccia in alto, come aste, e mani aperte come bandiere. Stride la chitarra sugli accordi di Fuck Forever. Ci siamo. E’ l’orgasmo collettivo, Doherty lascia cantare i cori che seguono il pezzo parola per parola e quando riprende contatto con il microfono ne esce fuori un’interpretazione sbiascicata e convulsa. Ci sarà un motivo se nel febbraio 2006 la band ha vinto il Naomi Award per la Peggiore Esibizione Live. Ma niente vale di più la pena di non poter quasi respirare, per quegli unici momenti di esaltazione pura. Ai fans Doherty piace così. Diciamocelo, Pete Doherty e i suoi amici non hanno inventato niente di nuovo. Le sonorità dei Clash, dei Sex Pistols e se volete anche un po’ di Smiths hanno già lasciato la loro impronta. Per non parlare dei The Libertines, ex band da cui venne allontanato per il suo uso di droga. Ma Doherty è strumento e protagonista allo stesso tempo dello star system di inizio millennio. What’s the use between Death and Glory…Doherty cavalca ancora l’onda del nuovo brit-rock, è una gloria effimera e forse lo sa, oltre il biancore del volto su cui affondano i solchi segnati degli occhi, la morte è sempre alle calcagna, ma per ora può decisamente aspettare e forse davvero non lo raggiungerà mai. Il nuovo secolo apre sempre qualche scorcio di decadenza e lui è il fantasma che perfettamente incarna il nuovo maudit: volto d’adolescente timido, voce immatura che risveglia istinti materni, testi che a tratti rigurgitano menefreghismo antisociale o fischiettano qualche momento di sublime spensieratezza, a tratti contestano inaspettatamente lo sciacallaggio dei media, The Sun/they make you out to be a tearaway… e un po’ di ribellismo che non guasta mai, The way they make you toe the line… tra accelerazioni che risvegliano istinti ed un certa morbida sonorità di bassi che ricorda poltrone di velluto, che noi anonimi fradici fans non accarezzeremo mai, mentre lui può farci cosa vuole. Salvo arresti improvvisi, naturalmente.
E’ l’immaginario a fare da supporto alla band ed una mitologica femminile figura…(Dove sarà Kate?) Peccato, me la sono persa. La sua visionaria apparizione sul palco, a far vibrare due corde vocali nel microfono,lei, l’altra faccia del pianeta Doherty, per dieci secondi in La belle et la bête, che bastano a far salire ancora di più la temperatura in platea.
Frotte di arditi si arrampicano più volte sulle pendici del palco, per avere un contatto con la stellare atmosfera dell’ universo Pete&Kate, la sicurezza ha un bel daffare a tirarli giù. Troppo impegnata a sopravvivere, a riemergere dal fondo dopo uno sgusciante contatto con il linoleum, non ho visto un bel niente. Poi in un momento, le luci si abbassano, il sipario cala, Doherty guadagna le quinte dopo appena un’ora. E per sempre. Doherty non ripete. La folla protesta, fischia, inneggia, infine si dirada. Scambio qualche commento di delusione, poi mi scopro sola. E scopro anche che il mio sfavillante impermeabile rosso a cavallo della mia borsa è scomparso. Nessun resto sul linoleum. Chiedo in giro, un ragazzo mi risponde che il cantante aveva una giacca rossa. Pete esce improvvisamente dal backstage, di nuovo il tasso atmosferico di divismo sale. Mi faccio spazio tra la calca di mani frementi autografi. Vedo rosso. Sgrano le pupille, metto a fuoco oltre i fumi dell’alcol (se l’è pure messa a rovescio!) decifro l’etichetta dietro la nuca: è il mio impermeabile rosso. Inizio a chiamarlo per nome. Troppo occupato a scrivere, testa china sulle sudate carte. Urlo ancora più forte, nessun risultato. Mi irrito profondamente. (E’ la mia giacca rossa!) A questo punto rispolvero l’intero vocabolario di parolacce inglesi che neanche sapevo di conoscere, scado nel vituperio. Colpa dell’alcol? Forse sì. Forse la coscienza di qualcosa di più. Intanto i discepoli, contraddetti, mi apostrofano polemizzanti: ehi, ma non sei contenta? L’ha presa Pete Doherty, mica uno qualunque! Ed è proprio questo il punto. Proprio non mi va giù la logica per cui, solo perché è una star, si può permettere di non restituire le cose che non gli appartengono. Ma evidentemente è anche questo il prezzo da pagare per me, oltre al biglietto…Why would you pay to see me in a cage/which the whole world call a stage? Rivoglio il mio stupendo impermeabile rosso, acquistato a Copenaghen, due estati fa, irripetibile, unico, pezzo migliore del mio guardaroba plebeo. Finisce che gli do del ladro, ehi Peeeete! You stole my red coat!!! Con qualche probabile errore di grammatica. Giunta al limite della tensione delle mie corde vocali, Pete alza la testa: un unico movimento, una breve sospensione dal tempo, mi fissa con uno sguardo impassibile e vuoto. Siamo io e lui, per pochi istanti, occhi tesi sulla traiettoria dello spazio che ci separa, immobili. Gesto unico di riflusso, il filo cade, scrive l’ultimo autografo mentre lo chiamo ancora citando sua madre. Si alza, se ne va, voltato verso l’uscita di fondo spalancata, un volo rosso come un scia, oltre la soglia, i buttafuori dietro di lui come segugi. Uno di loro si distacca e mi dice che non me lo ridarà mai. E’ un mondo ingiusto, per cui, occorre a volte fare giustizia da soli. Scavalco le transenne, fomentata da alcuni facinorosi improvvisamente passati dalla mia parte. Nessuno mi ferma, mi ritrovo dritta davanti all’auto, circondata da una nuova piccola folla di accaniti fedeli, busso fortissimo sul vetro, Kate mi guarda atterrita, Pete è di nuovo altrove. L’auto apre un varco, fugge via. Mi ritrovo improvvisamente fradicia, sotto la pioggia battente, sola. Lo spettacolo ora è davvero finito. Ma la mia notte no, e conserva ancora qualche speranza fino al giorno dopo. Pete e Kate dormono a Casa Cavalli. La colf dice che mi farà sapere. Una telefonata anonima nel pomeriggio. Poi il silenzio. Il dito medio sinistro livido e contuso martella ancora per qualche giorno. Poi resta solo un puntino scuro, come un piccolo neo, che ancora lì e pare che non se ne andrà mai. Segno indelebile di una notte incredibile, della notte in cui Peter Doherty se n’è andato con il mio impermeabile rosso. Paddy put the pipe down/if you got the right sound…alla fine si torna sempre alla domanda di rito: oltre le pagine satinate intrise di gossip, Doherty ha talento oppure no? C’è chi dice che non ci sono più le rockstar di una volta e rimpiange amaramente di non aver mai visto un concerto di Kurt Cobain. Io dico invece che non ci sono più i fans di una volta, quelli seri, che vanno oltre le trincee giornalistiche, dove una fazione osanna e l’altra condanna, senza alcuna ponderatezza critica. Beh, credo che qualcuno dovrebbe leggere davvero i testi delle canzoni e magari dare una sbirciatina anche ai Books of Albion invece di comprare rotocalchi strilloni e strizzasoldi e forse ne saprebbe qualcosa di più sul mondo di Doherty. Saprebbe che nelle canzoni qua e là spunta qualche vocabolo preso in prestito da un certo tipo di letteratura, che il nome della band, oltre a indicare un insieme di canzoni registrate dai The Libertines a New York, contiene anche allusioni ad un certo saggio satirico di Johnathan Swift e che A rebours è il titolo di un romanzo di Joris-Karl Huysmans. Tutti elementi che indicano una scelta di sensibilità, oltre che di stile. E forse davvero Doherty è più cosciente di quanto foto scandalistiche vogliono farci credere, se in una recente intervista, alla domanda non pensa di avere delle responsabilità verso il suo pubblico? Ha risposto, penso che ora sia il pubblico ad avere delle responsabilità verso di me. Non dev’essere stato esattamente una passeggiata il tour italiano, prima data a Firenze, finale con una certa ragazza arrabbiatissima che lo ha offeso per riavere indietro un trench rosso, ultima data a Roma, gran finale con rissa mediatica montata ad arte. Ed è sempre difficile stabilire la misura in cui Doherty è vittima o connivente. Intanto, ci rimane solo una secca risposta del diretto interessato: if it’s not the right sound, neither am I. E comunque, il bagno catartico in atmosfera adrenalinica, capace di spazzare via settimane di spleen fiorentino, lo rifarei mille volte. E per quanto riguarda il mio impermeabile rosso, fuck forever Pete.

Autore: Maria Angela Rocchi
www.babyshambles.net

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